Quando l’assedio della gioia può rompere le gabbie sociali

Nella dualità di ipotesi che fin dal titolo viene evocata (è la gioia ad essere assediata da elementi esterni o siamo noi ad assediarla e in qualche modo smontarla coi nostri comportamenti?) “L’assedio della gioia”, esordio poetico di Francesco Brancati, da poco pubblicato per la casa editrice fiorentina “Le lettere”, propone una serie di questioni aperte che non appartengono solo a chi scrive ma a tutta quella generazione di ventenni e trentenni che hanno visto cambiare radicalmente l’orientamento degli eventi attorno alla propria esistenza.

L’approccio di Konrad Lorenz

Per spiegare questo libro il primo tema da affrontare è quello che ha portato il grande Etologo austriaco Konrad Lorenz (premio Nobel per la fisiologia nel 1973) a ragionare attorno al tema dell’aggressività nel suo famoso “Il cosiddetto male”, uscito nel 1963. Nel testo riposta il lavoro di un suo altrettanto illustre predecessore, lo zoologo americano Wallace Craig: [[ una serie di esperienze sui maschi di tortore dal collare orientale, provandoli gradualmente della femmina per periodi sempre più lunghi, sperimentando poi che cosa fosse ancora in grado di provocare il corteggiamento del maschio. Pochi giorni dopo la scomparsa della femmina della medesima specie, il maschio era disposto a corteggiare una colomba domestica bianca che prima aveva completamente ignorato. Passati altri giorni aveva accondisceso a compiere i suoi inchini e il suo tubare davanti a una colomba impagliata, più tardi ancora davanti a uno straccio appallottolato, e infine, dopo settimane di isolamento, indirizzava la sua corte verso l’angolo vuoto della casetta che gli fungeva da gabbia dove almeno il convergere dei lati diritti offriva un punto di riferimento ottico. Tradotto nel linguaggio della fisiologia queste osservazioni denunciano che dopo una lunga inattività d’un comportamento istintivo, in questo caso del corteggiamento, il valore di soglia degli stimoli che lo innescano si abbassa. ]]

Ora questa soglia è estremamente presente nel lavoro di Francesco Brancati. Ad abbassarsi non è solamente l’impianto sostanziale ma al tempo stesso la struttura poetica e l’intoccabilità del linguaggio. Prose e gerghi colloquiali si alternano come si alternano le fasi della vita in una costante giostra, un saliscendi di paure ed emozioni che conosciamo perfettamente ma che vengono affrontate, ed è questo probabilmente il punto decisivo in una esclusiva dinamica privata, personale, senza nessuna dimensione collettiva. Questo isolamento, da animali in gabbia per tornare a Craig/Lorenz, produce comportamenti teoricamente incomprensibili ma al tempo stesso riconducibili alla costante cattività.

A volte sono le gambe, l’incubo / è pensarle che non reggano, / lo schianto improvviso e preciso / come il movimento del ferro / irresistibile nella gola. // Eppure fa il suo meglio per sorprendere / l’illusione della vista, dire le braccia / prima che rovinino lungo i corridoi / con la pece dentro gli occhi. // Allora sono soltanto un’iride di pena, / acqua verde, mi guidano le piastrelle / del pavimento, dicono gli spazi fino / alla finestra, il respiro enorme della pineta / davanti alla camera da letto, la casa / esplosa di macerie sul finire della frase, / il gesto del bicchiere sul vassoio / poco prima della cena. // Avere un tetto, costruire un riparo, / proteggere le ossa, ripetere lo vedi / adesso le mani hanno smesso di tremare /inventare gli sguardi senza le parole.

La dinamica delle gabbie sociali

Konrad Lorenz

Questa cattività non è frutto degli ultimi tempi (il lavoro di Brancati ha una gestazione di una decina d’anni, con un primo tentativo in un volume collettivo del 2018), ma una barriera interpersonale chiara che travolge tutti, chi scrive e un ipotetico, imprecisato e sempre minore pubblico di potenziali lettori, schiacciati a loro volta nelle difficoltà delle proprie gabbie, ammansiti da qualche excursus sui social, imbellettati da filtri che mimano la realtà senza descriverla.

Pare insomma che ad oggi la narrazione di Houellebecq (citata dallo stesso Brancati) sia centrata e vincente, che le vicende private, il rapporto con la malattia, la precarietà, la difficoltà a trovare il proprio posto nel mondo siano vissute in maniera totalmente univoca, forse per istinto di sopravvivenza (si vedano sempre in Lorenz i capitoli dedicati alle coppie di pesci negli acquari), per impedire uno scontro tra ruoli simili, perché nell’uomo rispetto a molte specie animali non è sufficiente sottomettere l’avversario ma è necessario annientare la persona che ci si trova di fronte.

L’esito raccontato da Brancati con una sapiente poesia colpisce perché con brutalità e lucidità ci mette davanti allo stato delle cose e forse anche per questo, per questa costante e completa consapevolezza, una ipotetica via d’uscita è da considerarsi auspicabile se non addirittura necessaria.

[…] Di sera e al mattino ha sempre questa sensazione, / una sostanza si frappone fra le cose che tocca / e le sue mani: prima di aprire lo stipite della cucina / dice quel muco impalpabile deve per forza / avere a che fare con il rimorso, / l’assenza del rumore non mi fa pensare. […]

Francesco Brancati, L’assedio della gioia, Le Lettere 2022.