Quando Berlinguer indicava la via del disarmo e del negoziato

Questa nostra discussione si svolge in un momento oscuro e grave della vita mondiale che pone a noi, rappresentanti dei popoli dei nostri paesi, il problema della capacità o meno di sviluppare una politica e una iniziativa positiva dell’Europa in questa crisi acuta delle relazioni internazionali. È ben nota, e del tutto limpida, la nostra posizione sugli avvenimenti dell’Afghanistan. Immediatamente noi abbiamo riprovato l’intervento militare sovietico chiedendo che ad esso venisse posto termine. Ci siamo così ispirati innanzitutto a una posizione di principio che ci ha indotto sempre a condannare ogni violazione del diritto dei popoli all’indipendenza nazionale e alla libera scelta del proprio sviluppo.

Natalia Ginzburg Enrico BerlinguerPiù volte, anche in questo dopoguerra e negli ultimi anni, questo diritto è stato calpestato dai paesi capitalisti, e in particolare dagli USA. E sempre si è levata la nostra voce di riprovazione e di condanna. Lo stesso non possono certo sostenere tutte le forze politiche presenti in questa assemblea. Il fatto che in Afghanistan l’intervento sia stato operato da un paese socialista, diretto da un partito comunista, non ci fa allontanare da questa nostra linea coerente e di principio. La nostra posizione è stata tanto più recisa in quanto l’intervento sovietico si è collocato in una situazione internazionale già carica di tensioni (nel Golfo Persico, nel Medio Oriente, nel sudest asiatico, in varie zone dell’Africa, negli stessi rapporti est-ovest) determinando un ulteriore suo deterioramento. Oggi, di fronte a noi sta un quadro fosco e gravido di minacce.

Il primo elemento preoccupante è che non solo tutti i negoziati sul disarmo sono ormai paralizzati, ma che la stessa ratifica degli accordi già raggiunti, come il Salt 2, è messa in discussione e si sta per contro registrando un nuovo salto quantitativo e qualitativo nella corsa agli armamenti. Qui sta l’errore grave della decisione adottata a Bruxelles dal consiglio della NATO. Altrimenti starebbero le cose se fosse prevalsa la linea proposta da noi, da altre forze politiche e da alcuni governi europei: quella, cioè, di rinviare, almeno per un certo periodo, ogni decisione sulla produzione e l’installazione di nuovi missili americani, chiedendo contemporaneamente all’Unione Sovietica di sospendere la fabbricazione e la dislocazione degli SS-20, e aprendo quindi subito un negoziato tra i due blocchi per una verifica dei reali equilibri militari e per tentare di stabilirli a livello più basso.

Ma quel che più allarma, in questo momento, è il deterioramento del clima politico mondiale, il venir meno di un minimo di reciproca fiducia e, soprattutto, l’acuirsi giorno per giorno della contrapposizione e dura contesa tra le due maggiori potenze, con tentazioni crescenti all’uso e alla minaccia della forza militare e con altre varie forme di pressione economica e politica. Si è come in presenza di una intensificata militarizzazione della politica e dello stesso pensiero politico. Domandiamoci dunque: dove porterà tutto questo? La nostra risposta è che l’inasprirsi del contrasto tra URSS e USA può portare solo alla fine della distensione. Ma la fine della distensione in un mondo reso già così instabile da una sempre più grave crisi economica mondiale, da tanti squilibri e da tanti motivi di crisi e di conflitti, non significherebbe oggi solo un ritorno alla guerra fredda, di cui l’Europa subirebbe peraltro pesanti conseguenze economiche e politiche, ma creerebbe un pericolo incombente di conflagrazione generale. Infatti, nel mondo di oggi, la distensione non ha alternative.

Per noi la scelta da fare è dunque chiara: bisogna invertire la tendenza attuale, interrompere subito la spirale degli atti di forza che rispondono ad altri atti di forza, delle azioni e ritorsioni. Bisogna riaprire la via del dialogo e del negoziato. Ci sono, e sono grandi, le forze che già parlano e che possono agire in questo senso. Dicendo questo pensiamo anzitutto all’azione di sterminate masse di uomini semplici che vogliono vivere in pace, ma pensiamo anche all’iniziativa dei paesi non allineati e a quella di alte autorità spirituali quali la Chiesa cattolica. E pensiamo in primo luogo alla funzione insostituibile che può e deve svolgere questa nostra Europa. È in momenti come questi che è messo alla prova quell’impegno europeistico che non può ridursi a vuote parole, ma che deve esprimersi in una convinta e reale capacità di iniziativa autonoma. Ponendo questa esigenza non proponiamo un distacco dei nostri paesi dall’alleanza di cui fanno parte.

Il problema, però, è quello del come si sta e si opera in questa alleanza. Ci si vuole stare accettando passivamente tutte le proposte e decisioni degli USA? Questa è in sostanza la posizione di una parte dei governi e delle forze politiche dell’Europa occidentale, tra le quali alcune puntano ormai apertamente alla tensione. O vogliamo stare nell’alleanza affermando il nostro diritto-dovere di sviluppare e far valere una comune posizione europea che sappia resistere a ogni pressione, che spinga verso un ulteriore peggioramento delle relazioni internazionali, promuovendo invece un’azione rivolta alla distensione e alla cooperazione? Questa è la nostra posizione ed è anche, a noi sembra, la posizione di altre forze, e non solo di orientamento socialista, le quali sentono che l’Europa ha da svolgere un ruolo essenziale per impedire che cresca ancora il fossato che si sta pericolosamente allargando fra le due maggiori potenze. È sempre chiaro, per noi, che la pace mondiale dipende in modo decisivo dalla politica degli USA e dell’URSS e dai loro reciproci rapporti. Ma è anche chiaro —

Enrico Berlinguer
Enrico Berlinguer

e i fatti lo stanno dimostrando — che la dinamica in atto tra Washington e Mosca, anche al di là delle rispettive intenzioni, non sta conducendo il mondo alla sicurezza, alla distensione, ad un assetto di coesistenza e di cooperazione.

Per invertire questa tendenza e per contribuire a indurre i due grandi a svolgere positivamente la funzione che loro compete, è non solo utile, ma indispensabile una specifica politica europea: una politica di moderazione, di saggezza e di iniziativa costruttiva. Una specifica iniziativa europea è anche essenziale per contribuire a superare i drammatici squilibri economici e sociali tra il Nord ed il Sud del mondo e che diverrebbero ancora più esplosivi se continuasse la tendenza alla tensione tra gli USA e l’URSS, tra l’Est e l’Ovest. Gli squilibri, le ingiustizie, le sofferenze, la fame, la denutrizione che colpiscono miliardi di uomini sono il tragico retaggio di secoli di dominazione colonialista e di rapina imperialista. Ma oggi questi popoli e paesi non accettano più le imposizioni del passato e le inferiorità del presente. In ultima analisi, come ha affermato nei giorni scorsi il presidente del nostro gruppo Giorgio Amendola, “l’umanità potrà salvarsi dalle catastrofi che la minacciano soltanto se saprà trovare un nuovo sistema di cooperazione economica che permetta lo sfruttamento razionale di tutte le risorse della terra a cominciare da quella, la più preziosa, dell’intelligenza dei suoi abitanti. La creazione di questo ordine economico universale presuppone disarmo e pace”.

È in queste direzioni che deve andare la politica europea: promuovendo iniziative anche nuove per il disarmo; rifiutando ogni forma e tentazione di neocolonialismo; stabilendo con i popoli e paesi del terzo mondo uno schema di rapporti fondati non sul semplice aiuto, ma sulla uguaglianza e la cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Ma bisogna anche dare la prova di comprendere che la causa della pace e della giustizia nel mondo non tollera più quei privilegi e quegli sprechi, quei modelli di vita e di consumi propri delle società industrializzate, i quali offendono, feriscono e suscitano la legittima reazione di grandi masse umane, di interi continenti. Non vi è certo molto da attendersi, su questo terreno, dalla parte più chiusa dei gruppi borghesi dominanti. Ma bisogna aggiungere che anche nel movimento operaio dell’Europa occidentale non vi è ancora consapevolezza adeguata della portata delle trasformazioni che si impongono nel tipo di sviluppo e nei modi di vita dei paesi industrializzati per creare assetti sociali fondati, al tempo stesso, sulla parsimonia e sulla giustizia. A questi compiti di trasformazione sociale e di costruzione di un mondo liberato da ogni forma di oppressione e di prevaricazione, di un mondo più giusto, più libero, più sicuro noi ispiriamo la nostra azione e tutte le nostre posizioni, la nostra politica di unità delle classi lavoratrici e di tutte le forze democratiche e di pace.

(Discorso pronunciato nell’aula del Parlamento europeo il 16 gennaio 1980)