Produrre senza inquinare si può
Parola del liberale Luigi Einaudi…

Ha ragione Roberto Della Seta (leggi qui) quando su strisciarossa nota che l’ultima sentenza del Tribunale di Taranto “non scrive la parola fine sulla vicenda pluridecennale della ‘fabbrica dei veleni’. Non sul piano giudiziario…Non sul piano ambientale… tanto meno sul piano sociale ed economico, perché il destino dell’acciaieria di Taranto resta largamente incerto.

Non mi sembra invece condivisibile la conclusione di Stefano Feltri: “Che senso ha continuare a investire tempo, denaro e salute per tenere aperta l’Ilva di Taranto?“ (E adesso spiegateci cosa volete fare davvero con l’Ilva. Che senso ha tenerla aperta? “Domani” 2 giugno). Tuttavia Feltri è partito da una giusta considerazione. Cioè che la sentenza del tribunale ha chiarito che “lo scambio tra salute e lavoro, per anni considerato inevitabile, non è compatibile con il codice penale”.

Alle radici del ricatto occupazionale

Io mi fermerei a non è compatibile. Il resto è importante ma non è questo che indica la incompatibilità perché quello che conta è che finalmente, ma ormai da tempo, si è fatta strada la comprensione della compatibilità tra salute e lavoro.
In passato si chiamava ricatto occupazionale. Era il modo in cui i “padroni” trattando con i lavoratori e i loro rappresentanti, dicevano, più o meno, se volete mantenere l’occupazione tenetevi l’inquinamento.

Si deve al sostanziale cedimento o ad un atteggiamento “morbido” nei confronti di questo ricatto, se si contano a migliaia le vittime del lavoro. Dentro e fuori i luoghi di lavoro, nelle miniere, nelle industrie chimiche e petrolchimiche, nella siderurgia. I morti per esposizione all’amianto sono l’esempio più eclatante, ma non certamente l’unico. Per restare in Italia, basta pensare almeno all’Icmesa di Seveso.

È stato così per decenni. Poi la consapevolezza che i danni all’ambiente si trasferiscono in danni alla salute (gran merito di Giovanni Berlinguer); la presa di coscienza ecologista, per così dire, ha consentito di mettere nelle trattative sindacali anche le condizioni dei luoghi di lavoro. Ma non sono solo quelli che vanno tenuti sotto osservazione. È anche tutto l’intorno al di fuori delle fabbriche che può essere pericolosamente vissuto. E Taranto, ne è un chiaro esempio. Ma un problema la cui soluzione è stata proposta ponendo in contrapposizioni gli interessi dei lavoratori (mantenere inalterati i livelli di occupazione) e quelli della salute dei cittadini ritenuti prevalenti sugli altri.

In realtà il siderurgico di Taranto e i suoi problemi sono una cosa seria per tre motivi: perché è importante produrre acciaio; perché dà lavoro tra diretti e indotto ad oltre 20mila persone e relative famiglie; perché inquina fortemente l’ambiente di lavoro e quello circostante compromettendo la salute e la vita di chi vi lavora e di quanti, vivendo a Taranto, ne risentono l’impatto negativo.
Non c’è un interesse prevalente sugli altri e chiunque può portare argomenti validi a tutela dei suoi interessi.
È possibile contemperare le tre esigenze?

Ho sempre pensato che così potesse e dovesse essere. A condizione di stabilire che questa triade ha un costo che va obbligatoriamente affrontato. Con tempi non brevi nella realizzazione dei quali occorre anche trovare la giusta remunerazione di chi nel frattempo, non lavora più all’acciaio, ma attende di poterlo fare in uno stabilimento capace di produrre senza inquinare. Non è un sogno ma una realizzabile situazione. E non da oggi, anche se oggi è molto più e meglio realizzabile.

Quelle “prediche” domenicali di Einaudi

Era il 30 luglio del 1961 quando Luigi Einaudi in una delle sue “prediche” domenicali sul “Corriere della sera”, scriveva: “Quando dimoravo ogni tanto per qualche giorno a Posillipo di Napoli – e prediligevo in quel pezzo di paradiso una minuta casina di qualche stanza a picco sul mare – mi accorsi ad un tratto di una grossa nube che verso le cinque del pomeriggio, partendo da Pozzuoli e da Bagnoli, giungeva sino alla parte opposta del Golfo e ne oscurava l’orizzonte. Un altro giorno, desiderando contemplare lo spettacolo, che avevo visto meraviglioso, del golfo, mi spinsi sino al convento di Camaldoli. In fondo, una nuvola di fumo oscurava l’orizzonte. Nel parco, le foglie dei mirabili alberi, essendomi parse da lontano scolorate, preoccupato andai a toccarle. Erano ricoperte da un leggerissimo strato di polvere”.

Einaudi continua ricordando che già in passato aveva protestato per via epistolare “contro lo scempio che le nuvole di polvere vomitata dalle ciminiere degli stabilimenti siderurgici e cementizi facevano del paesaggio del Golfo di Napoli, ossia di una delle maggiori meraviglie del mondo” e contro il danno alla salute pubblica e ai prodotti ortofrutticoli. E conclude con una vera e propria invettiva: “Ma dove hanno la testa gli sciagurati che sovraintendono alla tutela delle bellezze naturali italiane? Non hanno mai riflettuto che il reato che compiono le ciminiere vomitanti fumo e polvere si chiama furto? Che la produzione del fumo e della polvere è un costo dello stabilimento produttore, che i consumatori di acciaio e di cemento sono scorrettamente avvantaggiati perché nel calcolo del costo dell’acciaio e del cemento non si tiene conto del costo di rimangiarsi il fumo e la polvere prodotti dalle ciminiere? Pare, a quanto mi assicurano uomini periti quando stavo lamentando per lettere inutili lo sconcio, che sia tecnicamente possibile far rimangiare il fumo a chi lo produce. Costa, epperciò accaiaierie e cementerie preferiscono non pagare il costo ed accollarlo al pubblico, ossia agli innocenti”.

Un errore pensare alla dismissione di Taranto

Sono sicuramente superflui commenti a tanto “moderne” osservazioni. Così come lo sono a quanto ha scritto qualche anno più avanti Epicarmo Corbino (1974), esprimendo il rammarico per “la mancanza quasi assoluta di immediate sanzioni in tutti i casi di misconoscimento totale o parziale dei limiti frapposti dalla natura all’opera dell’uomo, per l’ignoranza dei danni arrecati all’ambiente”; e auspicando la rigorosa denunzia degli “operatori economici dei settori agricolo e industriale che inquinano terra ed aria con gli scarichi dei loro impianti, o con l’impiego di sostanze velenose per la flora e la fauna terrestre e marina, o con i gas di scarico dei motori o delle centrali delle fonti calorifiche. Per costoro si deve imporre la totalità delle spese di disinquinamento…per eliminare i danni già fatti e per evitare che essi si ripetano”.

Faccio queste due citazioni non per esercizio di cultura, ma perché gli autori sono due economisti liberali e scrivevano in epoca abbondantemente pre-ecologista.

Dunque se era possibile ai tempi in cui scriveva Einaudi tanto più oggi si può produrre acciaio senza inquinare e, dunque, per Taranto l’obiettivo può e deve essere non chiusura e dismissione, ma bonifica e riapertura con l’obiettivo della decarbonizzazione.
Ricordo che circa tre anni fa, quando la contrapposizione lavoro/salute era il modo più ricorrente di affrontare il problema, la fantasia di molti si lasciò andare a proposte, appunto, fantasiose. Come quella di fare “un polo turistico” sui luoghi dismessi dalla fabbrica invocando l’esempio della Ruhr. L’esperienza della Ruhr è un esempio molto importante, ma va bene per l’area “liberata” dal siderurgico a Napoli-Bagnoli dove alla dismissione sarebbe potuto e dovuto seguire quanto in quattro e quattr’otto hanno fatto in Germania in un’area enormemente più inquinata. Non all’ex Ilva di Taranto che è tutt’altra cosa. E, comunque, non vi sono, né sono auspicabili, chiusura e dismissione.