“Quanto costa l’onore di governare Napoli”. In un film l’esperienza della giunta Valenzi

Un filmato nitido, struggente. Mai malinconico. Testimonianza coerente, sincera e affettuosa, anche con spezzoni di repertorio, di un’epoca straordinaria che fu quella di Maurizio Valenzi sindaco, degli uomini che lo affiancarono nella grande avventura della rinascita di Napoli, di coloro che ne furono testimoni attivi perché figli, militanti, giornalisti, politici, fotografi assieme agli abitanti della città.

L’essere stata tra questi, napoletana e giornalista, mi ha dato il privilegio di vedere La Giunta, l’opera di Alessandro Scippa presentata al Torino Film Festival, con le conoscenze di una che c’era e, quindi,  si poteva avvicinata all’opera con la curiosità di verificare quanto i ricordi di quegli anni fossero esaltati solo dalla nostalgia. O invece di avere la conferma (ed è andata così) che quella fu davvero un’epoca straordinaria, un mix di buona politica e capacità di amministrare, talmente in sintonia da riuscire a mutare il volto della città. Un cambiamento di cui sono rimaste tracce sostanziali, tali da consentire ancora a Napoli di resistere ad ogni avversità.

Un film su un grande esperimento

Dal film dunque ho avuto solo conferme. Il primo sindaco comunista di Napoli, coloro che lo affiancarono, i napoletani che li sostennero, dettero vita dal 1975 in poi ad un grande esperimento politico, sociale, di buon governo che ha scritto una delle pagine più belle nella storia, sempre tormentata, del nostro Paese.

Alessandro Scippa, il regista, è il figlio di Antonio, lo storico assessore al bilancio della giunta Valenzi. Nel film c’è la testimonianza dei due figli di Valenzi, Lucia e Marco e di Federico Geremicca, un giornalista di rango, figlio di Andrea, indimenticabile compagno e colonna portante di quell’amministrazione, politico straordinario e grande giornalista, e anche di Antonella Di Nocera, figlia di Aldo, un ex operaio dell’Italsider, che il film l’ha prodotto con Parallelo41.

Sono i testimoni non solo di una storia di padri e di figli ma di persone, donne e uomini, militanti che assieme ad altri quell’epoca l’hanno vissuta e raccontata con i loro articoli e le loro fotografie.  Con l’impegno politico e le battaglie sociali. Con le loro vite. Con il loro lavoro nelle stanze della giunta assieme a Maurizio Valenzi che c’è in tutto il film ma a cui presta voce e volto in un cameo Renato Carpentieri.

I testimoni

Ci parlano Federico Geremicca, Eleonora Puntillo, maestra di giornalismo, Marco Demarco che la giunta la seguiva per l’Unità, Giulio Baffi, il critico teatrale e i fotografi Mimmo Jodice, Luciano Ferrara, Gianni Fiorito con sempre Mario Riccio nella memoria di quella che era l’indimenticabile redazione dell’Unità di via Cervantes. I politici Antonio Scippa, Floriana Mazzuca, Emma Maida, Eugenio Donise, Aldo Cennamo, Berardo Impegno, Nino Ferraiulo, Antonio Bassolino. In sottofondo le musiche struggenti di Canio Loguercio.

Conversazioni, ricordi, memorie davanti ad un caffè, senza cadere nella sola rievocazione del passato ma sempre con uno sguardo in avanti. Al futuro. Antico vizio della sinistra quando funziona. Un atteggiamento propositivo e impegnato come fu quello degli uomini di una giunta di minoranza, e questa fu la sfida, che li portò a riuscire in una impresa per molti ritenuta impossibile. E che andò avanti con uno slancio ed entusiasmo oltre che grande capacità, che solo il terremoto devastante del 1980, illuminato dalla prima notte dalle rassicuranti luci del Palazzo del municipio per volere del sindaco Valenzi e tra gli applausi dei napoletani impauriti, cominciò a minare alle fondamenta l’esperienza che proseguì per altri tre anni.

Otto anni di buon governo

Napoli nel 1973 si era dovuta confrontare con un’arcaica epidemia, quella del colera, che i napoletani affrontarono con il loro spirito organizzativo e la loro disponibilità. La gente faceva la fila per vaccinarsi, esempio ignorato dai moderni no vax. Collaborava. Si impegnava.  E l’epidemia fu contenuta in breve tempo. Fu quello il segnale del cambiamento profondo che stava avvenendo e che nel 1975 portò Maurizio Valenzi a Palazzo San Giacomo dove rimase per otto anni.

Era una città che chiedeva un futuro migliore, voleva uscire dagli stereotipi impegnando il meglio dei suoi intellettuali. Roberto De Simone e la sua Gatta Cenerentola, ma anche Masaniello che in quegli anni ebbe una rappresentazione straordinaria a Palazzo Reale. Eduardo e la sua nuttata che sembrava passata, Mario Merola e la sceneggiata patrimonio culturale di questa terra. Tutti, con il Berliner Ensemble, il teatro di Brecht e tanti artisti arrivati da tutto il mondo alla Festa nazionale dell’Unità che nel 1976 si svolse alla mostra d’Oltremare conclusa da Enrico Berlinguer che parlò ad una folla immensa, immersa in un mare di bandiere rosse. Lì c’erano tante speranze. Tanti progetti per il futuro. E il segno di tante difficoltà.

Maurizio Valenzi lo sapeva ma si impegnò totalmente nella sfida. “Napoli rappresenta il compito più pesante che io abbia avuto nella mia vita. Anche quello più appassionante. Quello più profondo. E ci resterò legato come una delle cose più interessanti ma anche più dolenti della mia vita. Essere sindaco di una città come Napoli con la storia di Napoli è un grande onore. Però è anche qualcosa che si paga molto caro”. Gli uomini della giunta con lui accettarono e vinsero la sfida.