Quanto freddo intorno a noi, Alborghetti poeta delle nostre vite chiuse

Città chiuse e aperte e richiuse / intoccabili, introvabili / nonostante le già note geografie. / Serrande abbassate, come chiusi sono ora gli affetti / estremi facili, parrebbe / ma obbligatorio è il distacco / e tutto è già spiegato e così tante volte: / è per stare più al sicuro. / Quel silenzio quando tutto si è fermato: / depositario di memorie oscure e trame / un silenzio immune, primigenio. Una veglia / uno spazio minerale che ha il respiro dell’asfalto / uno spazio che si stira nell’assenza. / Sono tornati uccelli rari. / Alcuni fiumi sono ora popolati. Animali / da selva attraversano le strade. Accade / questo quando attorno manca l’uomo. / Ci avresti mai creduto ? 

Fabiano Alborghetti, poeta oggi svizzero, dedica ai Corpuscoli di Krause la sua nuova opera. Sono i recettori che all’interno della nostra pelle si attivano per segnalare la percezione del freddo, i maggiori come numero (150.000 rispetto ai soli 15.000 recettori di Ruffini che percepiscono al contrario il calore) ma decisamente minori dal punto di vista delle dimensioni. La percezione del freddo è come nel testo sopra citato parte integrante della raccolta e al tempo stesso nodo della nostra società: il combinato disposto tra guerre e crisi sanitarie ha infatti attivato una reazione a catena nelle nostre vite allontanandoci da qualsiasi ottica che non sia privata fino agli estremi confini, le “oscure trame” appunto citate da Alborghetti che nel suo libro fotografa perfettamente la situazione.

Il distacco obbligatorio in buona sostanza non è solo quello percepito ed eventualmente necessario per motivi sanitari, ma è soprattutto una condizione umana insita e risponde probabilmente a quella “mutazione antropologica” citata da Pier Paolo Pasolini nel celebre articolo apparso sul Corriere della Sera il 10 Giugno 1974, quel passaggio con conseguente perdita d’innocenza che aveva mutato la società arcaica in una nuova struttura neocapitalistica.

Fabiano Alborghetti da sempre lavora su questo spostamento di perdita complessiva di innocenza, abbandonando (almeno in alcune sezioni) l’incedere epico poematico, per asciugare ulteriormente il verso in una dimensione ancora più scavata e onirica, lasciando almeno in alcuni testi la realtà lineare per affidarsi al sogno, al mito.

E’ una scelta in linea con l’attuale letteratura ma è soprattutto una reazione aderente all’odierna situazione dove il distacco è pieno ed evidente anche dal punto di vista ideologico. Ancora una volta non si può che ritornare al Pasolini che fotografava la società degli anni Settanta dichiarando in maniera nemmeno troppo provocatoria, ma decisamente cruda, che “Non c’è più dunque differenza apprezzabile – al di fuori di una scelta politica come schema morto da riempire gesticolando – tra un qualsiasi cittadino italiano fascista e un qualsiasi cittadino italiano antifascista . Essi sono culturalmente, psicologicamente e, quel che è più impressionante, fisicamente, interscambiabili.”

Nel libro di Alborghetti diventa così centrale la sezione intitolata Gli amanti di Valdaro ritrovamento del Febbraio 2007 di due scheletri risalenti a oltre 6.000 anni fa, recuperati abbracciati durante gli scavi in una zona industriale vicino a Mantova e appartenenti al periodo Neolitico.

Lo sradicamento e la musealizzazione, lo spettacolo creato su questi corpi ormai ridotti ad ossa dal tempo ma ancora uniti nel loro gesto rende forse meglio di molti saggi l’idea di quanto ci sta accadendo nel nostro ruolo tragico di spettatori paganti.

Verran messi nella teca / proprio al centro della sala / una grande, illuminata ed attorno tutti gli altri // come il cane e il cacciatore ritrovati anch’essi assieme / come gli altri senza fama / altri corpi e vasellame. // Sul percorso mappe appese, foto aeree /per mostrare / l’estensione degli scavi. I dettagli, i primi piani. // E le ossa // da vicino, più vicino / come i visi contro il vetro per vedere / per davvero. Nella teca // sono stesi, sono nudi / sono soli e abbracciati. // Nella teca / non c’è il cielo / né il conforto del pudore // né un qualcosa che difenda. / La pietà di un velo steso.

Fabiano Alborghetti, Corpuscoli di Krause, Gabriele Cappelli Editore.