Primo maggio, il lavoro minacciato tra morti, precariato e sfruttamento

C’è poco da festeggiare in questo Primo maggio. Certo, c’è finalmente un ritorno alla normalità, o quasi, dopo due anni di pandemia in cui anche la festa era stata sospesa, ridimensionata, celebrata sul web perché questa è anche la nuova dimensione del lavoro. Quest’anno sono previste le manifestazioni pubbliche e i cortei, riparte il Concertone di Roma. Tutto a posto, sembrerebbe, se le condizioni del lavoro, le ragioni dei lavoratori, non fossero minacciate, intimorite, vessate da una serie di eventi, interni e internazionali, difficili da comprendere e da contrastare. L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia riporta la guerra in Europa, una guerra terribile con migliaia di vittime, di feriti, milioni di profughi. Un conflitto che interroga il mondo del lavoro, il sindacato, quel che resta della sinistra.

Il pacifismo dà forza ai lavoratori

Il Primo maggio è sempre stato pacifista e internazionalista, ma chi riesce a declinare questi antichi valori nel 2022, dopo il coronavirus e davanti alla guerra? Come spesso accade negli ultimi anni non si trova una sintesi, una posizione condivisa che possa durare più di un week end. “Al lavoro per la pace” è la proposta di Cgil Cisl e Uil per quest’anno, e chi non è d’accordo?, ma poi bisogna fare i conti realisticamente e tutti i giorni con le scelte politiche, con le decisioni del nostro governo sostenuto dall’atlantismo del Pd e dai putiniani di Salvini, con le conseguenze economiche della guerra, il caro energia, l’inflazione, la possibile recessione, ma anche, di segno opposto, il successo della nostra industria della Difesa, pubblica e privata, che non è mai andata così bene, che crea occupazione, profitti, favorisce gli investimenti e l’innovazione.

Il lavoro attraversa un brutto momento. La pandemia, la recessione, ma anche una ripresa tumultuosa e diseguale hanno lasciato tracce pesanti. In questo Primo maggio il lavoro dovrebbe “tornare in presenza”, cioè respirare un po’ d’aria fresca, assorbire una nuova energia, riposizionarsi al centro del confronto culturale e del dibattito politico, partendo dalle condizioni concrete, vere, in cui vivono i lavoratori e le loro famiglie. A Torino un operaio su due non riesce ad arrivare alla fine del mese. Sulle riviere non si trovano camerieri e baristi (guardate le buste paga e chiedetevi perché), ma a Milano esplode l’occupazione della logistica fai-da-te, tutti collaboratori di qualche cosa senza garanzie. Testa bassa e zitti, come nel negozio Conad di Pescara dove la dirigente vuole indagare personalmente sulla “colpevole” di un assorbente lasciato fuori posto in bagno.

Lo sfruttamento del lavoro, sempre più isolato, parcellizzato, impoverito, non avviene solo nei casi più estremi. Nell’ultimo anno la stragrande maggioranza dei nuovi occupati, oltre l’80% in media, è stata regolarizzata con contratti a tempo determinato. Non si esce dallo stato generale di precariato che dall’occupazione si allarga alla vita quotidiana. Come non si esce dalla perpetua stagione degli omicidi bianchi, dei morti sul lavoro: sono in media tre al giorno in Italia, più di 200 nei primi mesi dell’anno. Uno scandalo per una potenza industriale del G7. Tante parole, nessun cambiamento. Stiamo ancora discutendo di un Testo unico che possa raccogliere tutte le proposte presentate in parlamento, mancano gli ispettori del lavoro, della Procura nazionale non ci sono tracce. Manca, soprattutto, il rispetto per chi lavora.

Caschi di operai

Se l’inflazione si mangia i salari

Oggi sono le condizioni del lavoro ufficiale e garantito a suscitare allarme e non ancora una vera, giusta protesta collettiva. Secondo l’Istat il potere d’acquisto dei salari perderà il 5% quest’anno a causa dell’inflazione, una bella botta ma la previsione sembra ottimistica perché la tendenza di crescita dei prezzi è già più forte del dato ufficiale (più 6,7%) e l’inflazione inespressa sarebbe a due cifre. Davanti a questa emergenza la Confindustria non vuole sentire parlare di aumenti salariali, di copertura dell’inflazione e chiede un taglio netto del cuneo fiscale. I sindacati si affidano al rinnovo dei contratti, ma è da anni un’arma spuntata, che non garantisce i salari perché, ad esempio, i rincari dell’energia importata sfuggono all’eventuale calcolo per un recupero del potere di acquisto. L’inflazione torna a essere una rapina ai danni dei lavoratori che non hanno strumenti efficaci per difendersi in un Paese dove solo il 4% dei contribuenti dichiara un reddito superiore ai 70mila euro l’anno.

Questa situazione di chiara ingiustizia, queste enormi difficoltà, interrogano i sindacati e la politica, soprattutto quel che resta della sinistra, sulla capacità di raccogliere le richieste, le aspirazioni, le passioni del mondo del lavoro, dei giovani che sono ancora costretti a lasciare il Sud per trovare un’occupazione. Oggi i lavoratori contano poco, i sindacati non riescono a trovare la chiave, anche culturale, per affrontare un sistema produttivo che cambia velocemente, in cui le tecnologie, la digitalizzazione, i dati, il cloud cambiano il paradigma di sviluppo. Difficile, forse impossibile, inquadrare questa metamorfosi radicale all’interno di uno schema contrattuale, quello a cui è abituato il sindacato. Il capitalismo, piaccia o no, anticipa soluzioni o apre frontiere nuove mentre il lavoro e i partiti sono ancora sulla trincea precedente senza avere gli strumenti per intervenire. Ad esempio: si può creare occupazione lavorando meno e con organizzazioni snelle e democratiche? Alcune multinazionali, attive anche in Europa e in Italia, praticano con successo la settimana lavorativa di quattro giorni, senza togliere un euro ai dipendenti. Meno delle 35 ore sognate da Bertinotti un tempo. Giovani laureati italiani sono assunti dalla tremenda Amazon con un premio d’ingresso e un contributo per l’alloggio se sono fuori sede. Così va il mondo.

La questione politica è che il lavoro non riesce a incidere sulle scelte del Paese, non c’è nell’agenda. Viene sempre dopo oppure è trascurato. Bisogna pensare, inventare qualche cosa di nuovo, senza smarrire il patrimonio e l’esperienza del passato. I lavoratori devono contare di più nelle imprese, poter intervenire su scelte che determinano la loro vita. Qualche tempo fa Enrico Letta, prima di diventare segretario del Pd, disse di apprezzare il modello tedesco della cogestione, una strada che ha consentito decenni di sviluppo economico e di garanzie per i lavoratori. Va bene anche per noi? Ci sono altre opzioni che possono essere valutate? I lavoratori possono scambiare parte del loro Tfr con la partecipazione al capitale delle aziende? Possiamo riscoprire la “funzione sociale “ dell’impresa senza che nessun industriale paventi il ritorno del comunismo? Stiamo vivendo, secondo la filosofia imposta dal capitalismo tecnologico, la stagione della sostenibilità, della transizione digitale ed ecologica. Un orizzonte felice ci attende, però il lavoro è finito nel sottoscala. Qualcosa non torna.