In forse la procedura Ue:
il governo ci prova
con i trucchi contabili

Vogliamo azzardare una previsione? La procedura d’infrazione contro l’Italia per debito eccessivo non ci sarà. La Commissione UE non la proporrà al Consiglio perché crederà (o fingerà di credere) ai “miracoli” che Conte e Tria le offriranno come apparizioni della Madonna.
Non solo i tre miliardi di risparmi (futuri e tutti da vedere) su quota 100 e sul reddito di  cittadinanza e la cifra, tutta da stabilire, delle maggiori entrate dovute alla fatturazione elettronica (a suo tempo ferocemente contrastata dalla Lega), ma anche il miliardo di euro “sequestrato” ai dividendi di Cassa Depositi e Prestiti e – novità che si è andata concretizzando nelle ultime ore – un altro miliardo, più o meno, che si potrebbe conteggiare mettendo le mani sui dividendi di Bankitalia nel 2018.
Ipotesi, quest’ultima, che non tiene conto del parere del Governatore, il quale ha ovviamente voce in capitolo. Almeno finché Salvini & co. non arrivino a mettere in pratica i loro pericolosissimi piani per limitare l’autonomia della Banca Centrale. conte e tria

Stato preagonico

In tempi normali una Commissione normale respingerebbe al mittente questo coacervo di previsioni mirabolanti e di trucchi contabili e andrebbe dritta sulla strada della procedura.
Ma non siamo in tempi normali e la Commissione si trova a dover formulare il suo giudizio poche settimane prima della propria morte naturale, mentre a Bruxelles occhi e orecchie di tutti sono fissi e spalancati sulle trattative per la formazione della prossima. Lo stato preagonico non è la condizione migliore per assumere decisioni di importanza vitale (appunto) come sarebbe quella di comminare per la prima volta nella storia dell’Unione una sanzione che non riguarderebbe solo lo sforamento del deficit, ma la assai più seria compromissione del debito.

I commissari, inoltre, ragionano politicamente, conoscono abbastanza bene la situazione italiana e non possono non considerare le conseguenze che la procedura rischierebbe di avere sugli equilibri politici a Roma. L’ultima cosa che possono augurarsi è che il precipitare dello scontro sui conti pubblici finisca per favorire i piani elettorali dei sovranisti. Uno come Salvini a capo del governo di un paese fondatore dell’Europa sarebbe un disastro per Bruxelles quasi quanto lo sarebbe per noi poveri italiani.

Gli strani conti

È possibile, dunque, se non probabile che Moscovici, Dombrovskis e Juncker alla fine, dopo qualche schermaglia, qualche “chiarimento” e qualche supplemento di negoziato, prenderanno per buoni gli strani conti propinati loro da Conte e Tria, magari con la discreta copertura diplomatica del Quirinale.

Come dovremmo giudicare la possibile neutralizzazione della procedura? Sembra di poter dire che si tratterebbe forse di una vittoria del governo, ma certo non d’una vittoria della maggioranza che lo sostiene. Forse pochi se ne sono accorti, ma nelle ultime ore tanto Salvini che Di Maio hanno smesso di reclamare pubblicamente che i soldi risparmiati – o meglio: risparmiabili – sulle spese per quota 100 e reddito di cittadinanza vengano destinati a finanziare i rispettivi cavalli di battaglia, la sedicente flat tax e il salario orario minimo garantito a prescindere dai contratti nazionali. Con Conte e Tria impegnati a fare miracoli a Bruxelles, il capo della Lega e quello dei Cinquestelle hanno dovuto ingoiare il rospo e accettare, di fatto, che quei risparmi vengano calcolati a scomputo del debito. Anche se continuano a gridare, come faceva ancora ieri mattina Salvini pretendendo che gli “trovassero” 10 miliardi per la flat tax, sono stati sconfitti.