Fondi UE: le priorità
sono Green Economy
e digitalizzazione

Se va davvero così ha ragione Paolo Gentiloni: è una svolta senza precedenti. 750 miliardi di fondi europei per sostenere la ripresa post-Covid, pari a più di un terzo del Pil italiano e a quasi quattro volte e mezzo l’attuale bilancio dell’Unione europea. Due terzi delle risorse (500 miliardi) saranno erogate a fondo perduto, il resto (250 miliardi) in prestiti agevolati. All’Italia, con la Spagna il Paese più esposto al crollo economico legato alla pandemia, almeno il 20% dell’intero stanziamento. Destinazioni di spesa privilegiate: lotta alla crisi climatica, transizione ecologica e digitale dell’economia.

Il cambio di marcia dell’Europa

Questi i titoli del “Next Generation Fund” annunciato dalla presidente europea Von der Leyen, traduzione fedele del piano proposto giorni fa da Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Un annuncio, è utile ripeterlo e sottolinearlo, che prospetta un cambio di marcia e di passo decisivo nelle politiche europee e nella stessa “costituzione materiale” dell’Unione: per la prima volta si afferma il principio di un’Europa “federale”, non più soltanto “interstatale”, che per costruire il suo futuro sceglie di decidere e agire politicamente come un’unica, grande comunità.

Naturalmente si tratta per ora di un annuncio e di “titoli”. Seguiranno mesi di negoziati difficili e prevedibilmente aspri, con una parte dei Paesi dell’Unione – soprattutto i cosiddetti “frugali” dall’Olanda, all’Austria, alla Svezia, alla Danimarca – che faranno di tutto per attenuare il peso della svolta. Ma l’esito della partita, la sua importanza per il futuro dell’Unione, non dipenderanno solo da chi prevarrà tra i due fronti – “sovranisti” contro “solidali”, nord contro sud – che si fronteggeranno nelle trattative. Dando per acquisito il “quantum” di questo impegno straordinario, resta tutto da definire il “come”.

Primo “come”. Da dove arriveranno i 750 miliardi? Dall’emissione di titoli europei garantiti dal bilancio pluriennale dell’Unione, il quale andrà incrementato. Usare questa occasione per rafforzare significativamente il bilancio comunitario è un obiettivo fondamentale, ma una via è raggiungerlo incrementando i contributi nazionali a Bruxelles, dunque rimanendo in una logica “interstatale”, e un’altra via, squisitamente “federale”, è dotare l’Europa di fonti di approvvigionamento proprio. L’auspicio è che si opti per questa seconda strada, rispetto alla quale le ipotesi che circolano – plastic tax, avvio di una carbon tax, prelievo sulle attività dei giganti del web – vanno tutte in una stessa direzione da sostenere con forza: adottare forme di fiscalità europea che al tempo stesso diano autonomia finanziaria all’Europa e ne spingano lo sviluppo in direzione green.

Pensiamo all’Italia che sarà

L’altro “come” riguarda i modi in cui utilizzare queste risorse, e chiama in causa per prima l’Italia che sarà, così pare, il Paese maggiormente beneficiato dal “next generation fund”. Per esempio: il ministro degli esteri Di Maio ha detto che andranno utilizzate per tagliare le tasse. Ora, ridurre la pressione fiscale è certamente per l’Italia un’esigenza vera, a patto di salvaguardare il principio costituzionale della progressività del prelievo. Ma Interventi così hanno carattere strutturale e dunque vanno finanziati con risparmi sulla spesa e non con risorse una tantum come saranno quelle del fondo europeo.

Il “next generation fund” va impiegato per investimenti pubblici nei settori dove registriamo i ritardi più vistosi. Cito tre casi su tutti. Dotare il nostro Paese di un’adeguata infrastruttura digitale e contrastare quel notevolissimo “digital divide” che a oggi esclude milioni di italiani dall’accesso alla rete e che rappresenta una forma sempre più penalizzante di diseguaglianza sociale. E poi avviare un grande piano di “conversione ecologica urbana” che liberi le nostre città dall’inquinamento e dagli ingorghi, attrezzandole con sistemi efficienti di trasporto pubblico e di mobilità leggera (a cominciare dalla bicicletta), e investire nelle infrastrutture al servizio dell’economia circolare (impianti per il riciclo dei rifiuti) e della decarbonizzazione dell’economia (fonti rinnovabili ed efficienza).

Bisogna evitare gli interventi a pioggia

Ciò significa, anche, non utilizzare la fetta della torta europea che ci toccherà per scelte che contraddicono la transizione green. Anche qui me la cavo con un esempio: sarebbe follia impiegare i soldi europei per incentivi a pioggia destinati al settore automobilistico, piuttosto occorre puntare sulla realizzazione di una rete capillare di ricarica per le auto elettriche senza la quale la “e-mobility” non può decollare.

Ha scritto in questi giorni non un organo ambientalista ma il “Financial Times”: “I leader europei dovrebbero decidere di investire non in incentivi alle vendite delle auto, ma pianificare per realizzare l’infrastruttura di ricarica elettrica necessaria per un deciso cambiamento di rotta rispetto alle energie fossili.

Qualsiasi supporto finanziario alle aziende automobilistiche dovrebbe essere subordinato alla condizione che esse operino nella stessa direzione”. Parole sagge, che è sperabile ispirino i governi europei e quello italiano prima di tutto quando dovranno “distribuire la torta”. In gioco c’è il nome stesso dato alla svolta annunciata da Ursula Von der Leyen: “next generation”.