Putin ha un consenso altissimo ma in Russia qualcosa si muove

Abbiamo appreso nelle ultime 48 ore che mai, per i governi occidentali, è stata realistica l’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella NATO e nella UE. E Putin certo lo sa e lo sapeva, forse solo gli ucraini si sono illusi. Di qui l’azzardo dell’autocrate russo per spostare il confine armato più a Occidente verso Polonia e Lituania, l’ipocrisia della “neutralità” ucraina secondo Putin. Si è disvelato all’improvviso quello che in certa misura già sapevamo ma che ci illudevamo non fosse, il riavvolgersi della storia a prima della caduta del Muro.

Vladimir Putin – Da Kremlin.ru

Le analogie col passato sovietico

Non si sfugge alla tentazione delle analogie con il recente passato sovietico. Praga 1968: l’emozione dei popoli, le condanne politiche, il sacrificio di Jan Palach, ma la decisione dell’Occidente fu di non intervenire per rispetto delle sfere di influenza stabilite a Jalta. È nella sostanza l’atteggiamento, sensato, assunto da Joe Biden: “Se russi e americani si sparano è l’inizio della terza guerra mondiale fra potenze dotate di armi nucleari”.

Budapest 1956: fra divisioni e giustificazioni dettate dallo stato di necessità, nel movimento comunista occidentale ci furono quelli che inneggiavano all’Armata rossa simbolo dell’internazionalismo proletario contro la reazione. Anche oggi nei talk show risuona la voce di quelli che scambiano la parte con il tutto, la presenza (orrenda) di gruppi di estrema destra con l’intero paese, con l’aspirazione di Kiev a una politica propria.

Ancora più indietro nel tempo, giugno 1947: il rifiuto di Mosca per sé e per i paesi satellite del piano Marshall, che fece tabula rasa di ogni ipotesi di integrazione fra gli alleati contro il nazifascismo, che faceva specchio al Churchill della “cortina di ferro”. Stalin aveva detto a Djilas già nell’aprile del 1945: “Questa guerra è diversa da tutte quelle del passato; chiunque occupa un territorio gli impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema sociale, fin dove riesce ad arrivare il suo esercito”. (Silvio Pons, L’impossibile egemonia, Carocci, 1999). Ricorsi storici di un’idea di sicurezza fondata sui carri armati, sulla spesa militare e sul sacrificio del benessere e della libertà.

Le opinioni pubbliche occidentali non amano la guerra, la filmografia americana ci ha raccontato mille storie di reduci che al ritorno in patria sono marginalizzati, disadattati. Per quanta umana solidarietà si possa provare nei loro confronti, viviamo in società dove uccidere e morire “per la patria” non è un’idea attraente, per quanta ironia ciò possa suscitare nei commentatori dagli studi televisivi. Il ritiro USA dall’Afghanistan aveva questo fra le principali motivazioni. Ma in Russia e nei paesi dell’ex Unione Sovietica? Il sondaggio più recente, di febbraio, condotto dal Levada Center, istituto demoscopico indipendente sugli orientamenti dell’opinione pubblica russa, dà il gradimento nei confronti dell’operato di Putin al 71 per cento, in salita di 10 punti rispetto allo scorso agosto (nel grafico non c’è la data esatta di rilevazione ma è probabile che sia stata fatta prima dei bombardamenti a Kiev). Putin può sperare di lucrare consensi dalla guerra in un paese dove la retorica del kalashnikov è ancora molto diffusa e forte, dove la spesa militare è l’unica che cresce e quindi dà lavoro a tanti. Dove la parola “nasci” (i nostri) è fra le più usate soprattutto quando “i nostri” sono russi che vivono oltre confine. La messa in scena al Cremlino, che ha rivelato sia posizioni di maggiore prudenza nell’entourage presidenziale sia la sudditanza al volere autocratico dello “zar”, può essere stata allestita ad uso e consumo di questi sentimenti di patriottismo aggressivo, della nostalgia da grande potenza.

L’occupazione russa della Crimea il 20 febbraio 2014 – Di Anton Holoborodko

Il 30% non dei russi non approva l’operato del Cremlino

Eppure anche in Russia qualcosa è avvenuto. Sul piano culturale nel triennio 1989-1991 fiorirono pubblicazioni rimaste nascoste per cinquanta anni, come i diari dall’assedio di Leningrado di Olga Berggol’c e di Lidija Ginzburg. Due donne resistenti, con il loro corpo e con la loro intelligenza, durante l’assedio. Ma nei diari non registrano la retorica ma il senso di abbandono, la sofferenza, la morte per inedia, la fame che spinge a usare la tessera per il pane dei propri cari defunti. Ne emerge l’antiretorica della sofferenza che la guerra porta. Sul piano sociale, l’abitudine cresciuta nel trentennio post-sovietico di sentirsi in contatto con il mondo, di viaggiare, di vestire secondo le mode, di usare la libertà per creare blog, fare satira e scrivere. Un mix di tutte queste cose ha spinto migliaia a manifestare a Mosca, Pietroburgo, Astrakhan e altre città del vasto paese. Più di 1700 gli arrestati e fermati, di cui un migliaio solo a Mosca, perché gridavano “Vergogna” o “Vogliamo la pace”. Dmitryj Muratov, direttore della Novaja Gazeta (il giornale di Politkovskaja) e premio Nobel per la pace, ha fatto sapere: “Provo dolore e vergogna”, l’Associazione Memorial (che il Cremlino vorrebbe eliminare) ha fatto sapere: “Chiediamo la fine dell’invasione. La guerra mossa dal regime di Putin contro l’Ucraina è un crimine contro la pace e un crimine contro l’umanità. Questa guerra rimarrà un capitolo vergognoso della storia russa. Siamo contro la guerra in Ucraina e chiediamo l’immediata fine dell’invasione”.

Certo, quel circa 30 per cento di russi che, secondo l’Istituto Levada, non approva l’operato di Putin è una minoranza. Ma una minoranza importante, applicare con determinazione e serietà le sanzioni annunciate, sarà importante anche per loro.