Quanti dubbi su questi strani referendum della strana coppia

“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?”. È un dilemma ricorrente (Ecce bombo di Nanni Moretti, 1978) anche se questa volta non si tratta di una festa, ma dei referendum sulla giustizia, lanciati da una “strana coppia” politica, gli eterni radicali e la Lega di Salvini. Allora, andare o non andare a votare il 12 giugno per rispondere con un sbrigativo “Sì” o “No” a quesiti così difficili, tecnici ed ambigui? Le schede elettorali sono “carine” e colorate, ma i quesiti erano di più, perché comprendevano anche il “fine vita”, la legalizzazione della canabis per uso personale e la responsabilità civile dei giudici, bocciati dalla Consulta.

Cinque quesiti “fitti fitti”

voto elezioniMolti di noi sono cresciuti, anche come cittadini, attorno ai referendum per mantenere in Italia il divorzio (1974) e il diritto all’interruzione di gravidanza (1981), quindi conosciamo bene l’importanza del diritto/dovere del voto, anche nel caso dei referendum. Eppure, alle volte, sono diventati un “giocattolo” per scardinare il sistema istituzionale, troppo spesso lento e pigro sulle riforme e sui diritti civili. Ma questa volta, a mio avviso, hanno esagerato. Provate a leggere, davvero, il quesito numero tre, sulla separazione delle carriere tra le “funzioni giudicanti” e “quelle requirenti”: una trentina di righe, scritte fitte fitte, in piccolo piccolo, praticamente illeggibili a chiunque.

Allora, con una ostinazione che forse ha origine nell’antico passato sportivo, si prova a leggere, sfogliare giornali e scorrere siti internet, ma è complicato e faticoso, come in una gara di fondo.

Il quesito numero uno, punta ad abrogare la Legge Severino, che sulla scheda, ovviamente, non viene citata perché si parla di un criptico “decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235”. La legge Severino, infatti, vieta a chi è stato condannato di ricoprire cariche elettive e di governo. La cancelliamo? Votiamo Sì. La manteniamo? Votiamo No. Ma davvero vogliamo mandare a governare chi è stato condannato? A chi è venuta in mente questa idea e perché? Quasi stesso discorso per il quesito numero due, che vuole evitare il carcere o gli arresti domiciliari per chi ha reiterato lo stesso reato, anche se sappiamo che “errare è umano, ma perseverare è diabolico”.

Del terzo quesito, illeggibile, che vuole la divisione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, abbiamo già accennato. Alcuni dicono che la prossimità tra giudicanti ed inquirenti è eccessiva e rischiosa, ma il rischio è già stato in gran parte stemperato dalla Legge Cartabia, che limita a uno solo l’eventuale passaggio tra le due carriere, eppure ce lo ritroviamo nel referendum del 12 giugno.

Al mare? No. Alle urne? Forse

Il quarto quesito sembra più sensato. Vogliamo o non vogliamo, in questo paese senza meritocrazia, valutare l’operato dei magistrati? Certamente, ma anche dei docenti, dei medici, dei poliziotti, degli avvocati, dei giornalisti e chi più ne ha più ne metta. Il problema vero è il come e da chi può venire questa valutazione (nel caso specifico avvocati e docenti universitari). Rispondere Sì o No è davvero arduo, anche perché sembra una bega tra magistrati ed avvocati, fortemente estranea a noi cittadini “semplici”.

L’ultimo quesito, il quinto, è quasi divertente perché vuole togliere il limite da 25 a 50 firme per candidarsi al Consiglio Superiore della Magistratura, come presunta “soluzione” contro lo “scandalo” delle correnti in magistratura. Ma a chi è venuta in mente tale amenità? Poi, certo, se leggi e cerchi di informarti, ci sono sempre ragioni sensate per il Sì e per il No, ma rimane il fatto che si tratta di argomenti di grande complessità che avrebbero dovuto essere risolti in Parlamento. Alla fine, vado o non vado a votare, anche perché per essere validi i referendum devono raggiungere il quorum del 50% dei votanti? Forse non ci vado, ma prometto che (forse) il 12 giugno non andrò al mare, anche se ci sarà il sole…