Quando la storia legge l’immigrazione. Dai ricordi zoppi dei leghisti alle invisibili colf

Per capire l’oggi, a volte anche il domani, è utile, utilissimo guardare a ieri. A fare il punto degli studi storici e sociologici sul fenomeno “Immigrazione” un numero quasi monografico di Meridiana, rivista dell’Istituto meridionale di storia e scienze sociali, editore Viella.
Solo negli anni ’70 è finito l’ininterrotto flusso di emigrazione italiana all’estero, nelle Americhe, in Australia, in Europa. Sì, i giovani emigrano anche oggi, ma i laureati e gli specializzati che vanno via ora non sono paragonabili all’enorme flusso di italiani in cerca di una vita migliore che ha spopolato il sud e anche le zone depresse del nord, Veneto e Friuli soprattutto.

Olio dui Nabi Niasse. Foto d Ella Baffoni

Il flusso inverso, quello dell’immigrazione, negli anni ’70 in Italia era già cominciato, sotterraneamente. C’è modo di venire e lavorare in Italia, però tranne rarissimi casi non c’è modo di farlo legalmente. Così sono state le sanatorie a fornire l’unico mezzo di legalizzare persone che già erano qui, che già lavoravano: al nero. La Bossi-Fini non è stata una buona legge, ma almeno ha fatto emergere milioni di lavoratori. Ed proprio ora che la propaganda sull’immigrazione è al vertice del dibattito politico è abbastanza singolare notare il fatto che proprio ora che l’immigrazione sta scemando si abbia la percezione di un’invasione inesistente. Come anche quel fenomeno curioso per cui la più forte opposizione agli immigrati è inversamente proporzionale alla presenza di stranieri in quel territorio.

Disegno di un bambino sulla ports del Baobab, Roma. Foto di Ella Baffoni

E’ solo nel’81, nota Michele Colucci nel saggio introduttivo, che il parlamento ratifica la convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro, proprio alla vigilia una prima sanatoria. Nel’86 l’accordo di Schengen viene firmato dai cinque paesi del Patto di Roma, esclusa l’Italia che li firmerà solo nel ’90.

Di respingimenti in mare si parla fin dal 2008 (Berlusconi), ma poi vennero travolti dalle primavere arabe e dall’emergenza umanitaria che ne seguì, oltre che dal franare della Libia. E intanto le sanatorie restano l’unico modo (con l’eccezione dei rincongiungimenti familiari) per regolarizzare chi arriva in Italia per lavorare.

I rampanti processi di precarizzazione del lavoro hanno penalizzato anche gli immigrati, che ne ricavano il danno aggiuntivo di una nuova clandestinità, quella per licenziamento. Resta immoto il pensiero che l’immigrazione sia un’emergenza, un’eccezionalità e non “una dimensione strutturale di una società complessa – conclude Colucci -. Infine, la difficoltà a governare i flussi di rifugiati e richiedenti asilo, riconosciuti di fatto in modo compiuto solo nel 1990 e catapultati dopo il 2010 al centro di un dibattito politico incapace di assumerne la dimensione specifica e le peculiarità”.

Il numero monografico della rivista sfata alcune narrazioni. Un esempio? Lo studio di Ada Alvaro sulla vicenda degli operai jugoslavi che lavoravano nelle industrie friulane e il dibattito ministeriale tra il 1967 e il ’73. Del tutto inattuale a oggi: l’Europa equipara quei lavoratori agli italiani in tutto. Allora però erano assunti al nero, non essendoci altre possibilità. Nel 68 i ministri degli esteri e dell’interno, Fanfani e Taviani, analizzarono il problema solo dal punto di vista dell’ordine pubblico. Ma poi tutto cambia.

Prima gli italiani, si dice spesso oggi. Ma gli italiani dei lavori offerti dalle ditte friulane nelle cave, nelle miniere o nelle ditte di demolizioni delle navi non ne volevano sapere. Troppo duri, troppo pericolosi, troppo nocivi. E poi spesso le ditte erano in montagna, non c’erano case affittabili per poter portare la famiglia. Che di meglio che assumere i transfrontalieri, che potevano abitare a poca distanza dalle ditte senza gravarle dei problemi logistici? Sono infatti le ditte a premere perché si concedano i permessi di lavoro: con scarsi risultati pratici. I ministeri non riuscirono a trovare un accordo e una soluzione, i lavoratori jugoslavi continuarono a restare clandestini.

Singolari le conclusioni che trae Paolo Barcella dallo studio del razzismo e della xenofobia nella Lega nord collegato alla memoria dell’emigrazione. Decenni di retorica antimeridionale – e lo spazio che gli venne dato dai media – hanno prodotto disastri anche ora che, spostato il disprezzo e l’odio dai meridionali agli immigrati, i meridionali dimenticano le offese per abbracciare un partito di estrema destra senza un sussulto. E non senza rovesciare la stessa valanga emotiva subita negli anni sul nuovo obiettivo. Un esempio? La litania pseudo religiosa che comparve sui muri di Bergamo alta negli anni 80: “O Gesù dagli occhi buoni, fai morir tutti i terroni. O Gesù dagli occhi belli, fai morire solo quelli. O Gesù dagli occhi blu, fai che non rinascan più”. Una esplosione di intolleranza oggi riversata, pari pari, sul nuovo capro espiatorio.

Non è che i nostri leghisti hanno dimenticato “quando gli albanesi eravamo noi” per dirla con Gian Antonio Stella. Inutile ricordar loro le sofferenze degli italiani emigrati. Le ricordano, ma il muro davanti alla verità è solidissimo: noi eravamo migliori, recita la subcultura leghista invidiosa davanti ai migranti venuti dal sud Italia. Per loro è tutto facile, come è facile per gli asiatici e gli africani. Noi sudavamo e soffrivamo, i meridionali vincono i concorsi per corruzione e gli stranieri hanno la diaria e i 35 euro, pretendono persino l’acqua calda e trasporti efficienti. Quel che manca è la capacità di empatia, la capacità di recepire i fatti della storia, di ricordare i linciaggi, le sopraffazioni, l’orrore della clandestinità. L’essere trattati peggio dei cani. Ripetono come un mantra: noi eravamo diversi, gran lavoratori e ricchi di valori morali. Per questo oggi abbiamo sicurezza economica e stabilità sociale. Noi siamo migliori, dicono. E negano l’evidenza dei fatti, non riescono a vedere l’ovvio. La necessità, il bisogno, i sogni e la forza dei migranti di oggi.


Si straparla di invasioni inventate. Una vera ce n’è stata, che ha cambiato le famiglie italiane. Le colf estere, le badanti: ne parla la ricerca di Alessandra Gissi “Le estere. Immigrazione femminile e lavoro domestico in Italia, 1960-80”. Invisibili, soprattutto quando abitano presso le famiglie a cui risolvono problemi giganteschi. Vivono nei quartieri bene, chiuse in casa, visibili solo il giovedì pomeriggio e la domenica, ma passano come uno stormo nei luoghi di appuntamento. Nel ’79 il Censis stima siano centomila. Per l’Inps sono 20.000 nel ’79, la differenza potrebbe essere il lavoro nero. Ma già nel ’76 l’Api-Colf ne conta 50.000. Quale che sia la consistenza numerica, in una società monofamiliare e invecchiata come quella italiana è indiscutibile la necessità di persone che si prendano cura di un anziano o dei figli di donne che non vogliono rinunciare al lavoro, o di persone con gravi problemi sanitari e psichici. Eppure non aiuta il fatto che, come per l’immigrazione maschile, per l’ingresso e l’assunzione i canali sono quasi tutti emergenziali. Pesa l’assenza di dimensione politica e sociale delle colf straniere, se non quando si tratti di aprire vertenze sindacali. Grazie anche, sottolinea Gissi, al confino delle nuove arrivate nei settori disertati dalle italiane, che le costringe a una meccanica sostituzione “nei lavori considerati umilianti o troppo faticosi, pericolosi e privi di gratificazione”.


A svelare la pelosa critica del Pd a Salvini – non che non sia criticabile, anzi: ma da quale pulpito – Enrico Gargiulo analizza la politica sull’immigrazione del governo Gentiloni e dl ministro Minniti: “Una filosofia della sicurezza e dell’ordine”, è il titolo. Proprio da qui discende buona parte dei mali: l’immigrazione viene considerata in sé una minaccia alla sicurezza e all’ordine. Atti formali, conferenze stampa, articoli, discorsi pubblici. Per ridurre la paura si varano i Centri per l’espatrio. Il lavoro volontario-obbligatorio per i richiedenti asilo, qualunque cosa vogliano dire i due aggettivi opposti. Di qui nasce il Daspo urbano, usato per la verità a largo spettro anche per mendicanti e homeless.
E’ stato per primo Minniti, non Salvini, a occuparsi dell’immigrazione in chiave di sicurezza internazionale, sicurezza come benessere e come controllo, come selezione tra gli aventi diritti fondamentali. E come esclusione di chi non accetta forme di inclusione parziale o differenziale: “a prescindere dalla sua effettiva realizzabilità – conclude Gargiulo, l’idea di sicurezza e ordine di cui l’esponente democratico si fa promotore rimanda a un modello di società gerarchico e stratificato”.