Presidenzialismo, neofascismo e i “ritocchi” della P2. Appunti per l’opposizione

Carissimi amici di Pd (e componenti di recente rientrate nel partito fondato da Walter Veltroni) e Cinque Stelle, comunque partecipi di una ormai lunga e momentaneamente sfortunata avventura a sinistra, su con la vita. Nei discorsi pronunciati negli ultimi giorni dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni c’è un intero – perdonate il lessico bellicista – arsenale a vostra disposizione, basta riconoscere gli argomenti e ricordarne le regole d’uso. Permettetemi di segnalarne due, presidenzialismo e neofascismo, saldamente intrecciati nel dibattito pubblico di questi giorni e nella storia degli ultimi cinquant’anni.

Le traversie del presidenzialismo

Il presidenzialismo piace molto alla destra, sia nelle versione medium, alla francese, che extralarge, all’americana. Il problema è che la stessa formula piace molto anche a una parte del centro sinistra. Non a caso Matteo Renzi ha subito offerto i suoi servigi al governo Meloni e non occorrono grandi sforzi di memoria per ricordare che il referendum da lui clamorosamente perso nel 2016 era una strada spianata verso questo tipo di riforma costituzionale. Non essendoci riuscito “da sinistra” – si fa per dire – ora ci riprova “da destra”.
Il secondo punto da segnalare è che, verosimilmente, nel progetto meloniano saranno assenti o assai flebili i contrappesi previsti perché il presidenzialismo sia compatibile con la democrazia e non si trasformi in una tragicomica imitazione peronista o comunque nel solito copione per donna o uomo soli al comando, peraltro già tristemente sperimentato, in versione hard, dall’Italia nel Ventennio.
Non resterebbe quindi che andare a vedere le carte su cui Meloni e il centro destra intendono basarsi per trasformare o sfigurare la Costituzione nata dalla Resistenza. Lo stesso si poteva fare durante la campagna elettorale, chiedendo a Meloni di uscire dalla vaghezza connaturata agli slogan.

Il Pd e le sirene presidenzialiste

Se non è avvenuto, è principalmente perché nel Pd, segnatamente nella parte renziana dello stesso, ancora rilevante nei vecchi gruppi parlamentari, c’era una platea sensibilissima alle sirene presidenzialiste. Anche per questo ci si è limitati a un antifascismo sacrosanto, visto le origini del partito di maggioranza relativa, ma debole nella sostanza politica. Niente di male, ci sarà un congresso e questo dovrebbe essere un argomento determinante in base al quale decidere non solo chi dovrà guidare il partito ma soprattutto quale sia la cultura politica che tiene insieme iscritti, simpatizzanti ed elettori.

Le zavorre dei Cinque stelle

Lo stesso dicasi per i Cinque Stelle, che solo recentemente si sono emancipati da vecchie zavorre e luoghi comuni. Sostenevano che destra e sinistra non esistono più e sono arrivati a votare, durante il primo governo Conte, gli orrendi “decreti sicurezza”.

Da allora di acqua ne è fortunatamente passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate. Il Movimento si è ridimensionato anche perché molti suoi elettori sono emigrati a destra grazie a una decisa svolta a sinistra dei loro leader. Svolta non di facciata, vista l’esperienza del governo Conte-bis, contro cui si è speso il solito Renzi, apripista del governo Draghi.
Naturalmente le sbandate sono sempre possibili e non sembra che la democrazia diretta delle origini, cara a Gianroberto Casaleggio, sia sufficiente a mettere il Movimento al riparo da oscillazioni o ritorni di fiamma. Anche in questo caso ci vorrebbe un meccanismo che affidi la scelta dei dirigenti politici a una discussione sulle idee, ma il M5S non è un partito, congressi non ne fa. Anzi probabilmente li ritiene una perdita di tempo e questo forse è uno dei suoi limiti principali (lo scrive uno che alle ultime elezioni ha votato Cinque Stelle). E’ difficile indicare una soluzione ma è chiaro che va trovata, dal momento che la crisi dei partiti, “liquidi” o “gassosi” che siano, porta fortuna soprattutto alla destra.

I rapporti irrisolti tra neofascismo e Fdl

In queste settimane si è parlato molto di fascismo e molto poco di neofascismo, che poi è la continuazione del fascismo con altri mezzi e in diverso contesto istituzionale. Al Senato, Giorgia Meloni si è scagliata, in modo decisamente scomposto, contro Roberto Scarpinato, ex magistrato del pool antimafia di Falcone e Borsellino, “colpevole” di averle ricordato, tra l’altro, una commemorazione di Gianadelio Maletti, ex generale del Sid, organizzata da un esponente di Fdi.

Maletti, rifugiato in Sudafrica e lì morto nel giugno del 2021, fu condannato per favoreggiamento dei neofascisti coinvolti nella strage di piazza Fontana, atto iniziale della strategia della tensione alla fine degli anni Sessanta. Il generale, affiliato alla P2 di Licio Gelli, era una pedina di quello che la commissione Anselmi ha definito strategia “del condizionamento politico del sistema” da parte di una struttura occulta, la loggia segreta per l’appunto.
Parlare dei rapporti irrisolti tra Fdi e neofascismo non è un espediente polemico, non significa alzare l’asticella dopo che sul fascismo del Ventennio Giorgia Meloni – gliene va dato atto – è riuscita a pronunciare parole condivisibili e rassicuranti.

Quando la P2  giocava di sponda con il neofascismo

Non si tratta di toccare un nervo scoperto dell’avversario per metterlo in difficoltà, ma di chiedere, viste anche le ambizioni presidenzialiste di Giorgia Meloni, quale sia il suo giudizio su anni in cui P2 e neofascismo hanno giocato di sponda, mirando la prima ad “alcuni ritocchi della Costituzione” (così il Piano di rinascita democratica) e “a un ruolo subalterno delle forze politiche” in un contesto “che a sua volta collima con il miraggio dell’opzione tecnocratica intesa come alternativa a quella politica” (cfr: relazione di Tina Anselmi, pag 148); il secondo a progetti di destabilizzazione che nella realtà si traducevano in tentativi di stabilizzazione conservatrice e autoritaria.
Se non si fanno i conti con questo passato, che senso ha iscrivere una certa Tina nell’empireo della presidente del Consiglio, visto che “Tina” è Tina Anselmi, già presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2 e autrice della relazione di maggioranza?

La vicenda del generale Maletti

In termini politici, stiamo parlando dell’altro ieri ma se si considerano gli effetti ritardanti sulla conoscenza della verità prodotti dalle coperture offerte al neofascismo da uomini dei servizi segreti come Maletti, Giuseppe Santovito, Pietro Musumeci, Giuseppe Belmonte, Francesco Pazienza (direttamente affiliati o comunque legati alla P2), solo per citarne alcuni, parliamo di oggi.

Molti processi si sono conclusi da poco, altri sono ancora in corso. Tra questi, quelli a Paolo Bellini e Gilberto Cavallini, già coronati da condanne in primo grado. Tre ex esponenti dei Nar – Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Luigi Ciavardini – sono già stati condannati con sentenze definitive per la strage del 2 agosto 1980. Una realtà, quest’ultima, di cui Fdi fatica non poco a prendere atto. Eppure persino la Corte europea dei diritti dell’uomo – lo ricorda una bella inchiesta di Andrea Palladino per The Post Internazionale – con una sentenza del ’98 ha respinto il ricorso degli ex Nar, ritenendo che il processo sia stato celebrato nel pieno rispetto dei diritti della difesa.

L’attacco a Roberto Scarpinato

Nel processo a Paolo Bellini, sono emerse le tracce di collegamenti finanziari tra P2, Nar e servizi segreti. In altri processi sono provati quasi per tabulas i rapporti tra apparati di sicurezza, a lungo controllati dalla P2, e neofascismo. Dunque Scarpinato aveva ottimi motivi per sollevare il problema. Giorgia Meloni, che ha cercato di addossargli la responsabilità dei gravissimi depistaggi del processo per la strage di via D’Amelio, ha completamente perso l’aplomb da “politica che studia” prima di parlare, dicendo un’emerita fesseria.

Infatti non solo il magistrato non ha mai esercitato le sue funzioni presso la Procura di Caltanissetta, ufficio titolare delle indagini sulla strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, ma come procuratore generale di Palermo ha chiesto la revisione dei primi due processi “Borsellino” in cui erano stati condannati degli innocenti. Ed è davvero singolare che molti Tg non abbiano sentito il dovere di dare spazio a questa prima clamorosa smentita delle dichiarazioni fatte da Meloni in una sede solenne come quella del Senato, chiamato a esprimersi sulla fiducia al nuovo governo.

Una solida e coerente opposizione antifascista

Anche in questo caso, bisognerebbe cercare di dare maggiore sostanza a una coerente opposizione antifascista, riaprendo fascicoli che in questi anni sono rimasti appannaggio di familiari delle vittime, magistrati e pochi giornalisti.

Il giudizio su quanto è accaduto solo l’altro ieri necessariamente influenza quello che si vuol fare oggi, soprattutto se si hanno ambizioni di riforma costituzionale. Ricordarlo a Giorgia Meloni non sarebbe male, magari non lasciando questo compito solo a parlamentari preparati come Roberto Scarpinato.