Sovranisti, quanti errori
ma senza vere riforme
il pericolo destra resta

Ripeterò quanto letto, riletto, ascoltato, visto e rivisto: sindaci del centrosinistra o di qualche cosa di simile eletti al primo turno nelle grandi città, Milano, Bologna, Napoli, ballottaggi e partita aperta a Torino e, soprattutto a Roma, tonfo di sovranisti e populisti di varie firme, capitombolo al nord come al sud della Lega di Salvini, stentata difesa di Fratelli d’Italia con innegabile contributo del peggio del neofascismo o del neonazismo dichiarato o strisciante (hanno voglia di negare quanto mostrato da Fanpage, quanto era già evidente ai più), vittoria del Pd, che non avrà il tempo di cullarsi nel suo successo (confessiamo, in parte insperato), ma dovrà rimboccarsi le maniche in vista del secondo turno e soprattutto per la necessità di rimettere insieme il suo mondo, quello dei militanti e dei circoli. Infine, trionfo dell’astensionismo. Che ovviamente si può interpretare nelle più varie maniere, ad uso e consumo delle diverse teorie a spiegazione dei risultati, astensionismo che in ogni caso testimonia la crisi della politica e della cultura…

Gli errori dei sovranisti

Rileggiamo i titoli: “Caduta dei populisti, rivincita del Pd” (La Stampa), “Il crollo dei sovranisti” (Repubblica), “Sveglia centrodestra” (Libero), “Occasione persa” (Il Giornale), “Errori e fango, il centrodestra va ko” (La verità), “Comuni: vince il centrosinistra, flop M5S” (Sole 24ore). Stracittadino il Messaggero: “Michetti-Gualtieri sfida a Roma”. Serafico il Corriere: “Le città premiano il centrosinistra” con un sommario che riferisce alla fine le parole di Salvini: “Troppi litigi” (bisognerà arrivare a pagina 6 per sapere che “a Milano la Lega scende all’11%”).

Rileggendo i dati, sembrerà evidente a tutti che il centrodestra, da Forza Italia a Fratelli d’Italia, dalla Lega agli infiltrati di Forza nuova, ai belligeranti e pseudo libertari no-vax, ha lasciato per strada migliaia di voti e liberato tante poltrone. Il fango non c’entra per nulla. Tanta Italia e tanto elettorato, educati dalla tv, si sono abituati a ben altro e sicuramente stanno seguendo solo con gusto voyeuristico le sventure del signor Morisi, la lodatissima a suo tempo “bestia”, mentre altri staranno vivendo con compiacimento e solidarietà le bravate filo naziste dei vari Jonghi Lavarini e Fidanza, figuriamoci se si potrebbero scandalizzare per gli oscuri traffici economici di quei tipi. Sono quadri animati di una piccola Italia che mai potrebbe tradire chi promette meno tasse, via gli immigrati, caccia ai barconi ed altre amenità del genere, chi mostra i muscoli e assicura ordine (per gli altri).

Contano di più gli errori. Consideriamo il caso Milano. Quando ci si trascina per mesi a litigare per la scelta del candidato sindaco, tra veti e rifiuti, non si può pensare di salvare la barca promuovendo un tipo come Bernardo, il pediatra con la pistola, che sarà pure un bravo medico, tondo e moscio, ma che ha dimostrato di non saper nulla della città e della sua amministrazione, al punto da non dirne una di decente in tutta la campagna elettorale, forte solo di alcuni slogan: meno fisco per tutti e, poi, meno piste ciclabili e meno aree a traffico limitato (in una città che soffre di perenne inquinamento). Conclusione: la Lega tramonta anche a Milano, la sua capitale di fondazione (dal 27 per cento delle Europee). Non ha molto di cui vantarsi neppure la Meloni: si guarda Napoli dove il suo partito supera appena la miseria del quattro per cento.

Il caso Cinquestelle

Nei numeri in meno del gruppone di sovranisti e populisti ci stanno pure i Cinquestelle, ancora ma non si sa per quanto alla ricerca di una fisionomia che non si più quella del “vaffa”, l’anima divisa tra la vocazione protestataria e il fascino e i privilegi del governo. Qui conterebbe la performance della Raggi, che ha imposto la propria candidatura, clamorosamente bocciata: nel 2016 al primo turno era al 35 per cento, oggi s’è fermata sotto il venti (con il movimento all’undici). Non parliamo di conferme o di un successo personale: l’ex sindaca viene da un fallimento dopo l’altro, da una figuraccia dopo l’altra. Davanti alle percentuali, che la escludevano dal ballottaggio, con arroganza s’è vantata d’aver tenuto testa “alle corazzate del centrodestra e del centrosinistra… dopo cinque anni di attacchi violentissimi e anche personali”, con irresponsabile sciatteria politica, tirando via con tono rancoroso e qualunquista, tentando di cancellare ogni memoria di cinghiali, buche nelle strade, immondizie, incendi dei bus dell’Atac, Olimpiadi bocciate. I romani potrebbero aggiungere altro.

Verrebbe da dire che il voto ha rimesso a posto le cose, ricacciando indietro i fantocci del sovranismo e del populismo, premiando chi in fondo si è forse mostrato più serio, rigoroso, affidabile. Così, semplicemente fosse, sarebbe bello: saremmo alle soglie di un paese normale. Ma la folla degli astenuti preme alla porta, dichiarando in vario modo sfiducia nella politica, delusioni, colpevoli ignoranze, marginalità. Con varie motivazioni, da una parte e dall’altra: la sinistra che è poco sinistra, il centrodestra che litiga, che si divide, estremista, chiassoso, inconcludente, i Cinquestelle che hanno tradito la natura di vocianti “scassa tutto” alla maniera del comiziante comico Beppe Grillo, contro le poltrone, contro i poteri, al grido “onestà, onestà”, dimenticato peraltro.

Di fronte a quella folla, sta però, alla pari, una folla di votanti che in maggioranza pare abbia preferito agli strilli la concretezza dei programmi e degli uomini.

Il pragmatismo di Draghi

Forse per capire gli uni e gli altri, successi e tracolli, con la prudenza che pretende la replica delle urne che saranno riaperte fra quindici giorni, bisognerebbe ripensare ai tempi che stiamo attraversando, tempi di ripresa dopo più di un anno di stop causa pandemia. Lanciare slogan contro l’Europa, quando è l’Europa che ti dà da vivere e forse da prosperare, abbracciare la grottesca protesta dei no-vax quando è palese che l’unico modo per uscir vivi è il vaccino, ruggire senza costrutto contro i migranti, sventolare bandiere anti tasse (nel paese dell’evasione fiscale, del “sommerso” e del “criminale”), non presentare una sola proposta di sviluppo e per il lavoro, sono scelte che tradiscono vuoto ideale, incapacità di progetto, incoscienti velleità. Non sintetizzano una grande strategia e gli elettori, quelli che ci sono, preferiscono un sano e rassicurante pragmatismo, alla Draghi (ma anche alla Sala, sindaco milanese), moderazione, scelte rapide e incisive, organizzazione ed efficienza (come, a un certo punto, superati i disastri regionali tipo Lombardia, è capitato con le vaccinazioni)… Non sarà un caso se dalla sgangherata catena del centro destra ad uscire meglio sia stato il vecchio Berlusconi, moderato e vaccinato. Non sarà un caso, se dopo migliaia i morti e tante sofferenze, il grillismo seduce sempre meno. Urlare non è una medicina. Il realismo, talvolta, è un obbligo vitale.

Stiamo discutendo di un voto amministrativo e il voto andrebbe analizzato di città in città, di periferia in periferia: capire quanto si è votato per un sindaco, quanto per una identità politica, quanto abbia contato ancora qualcosa che sa di ideologia e di appartenenza. Quanto ciò che resta dei partiti (il Pd davanti a tutti) sarà capace di fare per riavvicinare quello che si continua a definire “popolo”, con uso spesso improprio di una nobile parola.

La fragilità del variopinto fronte populista e sovranista non può distrarre chi dalla maggioranza di governo può vantare primi passi di ripresa e può continuare a promettere grandi riforme. Fare in fretta credo sia un dovere, altrimenti si corre il rischio di dover ricominciare da capo.