“Ariaferma”: quel film dietro le sbarre dove può sopravvivere la speranza

“Ariaferma” , di Leonardo Di Costanzo, presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia, può essere un pugno nello stomaco per chi di fronte ai problemi della vita in detenzione preferisce glissare. Ma anche per chi l’argomento l’ha nel cuore.

Può anche essere poesia, lezione di umanità, preghiera laica, trattato di sociologia. Oppure uno splendido e scarno ritratto di umanità spesso dimenticate, i detenuti (per giunta in un carcere in dismissione di una zona isolatissima della Sardegna) e le guardie penitenziarie, tutti necessariamente a stretto contatto fra di loro.

Leonardo Di Costanzo

La bravura di Toni Servillo e Silvio Orlando

Alla riuscita di questa bella opera contribuisce di sicuro la bravura quasi imbarazzante di Toni Servillo e Silvio Orlando, per la prima volta insieme sullo schermo, così come tutti gli altri eccellenti attori (fino al più giovane, in galera per scippo e tragicamente destinato ad un futuro senza speranza).

Ma è la guida di Di Costanzo, regista ischitano classe 1958 (tre film all’attivo negli ultimi nove anni, diversi documentari, già premiato per l’originale, umanissimo e coinvolgente “L’intervallo”, nel 2012) evidentemente dotato di uno sguardo, di una sensibilità, di una attenzione e percezione innate verso certe realtà, a rendere “Ariaferma” un film e una storia che non si dimenticano.

Dalle iniziali immagini del luogo in cui veniamo accolti, dalla natura aspra e silenziosa, dalla costruzione antica ed altera, dalla solitudine che sembra avvolgere sia il personale (che sperava di andar via e deve rimanerci) che i detenuti (italiani e stranieri, con i loro fantasmi, i loro principi, le loro personalità) fino alla necessaria permanenza (non si sa per quanto, prima di essere trasferiti) ed alla catena rapida di eventi (rivolta interna per il cibo, black out elettrico che spinge verso estemporanei e rivelatori nuovi rapporti umani), veniamo coinvolti in modo quanto mai naturale e realistico nella vicenda-dramma collettivo che sembrerebbe evocare il Deserto dei Tartari del magnifico Dino Buzzati, vivere nell’attesa di qualcosa che non arriverà mai, e doversi di conseguenza adattare all’eventualità, magari reinventadola, la realtà.

Uno straordinario “confronto” umano

E dentro la vicenda, tra coloro per i quali si prova un sentimento di accoglienza ed empatia (il giovane detenuto smarrito e di animo buono, incappato in un tragico gesto che ne rovinerà la vita) ed altri che disturbano nel loro realistico atteggiamento reazionario (il poliziotto che vorrebbe solo punire e reprimere) si staglia, intenso e drammatico, il confronto fra i due “leader” degli apparentemente opposti fronti: Toni Servillo, ispettore capo che prende il comando alla partenza della Direttrice del carcere, e Silvio Orlando, triste ma lucido detenuto, probabilmente in passato boss della malavita e responsabile di omicidi, naturalmente dolente capo carismatico di quel piccolo gruppo di quindici prigionieri.

Da un iniziale rifiuto del “buono” a vivere qualsivoglia relazione con l’altro, del quale peraltro intuisce non solo la scaltrezza ma anche una celata profonda umanità ed un senso di giustizia anche verso gli “ultimi”, grazie alla comune frequentazione per quanto forzata all’interno di una ispiratrice cucina, cresce una reciproca consapevolezza che qualcosa potrebbe essere diverso, che una speranza esiste, che si possano creare, all’improvviso, situazioni capaci di alterare in meglio la scarna e livida vita di quel luogo.

Ma, come nel deserto buzzatiano, alla fine restano (e restiamo) tutto sospesi, non ci sono illusioni, c’è la realtà. E ci sono le vicende umane, le piccole scelte, le fessure dell’animo umano che lasciano trapelare luce. E, per apparentemente irrilevanti che siano, riescono a dare barlumi di vera vita all’esistenza.