Putin partner scomodo, Pechino può giocare un ruolo di pace

È durata poco più di due ore, giovedì mattina, la telefonata tra Joe Biden, presidente degli Stati Uniti d’America, e Xi Jinping, presidente della Repubblica Popolare Cinese. E quel che di questo piuttosto lungo “scambio di vedute” è infine trapelato, può essere facilmente riassunto in due parole ed in un proverbio.

Più specificamente: nelle due parole – “implicazioni e conseguenze”, entrambe non specificate, ma presumibilmente pesanti – con le quali Joe Biden avrebbe comunicato al suo interlocutore cinese i rischi connessi ad un concreto appoggio (leggi: invio di armi ed aiuti economici) all’invasione russa dell’Ucraina. Ed il proverbio col quale, secondo l’agenzia Xinhua, Xi Jinping avrebbe a sua volta ribadito, con molto orientale saggezza, la posizione cinese di fronte alla crisi: “Che sia chi ha messo la campanella al collo della tigre quello che dal collo della tigre la tolga”. Ovvero: l’attacco – o la “operazione militare” come la chiama Putin – della Russia contro l’Ucraina, non è a conti fatti che il prodotto d’una reiterata e provocatoria espansione della Nato verso Est. Voi siete la vera causa della rabbia della tigre e della guerra che la tigre ha lanciato. E voi, se davvero è la pace quel che volete dovete, adesso, per la pace creare le condizioni. Questo è, nella sostanza, quel che Joe e Xi si sarebbero detti l’un l’altro nel corso del colloquio. Due ore, due parole, un proverbio…Tutto qui.

Niente di nuovo dal fronte orientale, verrebbe da dire riesumando (e parafrasando) il titolo del capolavoro di Erich Maria Remarque. Mentre in Ucraina cadono le bombe ed intere città vengono rase al suolo, mentre la gente muore ed è costretta, per non morire, a fuggire dalle proprie case e dalla propria terra, la diplomazia – unica possibile alternativa ad un conflitto, o meglio, ad un’aggressione che minaccia di “universalizzarsi” e di “nuclearizzarsi” – va placidamente ruotando attorno a se stessa, riciclando frasi fatte. Joe Biden che “ammonisce” e Xi Jinping che “ribadisce”. Tutto come prima, tutto come sempre, mentre ogni giorno, ogni ora, ogni secondo, la guerra – una guerra d’invasione – regala al mondo le sue notizie di morte. Ma è davvero così?

L’alleanza “senza limiti”

Forse no. Ed una lettura un po’ meno epidermica degli eventi lascia intravvedere, oltre le “implicazioni e le conseguenze”, oltre le “tigri” ed i “campanelli”, processi che vanno in direzioni potenzialmente diverse da quelle che portano alla distruzione d’un paese sovrano e ad una (più o meno nucleare) catastrofe globale. In che modo? Per avviare questa speranzosa lettura occorre, in realtà, fare un piccolo passo indietro. Solo un mese fa – di fatto alla vigilia dell’invasione dell’Ucraina – Vladimir Putin e Xi Jinping s’erano incontrati in pompa magna al Cremlino ed avevano solennemente sottoscritto un patto da loro altrettanto solennemente definito “molto più d’una semplice alleanza”. Più ancora: avevano annunciato un’alleanza “senza limiti”, perché fondata su solidissimi interessi economici ed ancor più solidi, anzi, decisamente strategici interessi politici.

Cina e Russia, in sostanza, si univano in un patto d’acciaio per rispondere assieme a quella che entrambi considerano una sistematica “aggressione dell’Occidente”. O, più concretamente: per difendersi dalla politica di “regime change” che gli Stati Uniti, l’Europa ed i vari paesi che si identificano con la “civiltà occidentale” vanno praticando in ogni parte del pianeta. Con nel centro del mirino, per l’appunto, Cina e Russia.

Qualche commentatore politico con il gusto del paradosso ha creduto di vedere, in questa “super-alleanza”, una riedizione ribaltata della politica che, al termine della Grande Guerra, nel propugnare la fondazione della Società delle Nazioni, era stata lanciata (ahinoi molto velleitariamente) da Woodrow Wilson. Per il presidente Usa dell’epoca era giunto, dopo la carneficina del primo conflitto globale, il tempo di “make the world safe for democracy”, rendere il mondo sicuro per la democrazia (da lui considerata una garanzia di pace), difendendola dai rigurgiti delle vecchie logiche imperiali e dai nazionalismi autoritari che avevano, tra il 1914 ed il 1918, devastato mezzo mondo.

Per Cina e Russia il problema è oggi, al contrario, quello di “rendere il mondo sicuro per l’autarchia”, difendendola dall’epidemico (ed indotto) attacco di quelle che i dittatori d’ogni latitudine chiamano da qualche anno “rivoluzioni colorate” (ogni protesta viene definita in questo modo, o, in alternativa, come “guerra della quarta generazione”, ovunque vi sia un governo autoritario, si tratti di giganti come, per l’appunto, Russia e Cina, di paesi minuscoli e poverissimi, come il tragico Nicaragua “sandinista” di Daniel Ortega, o di appassite glorie rivoluzionarie come Cuba).

E – volendo restare nel paradosso – una cosa è certa: l’alleanza Cina-Russia ha davvero rivoltato come un guanto i vecchi valori della Guerra Fredda. Un tempo erano gli stati “occidentali” – che molto spesso non erano affatto democrazie – a vedere negli “altri” (che molto spesso non erano affatto comunisti, vedi il Guatemala di Jacobo Àrbenz, l’Iran di Mohammad Mossaddeq, il Congo di Patrick Lumumba e il Cile di Salvador Allende) forze oscure di sovversione da reprimere con la forza. Oggi sono Xi Jinping e Putin a giocare la carta della difesa dello status quo contro la “globale sedizione” della democrazia.

Ucraina, una prova generale?

La domanda a questo punto è: quali sono, al di là della retorica, i veri limiti di questa “alleanza senza limiti”? Non pochi – e con non poche cronologiche ragioni – hanno visto nella visita al Cremlino di Xi, lo scorso febbraio, una sorta di semaforo verde per l’aggressione all’Ucraina. Ed anche una sorta di “prova generale” – sostengono alcuni – per una eventuale replica prossima ventura in quel di Taiwan. Ma se questo è vero – e non è detto che lo sia – fino a che punto, fino a che limite per l’appunto, la Cina è disposta a seguire il suo “super-alleato” in quella che, se “prova” doveva essere, è ormai una prova andata a male? O meglio: a seguirlo lungo la china d’una guerra che, per molti e sostanziali aspetti, è già, per Putin una guerra persa? E persa per molti motivi.

Persa perché quello che doveva essere un fulmineo e super-efficiente blitz contro una “paese che non esiste” – o che era a suo tempo stato “inventato” dai bolscevichi di Lenin, come ha sottolineato Putin nel discorso nel quale annunciava l’avvio della sua “operazione militare” – è diventata una guerra d’attrito la cui fine (se davvero una fine ci sarà) è difficile da ipotizzare. Persa perché, in questa guerra d’attrito, già è svanita l’illusione, il millantato mito della Russia “grande potenza militare”. Persa perché s’è impantanata, questa guerra, contro un nemico sulla carta cento volte inferiore. Un nemico che, per l’appunto, “non esiste”. E, soprattutto, perché invadendo, bombardando e uccidendo, Putin ha – quali che siano gli esiti finali del conflitto che ha innescato – perduto per sempre l’Ucraina. Quella che, nel suo discorso, Putin aveva definito un “spazio spirituale della Russia”, perché lì la Russia è nata e perché senza di lei “la Russia non esiste”, resterà per sempre, grazie all’invasione, una nazione che, non solo esiste, ma che è occupata con la forza. Anzi: che esiste (e resiste, con tutte le ambiguità e gli orrori che, storicamente, alimentano il nazionalismo ucraino) proprio perché è stata occupata con la forza. Tutti i profondissimi legami storici, culturali e di “vita vissuta” (sono milioni gli ucraini che vivono in Russia ed i russi che vivono in Ucraina) sono defunti, in queste tre ultime settimane, sotto i cingoli dei carri armati con la “Z” stampata in fronte, o sotto le macerie delle case e delle scuole bombardate.

I calcoli sbagliati del gelido calcolatore

Vladimir Putin ha già perso la sua guerra. E l’ha persa soprattutto perché, nella guerra, già ha perduto se stesso, la sua immagine di statista. Che in lui si reincarnassero tutti i più orridi fantasmi dell’antico nazionalismo cristiano della “Santa Madre Russia” e le ambizioni imperiali dello zarismo (a sua volta reincarnatesi nello stalinismo), era chiaro da tempo. E proprio questo aveva fatto di lui un idolo della destra fascio-sovranista internazionale. Quali che fossero i suoi ultimi obiettivi politici, Putin era però da tutti – amici e nemici – considerato un freddo ed abile calcolatore, uno “chessmaster”, un maestro della scacchiera politica, un lucido e cinico manovratore (e manipolatore) avverso a qualsivoglia colpo di testa. Putin era il vecchio KGB – isola d’implacabile perizia nella storica inefficienza burocratica dell’URSS – al servizio delle più antiche ambizioni imperiali di “tutte le Russie”. Era Lavrentiy Beria alla corte di Pietro il Grande.

Che cosa resta di questo Putin? Non molto. O forse niente, perché niente del gelido padrone della scena politica resta nell’uomo che nei suoi discorsi, mentre le sue bombe lo coprono di vergogna davanti al mondo, va maledicendo “traditori” e “quinte colonne”, annunciando la “auto-purificazione” della Nazione. Quali siano le “impurità”, le scorie ”occidentalizzanti” e, in quanto tali, decadenti, dalle quali la Russia deve liberarsi, Putin lo ha ricordato giusto ieri con magniloquente chiarezza. Si tratta di quelli che “hanno una villa a Miami o nella Riviera francese. Quelli che non possono fare a meno del foie gras, delle ostriche, o delle cosiddette libertà di genere…”. Questa gente – ha ribadito ieri Putin nel suo ultimo discorso – è pronta a vendere la propria madre pur di mantenere i propri “privilegi di casta”. Ed è questa la gente – in tutto simile, curiosamente, non a chi va protestando contro la sua guerra, o agli omosessuali da lui tanto virilmente odiati, ma alla oligarchia cleptocratica da sempre trave portante del suo regime – che va oggi turpemente lavorando a vantaggio “dell’Occidente collettivo” (proprio così Putin lo ha definito) che vuole “distruggere la Russia”.

Quella che l’invasione dell’Ucraina ha restituito al mondo è l’immagine di un leader obnubilato dalle sue storiche fantasie, un calcolatore che, guidato dal fanatismo, ha sbagliato tutti i calcoli. E che, nel suo mal calcolato fanatismo, è diventato un pericolo per tutti. Anche per chi, come la Cina, ha con lui stretto una “alleanza senza limiti”. A solo un mese dal solenne incontro nel Cremlino, quel che resta degli accordi Cina-Russia è, in realtà, soltanto una molto “asimmetrica” ed imbarazzante alleanza.

Se la Cina entra in gioco

Al di là delle parole di circostanza, Putin è a questo punto, per la Cina, un peso, più che un socio o un cobelligerante. La Cina, è vero, vuole, fortissimamente vuole, fermare quella che – prendendo a prestito una classica espressione dell’anticomunismo d’antan – vede come una minaccia alla “chinese way of life”, una forma di sobillazione chiamata democrazia. Ma, essendo parte integrante (e, contrariamente alla Russia, “forte”) del sistema di interscambio, nella sua battaglia contro l’Occidente – o contro quella sobillazione – ha anche un vitale bisogno di stabilità. Soprattutto ora che la pandemia è riesplosa in molte delle sue più grandi città.

Ai margini della sua telefonata con Biden – e senza alcun diretto riferimento alle mattane di Putin – Xi Jinping lo ha ribadito. La Cina è assolutamente contraria a qualunque “soluzione militare” dei problemi del mondo, in qualsivoglia parte del mondo. È questa – oltre le tigri ed i campanelli della NATO – una porta aperta verso una sua diretta partecipazione alla soluzione diplomatica del conflitto? Forse sì. E, se così fosse, ci troveremmo davvero di fronte ad una svolta. Lo stesso Putin, tra un delirio di “purificazione” e l’altro, è tornato ieri a ridimensionare le ambizioni della “operazione militare” in corso. L’obiettivo, ha detto, non è mai stato quello di conquistare l’Ucraina o di arrivare a Kiev. Ma soltanto quello garantire la sicurezza della Russia “denazificando” l’Ucraina. E, da questo punto di vista, l’operazione è stata tutta un successo.

Parole, queste, che possono ripugnare se raffrontate alle immagine dei massacri di quel “successo”. E che, nella parte relativa alla “denazificazione”, vagamente (e molto malauguratamente) ricordano, con ancor più grotteschi accenti, quella che, in anni lontani, fu la base della strategia militare Usa in Vietnam: “destroy the village in order to save it”, distruggere il villaggio al fine di salvarlo. Ma che potrebbero essere, anche, il preludio di una dichiarazione di vittoria e di una ritirata.

Putin ha perso la guerra. E proprio per questo è necessario permettergli di salvare la faccia. O – come vuole un antico detto – è necessario garantire “ponti d’oro” ad una sua possibile uscita dall’Ucraina. I termini d’una possibile soluzione diplomatica cominciano faticosamente a profilarsi all’orizzonte. Ed un coinvolgimento della Cina potrebbe accelerarne la fattibilità. Una Ucraina neutrale, una ridefinizione, almeno in prospettiva, d’un globale sistema di sicurezza in Europa che, finalmente, trent’anni e passa dopo la caduta del muro di Berlino, ponga davvero, oltre la NATO, fine alla Guerra Fredda. Non era questo quel che aveva, a suo tempo, chiesto Michail Gorbaciov? E non era questo quello che avevano in mente, tre decenni fa, molti tra coloro che, della Guerra Fredda, meglio avevano rappresentato la teoria e la prassi: George Brennan, Henry Kissinger, Zbigniew Brzezinski, James Baker…?

Stanno, nonostante le apparenze, le cose andando in questa direzione? Impossibile è, allo stato delle cose, rispondere. E quel che si ode, al momento, è solo il rombo del cannone. Ma il mondo non può fare a meno di sperarlo. Perché ogni altra strada porta, senza eccezioni, verso l’abisso.