Putin ammette i guai economici e i generali quelli militari

“Pensano di poter comprare tutto e vendere tutto ma non loro sanno nulla della nostra Storia”. Alza il tono della voce Vladimir Putin mentre parla, in diretta streaming dal suo ufficio del Cremlino, a ministri ed ai governatori delle regioni convocati per discutere delle conseguenze delle sanzioni sull’economia russa. Ci mette, al suo solito, grande enfasi. Per tenere in alto lo spirito nazionale, perché sa che la guerra colpisce al fronte ma anche in tutta la Russia. “Loro” sono gli occidentali. Sono gli americani. Il programma televisivo del pomeriggio “Il Grande Gioco”, condotto da un giornalista che indossa una maglietta nera con stampato sul petto la “Z” delle truppe degli invasori, inopinatamente infierisce su Joe Biden. Forse per replicare alle voci sullo stato di salute di Putin: “Ecco, guardate il presidente americano, che scambia la vice Harris per sua moglie, ecco guardate come si addormenta all’Onu”. E giù sorrisi tra i partecipanti al talk-show del “Primo Canale” che dibattono sull’”operazione militare speciale in difesa del Donbass”.

“Come i pogrom”

Putin lamenta una campagna occidentale contro “tutto ciò che è russo” e la paragona ai pogrom antisemiti nell’Europa orientale. L’Occidente è un “impero di bugie”. Pesantissimo. Ma ammette le difficoltà. La chiamata a raccolta del vasto gruppo dirigente sembra avere un duplice scopo: incoraggiare il Paese e, al tempo stesso, mettere in piedi provvedimenti per limitare i danni alle imprese e ai cittadini. C’è un evidente problema di contenere la fuga di consenso. Infatti, valuta che “l’Occidente non è stato in grado di organizzare una guerra lampo economica contro la Russia”, anzi il mondo “sta assistendo alla fine del predominio dei paesi occidentali nella politica e nell’economia”. E aggiunge, persino, che ci “saranno problemi per i rifornimenti alimentari nell’economia globale”. Però, il presidente russo sa di non poter fare solo propaganda e ammette che le nuove realtà dovute alle sanzioni imposte dall’Occidente richiederanno cambiamenti strutturali, porteranno all’aumento della disoccupazione e dell’inflazione. Il nostro compito è quello di ridurre al minimo gli effetti delle restrizioni”. Si tratta di misure che il governo sarà obbligato a varare per “adempiere a tutti gli obblighi sociali e per mettere in campo nuovi e più efficaci meccanismi di sostegno ai cittadini e ai loro redditi”. Proprio ieri la grande fabbrica automobilistica AutoVaz annuncia la messa in libertà da 4 al 24 aprile di tutti i lavoratori. Mancano le componenti elettroniche d’importazione.

Il capo del Cremlino non può, evidentemente, nascondere il problema. E deve apertamente parlare di stipendi e pensioni. Non prende impegni. Ma promette che in un “immediato futuro” si metterà mano alle prestazioni sociali, alle indennità, alle pensioni, al salario minimo e agli stipendi degli statali. Se lo dice pubblicamente, la questione sta diventando scottante. Lo sforzo bellico, anche in termini economici, si specchia nella condizione materiale del popolo e non degli “oligarchi”. L’altro giorno, ad una iniziativa del partito “Russia Unita” una donna del Donbass denunciava tremila euro di pensione, 24 euro circa. È significativo che Putin sottolinei il fatto che “nella difficile situazione abbiamo bisogno di ridurre la povertà e le disuguaglianze, compiti abbastanza fattibili anche oggi”. Dunque, “il governo e le regioni si concentrino su questi aspetti”. Ma morde anche il rincaro dei prezzi dei beni di consumo e, a quanto pare, è diventato un problema di emergenza il “defizit” dei farmaci, insieme al sistema bancario, duramente colpito dalla sanzioni ma che, a dire di Putin, “sta lavorando 24 ore su 24, garantisce i pagamenti ed il finanziamento delle imprese”.

La riunioine di Putin con i governatori

L’appello finale è la conferma dell’ora difficile. “La situazione attuale – afferma Putin – è certamente un test per tutti noi. Sono fiducioso che lo supereremo con dignità. Con il duro lavoro, il lavoro comune e il sostegno reciproco supereremo tutte le difficoltà e diventeremo ancora più forti, come è sempre stato nella storia della Russia millenaria”. Certo è paradossale che la Russia da ieri chiuda la sua presenza nel Consiglio d’Europa di Strasburgo.

Via dal Consiglio d’Europa

La bandiera ammainata al Consiglio d’Europa

Si ammaina la bandiera nel piazzale davanti al palazzo dell’istituzione che si occupa dei diritti umani e subito, nella Duma di Stato, il partito liberal-democratico non perde tempo e propone di indire un referendum sulla introduzione della pena di morte. Ci sono anche queste nuove pulsioni che provengono da gruppi politici ufficialmente all’opposizione del governo insediato da Putin. Il quale ancora ieri si è espresso sul significato della guerra lanciata in Ucraina. Un’operazione militare che, tuttavia, sembra non onorare tutte le aspettative. Putin sostiene che l’intervento solo in Donbass, colpito dai gruppi nazifascisti, non avrebbe risolto il problema sorto otto anni fa. “Il conflitto – dice – durerebbe all’infinito”. Non ci sarebbe “la soluzione finale del problema”, non risolverebbe nulla e non eliminerebbe la “minaccia alla Russia”.

Eppure qualcosa non va per il verso giusto. Ventidue giorni di guerra, dopo l’invasione. Le parole del generale Vladimir Chirkin, già comandante delle forze terrestri, rivelano più che un affanno. Il giudizio è pubblicato con evidenza sulle colonne della Komsomolskaja Pravda. Dice: “Siamo partiti all’improvviso, il che ci ha dato un enorme vantaggio nella prima fase. Ma, purtroppo, ci sono segni che non abbiamo valutato completamente il nemico e probabilmente abbiamo sopravvalutato un po’ le nostre capacità. Certo, poi la situazione si è stabilizzata”. C’è la consapevolezza di una missione complessa. Il generale spiega: “La speranza che l’operazione si svolgesse come in Crimea, e che saremo stati accolti ovunque con fiori e pani, non era giustificata”. Una evidente ammissione di un errore grave. Il generale Chirkin dà anche una sua lettura sul blocco delle truppe fuori dalle città più grandi. Un giudizio che la dice lunga sulla pianificazione della guerra. Il generale, infatti, si chiede se sia necessario conquistare le città, a cominciare dalla capitale Kiev.

Il generale Chirkin

E lo fa con una curiosa argomentazione che intende prendere di mira, con molta probabilità, il leader ceceno Kadirov che si aggira per le terre d’Ucraina, come confermato ieri anche da Putin. “Alcuni caucasici ci domandano: forse non ce la fare a prendere le città”? Il generale fa notare che “i combattimenti in città sono i più duri. Ricordate l’assalto a Grozny? È stata un’operazione molto complicata! Ogni città è una fortificazione, già pronta con passaggi sotterranei. Dovremmo prenderla d’assalto e stendere la gente per niente? Non c’è bisogno di questo adesso”.

Le perdite umane segreto di stato

E così, stando sempre al generale Chirkin, il primo compito nell’operazione di oggi è quello “di smilitarizzare l’Ucraina”. Lui valuta che sia stato completato al 70-80 per cento. Ma non c’è modo di riscontratrare. Aggiunge: “Dobbiamo andare fino alla fine. Le città, naturalmente, hanno ancora attrezzature pesanti e artiglieria, molti lanciagranate sono stati portati dalla NATO. Ma dovremo occuparci delle città più tardi”. Infine, offre uno scenario finale: “Penso che la demoralizzazione del nemico e la cessazione della resistenza inizieranno dopo che Kiev sarà completamente circondata”.
E poi? “Stiamo lavorando in Ucraina con piccole forze, come in Siria. Penso che sia molto corretto e intelligente. Le seconde linee e le riserve torneranno utili: abbiamo la Rosguardia, la polizia, l’FSB (i servizi segreti), la procura, le banche militari che devono seguire le truppe”. Il generale non fornisce cifre sulle perdite russe. Perché? “Il concetto di perdite è classificato come top secret. Non dobbiamo dare queste cifre ai nostri nemici, compresi quelli interni. Non si deve permettere loro di rallegrarsi delle nostre perdite”. Li conteranno alla fine, dice cinicamente.