“Giorno della Memoria”: si può “declinarlo nelle diverse realtà”?

Ogni volta che si discute della Shoah e dei modi con cui essa viene rievocata, nascono inevitabilmente discussioni su quale senso debba avere oggi ricordare la grande tragedia della storia del Novecento e sull’eventualità di includere nella memoria pubblica del 27 gennaio anche altre vicende di violenze, genocidi e repressioni rispetto agli orrori verificatisi in Europa tra la metà degli anni Trenta e il 1945. Era ovvio, dunque, che il tema tornasse ad essere oggetto di dibattito e di confronti, com’è avvenuto anche con la pubblicazione sul nostro sito dell’articolo “Giorno della Memoria, come declinarlo nelle diverse realtà” a firma di Andrea Aloi.

Rivitalizzare il Giorno della Memoria

Il punto che si presta di più alle discussioni è quello in cui Aloi lancia la seguente proposta: “Ogni Paese potrebbe declinarlo [il Giorno della Memoria] in modo diverso, potrebbe arricchirlo secondo storia e sensibilità, renderlo attuale, militante davvero”. Naturalmente,  la necessità di rivitalizzare la ricorrenza del 27 gennaio è largamente condivisa, senza per questo sminuire la portata della Shoah (come tra l’altro specifica l’autore stesso nel suo articolo). Ma, sarà forse il caso di considerare l’eventualità che quanto suggerito da Aloi possa esporsi a grossi pericoli e fraintendimenti. Non certo perché si possano leggere nelle sue parole intenti di carattere revisionistico, ma perché c’è il rischio che estendere in tale maniera la portata del Giorno della Memoria possa dare il via ad una sorta di eterogenesi dei fini che rischierebbe di piegare, all’interno del dibatto pubblico italiano, in senso nazionalistico e autoassolutorio il significato di una giornata così importante.

Sappiamo tutti molto bene quanti danni ha creato e continua a creare la legge 92 del 2004 che, col fine di equiparare oppressi ed oppressori – se non proprio di rivendicare la giustezza dei crimini italiani in Jugoslavia –, ha istituito il Giorno del Ricordo. È, questo, un bruttissimo precedente che deve essere tenuto in considerazione nel discorso che stiamo affrontando. Non per spirito polemico, ma proprio perché è perfettamente condivisibile l’affermazione di Aloi sul fatto che “il 27 gennaio non deve essere solo rito, per quanto dovuto ed esemplare, ma elaborazione intima, discussione dei processi, dell’oggi che nasce dal passato, di riflessione sui compiti di una società aperta e con gli occhi civilmente aperti”. Ma lo sono con una sfumatura diversa. Si poptrebbe, allora, lanciare una controproposta.

L’ipocrisia delle istituzioni

La prima cosa da fare se si intende dare un senso più profondo alle commemorazioni che vengono fatte in occasioneLiliana Segre al parlamento europeo del Giorno della Memoria sarebbe prima di tutto continuare ad evidenziare con forza le responsabilità dei fascisti, partendo dal fatto che spesso non è adeguatamente sottolineato come l’Italia già negli anni Venti avesse gettato le basi per la creazione di un proprio universo concentrazionario e che sia stato l’unico Paese ad aver approvato una normativa sul modello delle leggi di Norimberga prima dello scoppio della guerra: le cosiddette “leggi razziali” emanate a partire dal 1938. L’Italia, insomma, è da considerarsi a buon diritto carnefice a prescindere anche dalle volontà dell’alleato tedesco.

Sul tema c’è da tempo un’ampia ricerca storiografica, che però non è stata recepita da un dibattito pubblico volutamente impermeabile alle analisi di chi pratica la storia per mestiere. Il clima maggioritario (se non generale) di ipocrisia è stato squarciato dal Presidente Sergio Mattarella, che in questo settennato ha compiuto due gesti molto importanti. Il primo, è stato nominare senatrice a vita Liliana Segre, internata nelle carceri della Repubblica Sociale prima di essere deportata ad Auschwitz, mentre il secondo è stata la visita assieme all’omologo sloveno Borut Pahor al palazzo del Narodni dom di Trieste e a Basovizza (bisogna precisare però che in quest’ultimo luogo, allo stato attuale, non c’è traccia di vittime italiane, come ha ben spiegato tra gli altri storici Eric Gobetti). Due gesti dalla forte valenza simbolica, ma che, purtroppo, non hanno cambiato la scarsa sensibilità di parte delle istituzioni e della classe politica.

È forse per questo, dunque, che servirebbe un lavoro che partisse “dal basso”, un lavoro capillare e minuzioso che potesse rinvigorire la memoria collettiva a partire dalla scuola. Chi scrive ha avuto la fortuna di incrociare negli anni del liceo un professore di storia e filosofia che aveva la buona abitudine di portare gli alunni delle sue classi a visitare i campi di Auschwitz-Birkenau, il Museo Storico della Liberazione di via Tasso e il Mausoleo delle Fosse Ardeatine. Seguendo in parte il suo esempio (e quello di tante altre professoresse e tanti altri professori), forse sarebbe utile promuovere maggiormente viaggi di istruzione non solo nei siti della Shoah più noti, ma anche nei luoghi dei crimini compiuti dagli italiani nei Paesi stranieri occupati. Non per forza occorre andare nella lontana Etiopia, ma basterebbe fermarsi un passo da casa: a Lubiana, a Podhum, ad Arbe e negli altri territori dell’ex Jugoslavia, per fare un esempio. Spesso e volentieri, infatti, nonostante le buone intenzioni, a scuola lo sforzo di ricordare si esaurisce nella visione una volta l’anno di film retorici e banalizzanti, che non restituiscono minimamente la percezione di cos’è stato l’Olocausto. Uno sforzo insufficiente che tra l’altro il più delle volte si interrompe quando i ragazzi iniziano l’università.

Paesaggi della Memoria

Risiera_di_San_Sabba_2Un’altra iniziativa che andrebbe promossa con forza è l’istituzione di una rete nazionale dei luoghi della Shoah in Italia e sarebbe il caso che se ne facesse promotore il Ministero della cultura (anche se difficilmente accadrà con l’attuale ministro, che voleva porre un uomo di simpatie rautiane a capo dell’Archivio Centrale dello Stato). Ad oggi esiste Paesaggi della Memoria, una realtà virtuosa che unisce musei, parchi e siti accomunati da storie di deportazione, occupazione militare e resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli enti che attualmente aderiscono all’iniziativa, però, sono ancora pochi e sono quasi tutti concentrati tra il Centro e il Nord Italia (il Sud anche qui è scandalosamente quasi del tutto assente). Servirebbe un maggiore coordinamento: secondo le stime degli storici, il numero di campi di concentramento in Italia oscillerebbe tra i duecento e i duecentocinquanta. E di questi quasi nessuno gode dello status di monumento nazionale come la Risiera di San Sabba (sito eccezionale perché unico campo di sterminio in terra italiana, gestito tra l’altro dai nazisti). Spesso si tratta di luoghi totalmente dimenticati o recuperati da fondazioni ed enti locali dopo anni di incuria e di abbandono e di cui sono rimasti in piedi pochi o singoli edifici. Nonostante il loro pessimo stato di conservazione, però, costituiscono un paesaggio storico diffuso su tutto il territorio nazionale, traccia di una parte molto importante della nostra storia recente. Dunque sono siti di grande interesse dal punto di vista culturale e che andrebbero adeguatamente tutelati e resi fruibili.

C’è però un caso in cui abbiamo appreso una giusta lezione dagli altri Paesi europei, ed è quello delle pietre d’inciampo. In Italia, a partire dal 2010, grazie soprattutto all’impulso di amministrazioni di centrosinistra, è cresciuto sempre di più il numero di questi blocchetti ricoperti di ottone, posti davanti alle case delle persone deportate e morte nei campi di sterminio. Un progetto che dovrebbe essere promosso con maggior sistematicità dato che, calpestando queste pietre mentre si percorrono tutti i giorni le strade delle città, si rievoca quotidianamente il ricordo della Shoah.

Insomma, prima di estendere il significato del Giorno della Memoria, bisognerebbe metter mano ad un lavoro capillare, continuo da parte delle istituzioni (ma non solo) per commemorare la Shoah e preservarne la sua drammatica memoria in uno sforzo di crescita dei cittadini più giovani e di educazione permanente di quelli più adulti. Forse così si potrebbe finalmente dare al Giorno della Memoria quel carattere di “elaborazione intima” che ci aiuterebbe difendere su basi solide i principi della nostra democrazia.