Quando Togliatti minacciò:
“Volete farmi fuori? Bene, provateci…”

La vicenda del 1956 scatenò nel Pci lotte, crisi, burrasche che si prolungarono fino a tutti gli anni Sessanta, sino alla radiazione del gruppo de «il manifesto». L’avversario politico e la stampa borghese non se ne avvidero o colsero solo alcuni momenti più clamorosi, avvezzi a misurare le vicende del Pci con un metro molto sommario e spesso ottuso. Dal punto di vista elettorale, in verità, dopo l’evento del ’56, non ci furono perdite vistose di voti e, anzi, nelle elezioni politiche del 1963 il Pci compì un significativo balzo in avanti, che si prolungherà poi ininterrottamente, fino al clamoroso successo del 1976, quando Aldo Moro, commentando quelle elezioni politiche, parlò di «due vincitori»: la Dc e il Pci.

Eppure, a partire da quell’anno cruciale, nei secondi anni Cinquanta e poi ancora negli anni Sessanta, nel Pci fu aspra burrasca, duro confronto di idee. (…). In quella dura verifica nemmeno Togliatti, con la sua straordinaria autorità, passò del tutto indenne. C’erano già state le burrasche della primavera del 1956, il tempestoso Consiglio nazionale dell’aprile, il Comitato centrale di luglio. Parve per un momento che l’VIII Congresso avesse ricomposto un’unità, se non riportato la calma. Ma non era vero. Lo scontro esplose duramente, come non avevo visto mai, al Comitato centrale che si tenne dopo il XXII Congresso del PCUS nel 1961. Chruščëv, insieme con l’esaltazione dei successi della sua politica economica, aveva riproposto dalla tribuna del congresso i temi dell’attacco demolitore a Stalin, accompagnandoli con due proposte clamorose: la rimozione della salma di Stalin dal Mausoleo della Piazza Rossa e il cambiamento del nome della città di Stalingrado in Volgograd. Al rientro da quel congresso, in un incontro che ebbi con lui per riferirgli di questioni parlamentari italiane (allora ero vicepresidente del gruppo comunista della Camera) trovai Togliatti di pessimo umore, e mi parlò di Chruščëv con accenti di aperto fastidio, per non dire sarcasmo: la cosa non mi sorprese, ma questa volta c’era una irritazione che non si celava. Come ho detto, quelle due figure non si amarono mai: forse, se pure ci fu un momento di interlocuzione fra loro, non si capirono mai.

 

Togliatti sotto accusa

In quell’autunno del 1961, al Comitato centrale del PCI che si tenne il 10 novembre, dopo il suo ritorno da Mosca, Togliatti fece più o meno come aveva fatto nel marzo del 1956 dopo il XX Congresso PCUS e il «rapporto segreto» di Chruščëv. Parlò soprattutto dei successi dell’economia sovietica, in tono palesemente agiografico (e questo già non persuase). E però aggiunse stavolta una serie di riserve sul modo con cui Chruščëv era tornato sulle responsabilità di Stalin, con un dissenso dichiarato e abbastanza tagliente sul mutamento di nome alla città di Stalingrado. Nel Comitato centrale si scatenò la critica. Parlammo in molti e in chiaro dissenso col segretario. Aldo Natoli chiese un congresso straordinario. Il più netto e il più duro fu, senza dubbio, Giorgio Amendola che difese la fecondità della critica allo stalinismo, ma soprattutto esplicitò – questo fu il punto veramente nuovo – le conseguenze che bisognava trarre per la vita del Partito italiano: rivendicando l’autonomia di giudizio del Partito rispetto all’URSS; criticando la pratica dell’«unanimismo» e sottolineando la necessità delle differenze, sino al costituirsi di maggioranze e minoranze. Era una critica aperta alla condotta di Togliatti e una lettura nuova della vita interna del Partito.

Togliatti intese tutto come un attacco ingiusto e sbagliato, e anche un perdere la testa. Fece una replica durissima, la cui sostanza era quasi letteralmente questa: volete cambiarmi? Provateci. Ce la vedremo nel Partito. E io rivendico la mia libertà di fare una lotta di frazione (fu questa la parola inedita e chiarissima che usò). Ma – prudente come sempre era, anche nelle sue collere più furibonde – disse che non avrebbe pubblicato la sua replica. E tenne duro fino all’ultimo. La discussione tornò nella riunione della Direzione del 17 novembre, dove tutti, senza ritirarsi, ammorbidirono però la tensione, senza spostamenti sostanziali di posizione, ma orientati ad evitare la frattura delicatissima con il grande leader. Il documento conclusivo, affidato a Paolo Bufalini e a Enrico Berlinguer, cancellava l’urto, ma, senza dubbio, segnava un passo avanti nella critica dei comunisti italiani non solo a Stalin, ma al sistema sovietico. Continuava la tattica, così cara al comunismo italiano, della differenza senza conflitto, che a lungo ci illuse.

Partecipai a quello scontro, ma fino a un certo punto. Che cosa non mi convinceva? I temi della differenza dall’Urss e della libertà del confronto interno li sentivo e condividevo con passione, e non da ultimo. Entrato nella Segreteria del Partito, avevo trovato la pratica di rito per cui nella discussione chi voleva esprimere un dissenso cominciava prima di tutto esprimendo il suo accordo con Togliatti, e poi aggiungeva le sue opinioni. Era il famoso metodo che Amendola nella sua brutalità chiamava «tirare la coperta» dalla propria parte, senza mai marcare la diversità. Io mi provai ad usare un altro modo, che era quello del dubitare: dell’usare la formula del «dubbio» rispetto all’opinione consacrata, fosse anche quella di Togliatti. Devo dire con franchezza che, in quella ostinata pratica dubitante, non avevo trovato sostegni. Di più: nella vita concreta del Partito, Amendola era sicuramente intollerante. Alicata, mio amico di giovinezza, lo era altrettanto e di più, anche di più. Pajetta quasi. Né io credevo a una loro conversione. Detto brutalmente, non mi fidavo che da quelle aperture si giungesse al dubbio e al confronto. E presto gli sviluppi della lotta politica nel Partito me ne dettero amara conferma.

 

Il duello sul capitalismo italiano

Lo scontro politico infatti esplose, appena sepolto Togliatti. Intanto il contrasto aveva subito un allargamento importante che lo spostava dalle cose sovietiche alle vicende italiane. Una tappa fu senza dubbio il «Convegno sulle tendenze del capitalismo italiano», organizzato dall’Istituto Gramsci nel 1962. Togliatti non intervenne in quel dibattito, lui così attento alle vicende culturali (e così irritabile su quei nodi). Ma il convegno dall’impegno analitico si estese chiaramente a un discorso di strategia. Si confrontarono due letture del presente: una, quella di Bruno Trentin, tutta orientata a cogliere il senso e le forme dell’avanzata del fordismo in Occidente e delle sue incidenze nell’intreccio delle relazioni produttive e nelle costruzioni ideologiche del neocapitalismo.

L’altra lettura, ribadita rigidamente da Amendola e da Emilio Sereni, poneva al centro l’arretratezza del capitalismo italiano anchilosato dalla sua rigida e angusta struttura monopolistica. Ne sgorgava – per ambedue – il grande compito ‘progressivo’ del movimento operaio di trarre il Paese da quello storico ritardo nello sviluppo. Da ciò l’aspro scontro con Lucio Magri che evocava invece la lotta all’«opulentismo» del capitalismo maturo, con Rodolfo Banfi che contestava le vecchie letture della questione meridionale e con Vittorio Foa che sollecitava l’impegno contro le nuove forme dell’alienazione del lavoro e, soprattutto, concentrava lo sguardo sui conflitti che si aprivano nelle cittadelle industriali e sui compiti inediti a cui veniva chiamato il soggetto sindacale.
Mi pare che i grandi giornali non dettero una riga di quel dibattito. In generale allora essi pubblicavano solo indiscrezioni sulle vicende di vertice, sulle dichiarazioni dei capi o sottocapi. Sembravano credere veramente all’idea di un Pci come macchina di ferro, come plotone sempre in riga, salvo gli scontri di pochi capi. Invece il conflitto politico nel gruppo dirigente del Pci si accelerò. Ed esplose di nuovo alla Conferenza del Partito a Genova, nel luglio del 1965, che, con la relazione di Luciano Barca, rilanciava ostinatamente il discorso sui caratteri del nuovo sviluppo capitalistico italiano e sulle ipotesi di un possibile modello alternativo. Barca fu incenerito nelle sue conclusioni da Amendola, che chiamava a un sano realismo evocando l’importanza dei «soldoni» contro le sofisticherie sull’«opulentismo» e sul «modello di sviluppo», in cui tanti, troppi di noi della sinistra gli sembravamo impigliati. (…).

 

La proposta di Amendola per un nuovo partito

In ogni modo, prestissimo, dopo la morte di Togliatti la battaglia politica e anche – bisogna dirlo – la ricerca nel Partito si riaccesero con ricchezza di passioni e, anche, con violenza. Amendola, che era orgogliosamente consapevole della sua forza di leader, lanciò all’improvviso la proposta di un nuovo partito, socialista o laburista che fosse. Ci fu subito clamore. «Rinascita» (mi sembra) pubblicò una dura replica di un giovane compagno, Romano Ledda, e qualcuno subito disse – non so perché – che Longo era d’accordo. Cominciò un dibattito serrato. Ad aprile intervenne Longo in prima persona, con uno scritto che era senza dubbio di critica e di distanza da Amendola e che, allora, venne classificato – secondo i moduli praticati – di sinistra. Fu nominata una nuova commissione (o un gruppo di lavoro?) che cominciò a lavorare a un testo, il quale partendo da un’analisi di segno marxista (e distante ormai dal leninismo) tentava di formulare un’ipotesi di transizione sociale e di nuovo soggetto politico. Ci lavorarono molto Rossana Rossanda ed altri di noi, con il consenso di Longo. Sembrava si fosse aperta di nuovo una ricerca reale sulle vie possibili di un cammino, sia pure graduale, verso il socialismo, come si poteva vederlo in Italia, all’inizio, ormai, della seconda metà del secolo.

Non ho riletto quei testi. Non so dire quanto vi fosse ancora di utopico o di survalutazione degli eventi o di verifica severa, realistica delle forze in campo. A distanza, a cose fatte, penso che quello scritto fosse interessante ed utile per come leggeva le novità sociali in atto e per come spingeva a leggere i mutamenti, per così dire «strutturali» ormai sulla scena. Ma era di un ottimismo infondato riguardo alla maturazione di una possibile alternativa. La proposta era, assolutamente, oltre che da costruire, da verificare, anche analiticamente. E poi l’Italia era solo un tassello di un Occidente in vorticoso e contraddittorio mutamento. Ad ogni modo, tutto fu presto bruciato senza nemmeno una discussione nel Partito: neppure fra i quadri di vertice. Giorgio Amendola – ma anche Alicata, Pajetta ed altri – lessero subito l’inclinazione di sinistra che era in quel documento e accelerarono la battaglia politica che, presto, divampò. Ed essa fu senza nessuna dolcezza.

 

La sconfitta dell’XI congresso

Una battaglia di frazione. Io ne ero del tutto consapevole, e mi tutelavo anche, perché sapevo che quel tipo di battaglia era proibita, illecita nel Partito comunista di allora, anche se era praticata in modi e a livelli diversi. Il testo che io lessi alla tribuna dell’XI Congresso del PCI che si tenne a Roma nel 1966, esprimeva o tendeva ad esprimere una posizione collettiva, e l’avevo verificata con alcuni compagni della sinistra con cui consapevolmente ragionavo, cercavo e lottavo insieme. Non so darle altro nome se non quello di battaglia di frazione, per usare un termine classico del mondo socialista e comunista (chissà se i giovani di oggi afferrano il senso di questa parola – così delicata e anche rischiosa – del nostro vocabolario d’allora…). Ma non lo dissi alla tribuna del congresso perché, subito, la discussione politica si sarebbe mutata in una secca questione di disciplina. E a me invece premeva di aprire, nel corpo del Partito e anche in pubblico, una questione di merito.

Si potrebbe obiettare che un caso di disciplina fu aperto subito, ugualmente, un attimo dopo, e tanta parte delle critiche furenti che mi furono rivolte prima di tutto ad essa si appellarono: frazionismo. Un compagno di grande intelligenza, Renzo Laconi, la formulò nel modo più sottile: nella riunione di Commissione congressuale, che seguì subito al mio discorso, mi imputò di aver violato la corresponsabilità che sempre doveva esistere nel gruppo dirigente; se capii bene, le decisioni dovevano essere prese insieme. Di fatto, io volevo esattamente rompere quel rito e quel recinto: per me la costruzione collegiale di una linea politica esigeva in radice la libertà e la pubblicità, direi la normalità del dissenso; e questo era uno dei punti preliminari, ma essenziali, da affermare. Di fatto soprattutto su di esso si scatenò la bufera della destra del Partito, trascinando anche Longo (anni più tardi, in un incontro privato a Genzano mi disse con grande onestà che era stato ingannato sulle ambizioni mie di diventare segretario – questione che invece stava nella luna: per conto mio sapevo benissimo di essere parte di una piccola minoranza).

Oggi, a tanta distanza, quella disputa appare persino barocca e ovvia. E difatti altri compagni, pure di orientamento di sinistra, quadri sindacali per esempio, non furono convinti: la questione del dissenso finiva per soprastare e cancellare tutto il discorso sulla proposta sociale che, invece, sempre più occupava la scena e, poi, sarebbe stata la grande o principale ardente questione del Sessantotto alle porte. Io tuttora ho dei dubbi su questa posizione. Per un motivo: in quel crogiuolo degli anni Sessanta, non era possibile una ‘indifferenza’, per meglio dire una separazione tra i nuovi contenuti della lotta sociale e le forme dell’agire politico. C’era una domanda sociale che chiedeva voce e che non stava più nei vecchi contenitori e nei loro codici. Non è casuale che in quegli anni esploda nella società politica italiana il «movimentismo» (…).

 

Che fine ha fatto la “transizione al socialismo”?

Ma alla fine, guardando oggi quelle vicende, da tanto lontano, che senso, che sugo ebbero quei duri contrasti interni e travagli del Pci, nella prima metà degli anni Sessanta, di cui l’avversario politico nemmeno s’accorse? Con quella disfatta della sinistra interna il discorso sulla «transizione al socialismo» (o sulle tappe intermedie, in qualsiasi modo le si voglia chiamare) nel PCI comunque si chiuse. Continuò nel gruppo de «il manifesto». Riemerse in tutt’altre letture e, in modo confuso e fluttuante, nelle invenzioni e nelle escatologie e in alcuni lampi dei movimenti sessantottini che, però, in larga parte, furono orientati dall’invocazione del tutto e subito e, in ogni modo, di uno scontro dove il problema del potere si poneva a breve, su nodi decisivi. Il tema della transizione fece ancora un’apparizione nelle discussioni fugaci sulla «terza via». O tornò rapsodicamente nelle riflessioni eretiche di Riccardo Lombardi.

Ma, nel grosso corpo del PCI, nonostante le parole in corso in certi casi e in certi luoghi, la questione stessa, si potrebbe dire l’ipotesi – per eventuale e dubbia che fosse – di una transizione al socialismo morì o, più esattamente, si dileguò allora, si spense senza dichiararsi, sino alla sepoltura ufficiale della Bolognina. Restò sul campo, stranamente, la parola «socialismo», sulla bocca – che so? – di Enrico Boselli o, a volte, di Giuliano Amato, o (mi pare) a strappi anche su quella di Massimo D’Alema. Ma è chiaramente un residuato bellico, un fronzolo. Sicuramente allude ad altro. Ammesso che alluda. In fondo si rompeva, o si scioglieva, quell’ambiguità che aveva sospinto Togliatti a parlare del Partito comunista italiano come di una «giraffa». Il comunismo italiano, nonostante le nefandezze e le colpe che gli hanno imputato via via i suoi avversari, si recinge e riassume nel compito di sostenere l’evoluzione democratica di un capitalismo segnato da passioni e rigurgiti autoritari, da violenze antiche e moderne e da lunghe angustie e salti improvvisi. Giunto, in sostanza, a questa scelta e autolimitazione, alla metà degli anni Sessanta, è chiaro che il PCI subirà il Sessantotto, anche se fornirà ad esso – è stupido dimenticarlo – quadri, truppe, passioni. E fecondità di ricerche, capacità di scoperte. E quando l’onda sessantottina e l’«autunno caldo» si frangeranno e rifluiranno, il PCI apparirà ancora come speranza di cambiamento prima di tutto a un’onda di giovanissimi che avanzavano sulla scena, quasi scavalcando i sessantottini, e alle masse femminili che venivano proclamando la loro alterità. Apparirà come la forza politica in campo che può mettere in discussione in Italia l’eterna preminenza della Democrazia cristiana. Moro stesso parlerà della forza comunista (il nome è ancora quello) come una possibile alternanza.

Eppure anche questo esito prudente, quasi tutto rinchiuso nel compito di un allargamento della democrazia politica e di un ammodernamento del capitalismo, apparirà inaccettabile a forze e a gruppi della società italiana: tanto era difficile la normalità democratica in un Paese come l’Italia. Verrà il tempo dello ‘stragismo’, le scie di sangue degli attentati ignoti, e anche la congiura disperata dei «brigatisti». Chissà perché (o meglio: lo sappiamo anche) la normalizzazione democratica sarà difficile in Italia. Il secolo, avviandosi al tramonto, preparava altri eventi e svolte clamorose. L’impero sovietico si sfrangiava quasi di colpo. E nella ‘società civile’ avanzava una straordinaria rivoluzione dei saperi recando i nuovi paradigmi produttivi cui daremo il nome approssimativo e incerto di «postfordismo». Tutto il calcolo misurato di Berlinguer e il compromesso politico (appunto: il «compromesso storico») con cui egli si prova ad affrontare quel crinale della storia italiana ne saranno scossi. Tanto è vero che egli, pur così attento alla tattica politica, a un certo punto, farà appello alla risorsa etica. Ma tutto questo viene dopo. Prima c’è il grande tumulto – in Italia più lungo che altrove – della fine degli anni Sessanta.

(Questo brano è tratto dal libro di Pietro Ingrao Memoria (Ediesse), che raccoglie saggi inediti del leader comunista scomparso nel 2015. Il volume, da oggi in libreria, contiene uno scritto di Alberto Olivetti che è anche il curatore dell’opera)