Quante somiglianze tra il Coronavirus
e la peste antonina dell’Impero romano

La storia può aiutarci a non considerare la pandemia di Covid-19 un imprevisto grave ma trascurabile lungo la strada del (presunto) progresso? Può farci capire che la diffusione planetaria di malattie contagiose è uno dei fenomeni inevitabili in una società globalizzata, dimostratasi incapace di prevedere il proprio impatto sul pianeta e su noi stessi? Vedremo. In attesa di risposte, qualcuno, tanto più di questi tempi, cita scaramanticamente la celebre locuzione latina “Historia magistra vitae”, contrazione di un concetto ciceroniano assai più complesso; altri ricordano che “la storia siamo noi, nessuno escluso”, verso di degregoriana memoria. Pochi però sono consapevoli del fatto che, come ha scritto lo storico Fernand Braudel, “la storia non è altro che una continua serie di interrogativi rivolti al passato in nome dei problemi e delle curiosità – nonché delle inquietudini e delle angosce – del presente”.

Infatti l’emergenza sanitaria, evocando antiche paure, ha portato molti a citare la peste raccontata da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi (quella che ebbe l’acme nel 1630). Tuttavia, al di là di evocazioni e citazioni, siamo stati portati a considerare la pandemia in corso una novità del XXI secolo, anche per la velocità con cui si è diffusa a livello globale. Invece non è così: c’è già stata una pandemia simile, che potrebbe insegnarci qualcosa. Non è quella di manzoniana memoria, sarebbe troppo “facile”. È molto più antica, risale al II secolo dC; però ha tantissimi punti in comune con quella dei nostri tempi: si svolgevano già scambi internazionali di merci e intensi movimenti di persone tra Europa e Asia, tra Est e Ovest.

La peste antonina. Storia della prima pandemia: dalla Cina alla Roma imperiale (Salerno Editrice, Roma, 2021), libro scritto dal giornalista e divulgatore storico Giuseppe Testa, si propone proprio di riallacciare i fili tra quel lontano passato e il presente; togliendoci l’illusione di essere protetti da una bolla temporale, indifferente al prima e al dopo. Semmai, siamo pienamente immersi nel flusso degli eventi, la maggior parte dei quali provocati dalle nostre scelte e non da un destino ineluttabile o da eventi naturali inevitabili. Ebbene, sotto Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, quella peste (che in realtà è stata una maxi-epidemia di vaiolo, a giudicare dai sintomi descritti nei documenti coevi) colpì l’Impero romano al massimo della sua espansione (circa 6 milioni di Km2 su tre continenti), uccidendo 10 milioni dei suoi 80 milioni di abitanti.

Gli storici finora hanno offerto valutazioni diverse sull’impatto e la diffusione del morbo, però più o meno sono stati tutti concordi nel ritenere che la virulenza si sia espressa solo dentro i confini imperiali. Testa cerca invece di guardare a quella catastrofe seguendo il punto di vista di virologi ed epidemiologi contemporanei. Con la consapevolezza (del tutto assente nel II secolo e fino al XIX) che esiste la trasmissione di infezioni di origine animale (zoonosi) all’uomo (una di queste è proprio il Covid-19); viene favorita dalla forte concentrazione di esseri umani e animali in aree limitate, come le città e gli allevamenti. Cosicché l’autore, grazie a elementi forniti da documenti romani e cinesi della stessa epoca, trova la testimonianza di una “peste” simile, con sintomi analoghi, da una sponda all’altra dell’Eurasia.

Testa confronta le fonti storiografiche latine e quelle cinesi per ipotizzare una circostanza del tutto inedita: il vaiolo giunse nell’Impero romano dalla Cina imperiale degli Han grazie al fatto che, più o meno direttamente, in Persia i legionari romani in guerra coi Parti si incrociarono con i mercanti cinesi; questi avevano stabili sedi di rappresentanza da quelle parti e a loro volta probabilmente erano stati contagiati dai cammelli battriani, diffusi nell’Asia centrale e usati per il trasporto delle mercanzie. Un punto di vista che prevede un percorso del Variola-virus molto simile a quello seguito dal coronavirus, responsabile del Covid-19. Inoltre – per citare un’altra analogia con la globalizzazione dei nostri giorni – la diffusione appare favorita da un benessere crescente nei due Imperi, che suscitò un grande scambio di merci, via terra e via mare, tra le due superpotenze dell’epoca, incentivando una mole sempre più grande di interazioni tra popolazioni prima isolate.

Il libro, per contestualizzare l’evolversi della pandemia, spiega con molti dettagli quali fossero i rapporti commerciali tra cinesi e romani quasi 2.000 fa: sono stati molto intensi ma indiretti, mediati da altri popoli. Con la Roma dei ricchi e del potere che amava ostentare la seta come segno di benessere e di superiorità, comprandone tantissima a prezzi esorbitanti; così come i potenti della Cina adoravano i prodotti del Mediterraneo, dal vino al bisso, una specie di seta ottenuta con filamenti secreti da un mollusco bivalve tipico del Mare nostrum: la Pinna nobilis, nota come penna o nacchera.

“L’esplosione di una malattia è… la conseguenza di una combinazione di fattori naturali e fattori sociali”, scrive nella prefazione del libro Kyle Harper, fra i maggiori esperti mondiali nel campo dell’evoluzione delle pandemie nel corso dei secoli. “La storia della peste antonina è innanzitutto una storia della manipolazione umana della natura e delle conseguenze, non certo volute ma inevitabili, dello sfruttamento delle sue risorse. …Comprendere a fondo la storia della globalizzazione può aiutarci a rintracciare le molteplici strade, talvolta invisibili, che il destino dell’umanità allaccia in un unico percorso, come nei tempi passati così in quelli presenti”.

L’augurio è che si riesca nell’impresa auspicata da Harper. Di certo, tornando al detto “Historia magistra vitae”, finora il ruolo di maestra attribuito alla storia è stato piuttosto mortificato, a giudicare dai risultati. Tanto che Niccolò Machiavelli scriveva già nel XVI secolo: “Non si truova principe né republica che agli esempli delli antiqui ricorra. Il che credo che nasca… dal non avere vera cognizione delle storie” (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, 1513-1519, libro I, Introduzione). Non resta che sperare. Magari, dopo la pandemia di Covid-19 (e anche le conseguenze del riscaldamento globale), qualche cognizione ci entrerà in testa, al di là dei bla-bla-bla istituzionali, giustamente fustigati dalla giovane leader ambientalista Greta Thunberg.

 

 

 

 

Giuseppe Testa

La peste antonina. Storia della prima pandemia: dalla CIna alla Roma imperiale

Salerno Editrice, Roma 2021