Quegli eroi “normali” di cui abbiamo bisogno. I premiati dal Quirinale

Osservate dal punto di vista dei protagonisti non sono state né buone, né eroiche, né atti dovuti ad un conformismo rituale, le azioni che hanno portato alla vigilia dell’anno nuovo al conferimento su iniziativa, motu proprio, del presidente della Repubblica, di trentatré onorificenze ad altrettanti cittadini che si sono “distinti per atti di eroismo, per l’impegno nella solidarietà, nel soccorso, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella tutela dei minori, nella promozione della cultura e della legalità “.

Trentatré persone. Trentatré storie. Tutte vissute non da eroi ma da protagonisti consapevoli di atti di civiltà tesi a rafforzare la trama di un tessuto solidale sempre più logoro. Quella  che “l’Italia che cuce e ricuce”, che il presidente Mattarella ha evocato nel suo discorso di fine anno, tenta pur tra mille difficoltà e attacchi di mantenere integro. Anzi di migliorarlo.

Tra gli insigniti delle diverse onorificenze, sono cinque di diverso grado, c’è Maria Rosaria Coppola, la dipendente della Rai di Napoli che, unica tra i presenti, mentre viaggiava su un treno della Circumvesuviana, difese un ragazzo dello Sri Lanka aggredito verbalmente da un ragazzo volgare e ignorante, intriso di una reazionaria italianità: “Non sei razzista, sei stronzo”, gli disse.  Il coraggio di una donna che si è espresso nell’indifferenza e nel timore colpevole di chi ha assistito alla scena senza reagire. A farle da scudo nel momento di lasciare il treno fu un silenzioso ragazzo dell’Est, immigrato anche lui.

E c’è Marco Omizzolo, sociologo, legale rappresentante dell’associazione di promozione sociale Tempi moderni e consigliere della cooperativa sociale In Migrazione, che nell’Agro pontino combatte il fenomeno del caporalato. I braccianti hanno in lui un punto di riferimento saldo. Quelli che vivono sullo sfruttamento delle braccia venute da lontano lo minacciano e tentano di intimidirlo. Un inutile esercizio di forza. L’opera coraggiosa di Marco non si ferma. I lavoratori, molti sono sikh che lavorano nelle terre dell’entroterra romano verso sud, sanno che il loro punto di riferimento non è disposto a cedere.

E’ riuscito a Roxana Roman, giovane donna rumena, di dare un contributo importante “all’affermazione del valore della legalità”. Roxana è padrona del bar alla Romanina, quartiere periferico della Capitale, che porta il suo nome. Nel giorno di Pasqua due appartenenti al clan dei Casamonica fanno irruzione nel locale e aggrediscono il marito della donna e un cliente disabile. L’intimidazione ha un obbiettivo: costringere a non denunciare. A restare in silenzio per sopravvivere. Così non è andata. “La mia denuncia è stata un gesto normale. Nel quartiere la paura c’è sempre, è lo strumento dei Casamonica per avere più potere. Ogni tanto un cliente mi dice sottovoce che ho fatto bene a denunciarli, qualcun altro mi racconta di essere stato una loro vittima: c’è tanta gente per bene che vuole cambiare ma serve una nuova mentalità che parta da tutti noi”. Roxana l’ha fatto.

Igor Trocchia è un ex calciatore, vende generi alimentari e allena il Pontisola, squadra di calcio giovanile della provincia di Bergamo. Il suo è “un esempio determinato nel rifiuto e nel contrasto a manifestazioni di carattere razzista”. Lo dimostra quando durante la partita Rozzano-Pontisola un calciatore della squadra ospitante aggredisce con insulti razzisti il centravanti degli ospiti, un ragazzino di 13 anni, cittadinanza italiana, genitori del Burkina Faso. Non c’è stretta di mano tra i due alla fine della partita. E l’allenatore decide di ritirare la squadra nonostante stesse vincendo la competizione. “Nessuna coppa e nessun torneo valgono la dignità di un ragazzino”. Tutti d’accordo, i suoi giocatori e la dirigenza.

La grande madre d’Italia, Germana Giacomelli, ha avuti finora 121 figli. Cinque li ha partoriti lei, otto li ha adottati, gli altri le sono stati affidati dai tribunali del Minorenni di Milano, Brescia e Venezia. Il più piccolo aveva 15 giorni, il più grande ora ha 47 anni. Da trentatré anni mette a disposizione tutto il suo tempo, con il marito che fa il fornaio, di bambini che hanno situazioni familiari complicate. Sono figli di tossicodipendenti, genitori condannati, hanno subìto violenze domestiche o sono orfani di entrambi i genitori. Germana si fa aiutare da tre educatori , una psicologa e una logopedista, tutti pagati da lei e dal marito.

Antonio La Cava è un maestro in pensione. Da diciotto anni ha fatto della sua vita una missione in nome della cultura: portare libri ai bambini delle scuole elementari dei paesi più piccoli e isolati della Basilicata dove spesso non ci sono né librerie, né biblioteche. Lo fa con un mezzo speciale, il bibliomotocarro, un motocarro trasformata in una vera e propria biblioteca ambulante. Dal 1999 il maestro La Cava ha percorso centosettantamila chilometri. Una vita scomoda ma densa di soddisfazioni. “Lo rifarei da capo. Nessuno nasce lettore ma è con la lettura che si formano gli uomini di domani ma soprattutto si trasmette ai bambini l’importanza della cittadinanza attiva”.

Tutti i riconoscimenti sono andati a protagonisti di storie di solidarietà, di malattie superate con l’aiuto di altri e diventate patrimonio da mettere a disposizione di tutti, di superamento delle barriere architettoniche e di lotta allo sfregio delle città. C’è chi è andato lontano per dare il suo contributo di umanità e chi mette i bisognosi intorno ad un tavolo per gustare alimenti mentre altri si impegnano a non sprecare.

Persone generose? Utopisti o concreti provocatori? Eroi? Anche. Certamente cittadini attenti e capaci di guardare intorno a sé e lontano. Che non rinunciano a guardare in se stessi e negli altri. “Beati i popoli che non hanno bisogno di eroi”, o per la precisione, “Sventurato quel popolo che ha bisogno di eroi” faceva dire Bertolt Brecht al suo Galileo. Noi purtroppo non possiamo ancora permettercelo.