Quando l’America decise di fermare
la sfida innovatrice di Gorbaciov

Per chi volesse orientarsi, con una efficace prospettiva storica , nelle tante ricostruzioni dei fatti del novembre 1989, il libro di Giuseppe Vacca (con la collaborazione di Gianluca Fiocco), La sfida di Gorbaciov (Salerno editore, 2019) è sicuramente una guida preziosa.

Tutto cominciò con la fine del Muro

Si tratta di una riflessione critica sul mondo che è scaturito da quella che Vacca definisce la «rimozione» del Muro. Rimozione e non crollo, perché frutto di una scelta politica di Gorbaciov legata al progetto di costruzione di una nuova «Casa comune europea». Rivisitare questo progetto politico, per Vacca, risponde a un’esigenza del presente: individuare, cioé, i punti di un’agenda della politica mondiale che sappia scongiurare il ritorno dell’idea della «guerra inevitabile». Prospettiva del tutto realistica come dimostra Gianluca Fiocco nel saggio che chiude il volume.
Fra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta , quando il sistema della guerra fredda era entrato in crisi, Gorbaciov aveva intuito come il bipolarismo, inteso come modello di regolazione delle relazioni internazionali, non fosse più in grado di reggere alla crescente articolazione della «struttura del mondo». Occorreva, a suo giudizio, passare a un assetto multipolare fondato sulla cooperazione internazionale nell’interdipendenza e nella reciprocità.

Vacca analizza con attenzione i testi di Gorbaciov mettendo in evidenza i punti fondamentali del suo pensiero politico: il reciproco e controllato disarmo atomico; una cooperazione politica ed economica tra Ovest-Est e Nord-Sud fondata su un’articolazione multipolare degli assetti mondiali; l’interdipendenza intesa come passaggio dalla coesistenza alla cooperazione in condizioni di reciprocità; l’affermazione della priorità degli interessi del genere umano unificato sugli interessi di classe. Andare oltre, cioé, la dicotomia «capitalismo-socialismo» non per cancellare i conflitti e il confronto tra visioni del mondo antagonistiche, ma per operare con la consapevolezza di essere «tutti sulla stessa barca e che bisogna comportarsi in modo da non farla capovolgere».

L’obiettivo americano era annientare l’Urss

In ultima analisi, assumere la fine dell’immortalità del genere umano implicava sostituire al concetto di «amico-nemico» quello di «avversario«, estendendo il principio democratico della politica interna alle relazioni internazionali.

Su questo punto si è consumata l’originalità e insieme anche la debolezza del tentativo di Gorbaciov. Spostare l’avversario sul terreno della cooperazione era anche il presupposto per riuscire a riformare l’Urss. Ma l’avversario, inteso come blocco anglo-americano, non aveva intenzione di assecondare questo progetto – che prevedeva come passaggi fondamentali l’accelerazione della crisi dei regimi centroorientali e il sostegno all’unificazione tedesca- il quale avrebbe ridefinito gli equilibri all’interno del continente europeo. Gli Stati Uniti seguivano un’altra strategia, che prevedeva il fallimento di Gorbaciov e la crisi del sistema sovietico come presupposto per creare nuovi spazi al mercato mondiale dentro la nuova globalizzazione.

In pagine di grande interesse Vacca spiega in maniera convincente come la guerra del Golfo del 1991 fu provocata e utilizzata per sferrare il colpo di grazia a quello che era ancora considerato un nemico e non un avversario. Colpo di grazia favorito, inoltre, dall’incapacità di promuovere riforme in grado di rafforzare un consenso solido all’interno del paese.

Il fallimento di un nuovo ordine mondiale

Di certo, dopo la scomparsa dell’Urss il processo di globalizzazione cambiò di natura: la liberalizzazione delle merci e degli uomini seguì a quella dei capitali, nuove immense porzioni della popolazione mondiale, a cominciare proprio da quella dei paesi ex-comunisti, fecero irruzione in un mercato globale asimmetrico. Il progetto di riforma dell’Urss arrivò, dunque, troppo tardi e il suo successo sarebbe dipeso dal sostegno degli occidentali, i quali glielo nagarono senza che la sinistra occidentale giocasse un proprio ruolo autonomo in questi processi. Anche la Cina si oppose: la fine dell’URSS coincise con la fine del bipolarismo senza, però, che si fosse riusciti a costruire un nuovo ordine mondiale.

In questo vuoto della politica s’inserirono i tratti peggiori della nuova globalizzazione: la quale, certo, includeva – anche se in modo differenziato- nelle dinamiche dello sviluppo tutte le aree del mondo ma, al contempo, imponeva come ricorda Vacca uno «sfruttamento barbarico delle aree più deboli, ma anche dei paesi sviluppati, la legge del più forte, la rottura dei legami sociali e delle reti di solidarietà moderne e tradizionali, l’appiattimento culturale della popolazione mondiale, conflitti etnici, disperate migrazioni di interi popoli, il dilagare dell’economia criminale e una crescente insicurezza internazionale».

Le sfide del presente

Da qui le domande sul presente: per Vacca è necessario porsi il problema di un ristabilimento delle condizioni della sovranità sapendo che nell’attuale sistema lo sviluppo non è più fondato sulla crescita di economie nazionali affidata alla regolazione politica, ma sul formarsi di unità territoriali subnazionali e di mercati regionali sovranazionali condizionati dalla competizione globale per attrarre l’investimento dei capitali. Occorrerebbero, dunque, politiche keynesiane coordinate a livello internazionale, insieme al recupero della riflessione di Gorbaciov sull’unità del genere umano e dei rischi che sta correndo.

Un nuovo modello di cooperazione, scrive Fiocco, sarebbe tanto più urgente oggi pensando anche agli equilibri militari: le innovazioni tecnologiche, infatti, stanno spingendo a una diversificazione degli armamenti nucleari. Contemporaneamente il diffondersi della teoria che possa essere conveniente l’uso del nucleare fin dalle prime fasi dei futuri conflitti, negando l’efficacia dei meccanismi della deterrenza, ci sta portando su territori strategici inesplorati senza che vi sia nell’opinione pubblica la consapvolezza necessaria di questi processi. Per Fiocco la barriera fra armi convenzionali e nucleari appare incrinata e deve essere valutata insieme al ruolo dell’automazione in ambito militare e al nostro essere legati ad algoritmi immessi nei computer per affrontare, si spera, nel modo più razionale possibile un’infinita varietà di scenari critici.

 

 

Giuseppe Vacca

La sfida di Gorbaciov

Salerno editore, 2019

con la collaborazione di Gianluca Fiocco