Presidenzialismo, la riforma di FdI cancella il garante super partes

Per forma di governo tendenzialmente si intende il rapporto che intercorre tra gli organi costituzionali a cui è affidato l’indirizzo politico. In Italia, tale attività è promossa da Governo e Parlamento e tra i due organi politici costituzionali vige quello che viene definito un “rapporto di fiducia”. L’esecutivo, non eletto con voto popolare ma nominato dal Capo dello Stato, per compiere scelte di indirizzo politico ed esercitare pienamente i propri poteri, ha bisogno del voto favorevole del Parlamento che, in questo modo, co-partecipa alle sue iniziative. La revoca della fiducia impone la fine del Governo stesso.

L’equilibrio del rapporto tra i due, nell’architettura costituzionale, è complesso. La delicatezza del meccanismo è rappresentata anche dal fatto che esistono altri organi posti a garanzia del regolare svolgimento dei compiti che la Costituzione attribuisce a ciascun potere dello Stato, come il Presidente della Repubblica e la Corte costituzionale (organi con competenze diverse ma convergenti). È in ogni caso evidente che il principio di separazione dei poteri, elemento basilare di qualunque stato moderno liberal-democratico, si attenui laddove esiste un rapporto fiduciario tra potere esecutivo e potere legislativo, laddove cioè ci si trovi in presenza di una forma di governo parlamentare.

parlamentoLa forma di governo per definizione diversa da quella parlamentare è quella presidenziale. In questo caso il solco tracciato tra esecutivo e legislativo è ben più evidente. Non esiste un rapporto fiduciario tra i due poteri e il Capo dello Stato coincide con il capo del Governo. A lui spetta l’attività di indirizzo politico coordinando la schiera dei “propri ministri” e, naturalmente, non sono presenti organi politici come garanti super partes del sistema, in quanto l’equilibrio del meccanismo si gioca su una dialettica frontale tra due rami differenti. Il Capo dello Stato è eletto direttamente dai cittadini (o quasi direttamente), così come il Parlamento, ma in competizioni elettorali separate. Non essendoci un rapporto fiduciario, il leader dell’esecutivo dura in carica per tutto il mandato (salvo casi gravi e eccezionali) e, allo stesso modo, nemmeno il Parlamento può essere sciolto prima del regolare svolgimento dell’intera legislatura. Cosa che, al contrario, può accadere nel sistema parlamentare per volontà del Capo dello Stato, nell’ipotesi di assenza di una maggioranza consolidata in sostegno dell’esecutivo.

Un abito cucito su misura

Gli esempi classici delle due forme di governo sono l’Italia (parlamentare) e gli Stati Uniti (presidenziale). I sostenitori del sistema statunitense ritengono che il meccanismo tecnico-costituzionale applicato oltre-oceano sia sinonimo di stabilità e coerenza, mentre quello italiano debba essere rivisto nella direzione di un forte rafforzamento dell’esecutivo.

In realtà, non esistono forme di governo buone o cattive. Anzi, il sistema con cui si stabilisce il rapporto tra organi costituzionali politici è un abito cucito su misura, tenendo conto delle problematiche strutturali di ogni paese (come ricorda Gustavo Zagrebelsky). Nella fattispecie, i costituenti italiani scelsero la forma parlamentare perché partirono dalla consapevolezza della disomogeneità e della frammentazione della politica. Pertanto il confronto di interessi diversi tra forze contrapposte, che obbligatoriamente si instaura nelle democrazie parlamentari, sembrò essere la forma più idonea per la sostenibilità del processo democratico. E, tutto sommato, il sistema ha retto bene in questi decenni, ricomponendo nella mediazione, ben oltre il rapporto dialettico maggioranza-opposizione, le fratture presenti nella penisola.

Naturalmente, non esiste una sola forma di governo parlamentare e non esiste una sola forma di governo presidenziale. Molti autori considerano, per esempio, il sistema cosiddetto “semipresidenziale” una variante di quello presidenziale. L’esempio di riferimento è la Francia, in cui il Capo dello Stato, vero dominus del sistema politico (tanto da essere definito un “monarca repubblicano”), detiene nei fatti l’attività di indirizzo politico del Paese. Viene votato direttamente dai cittadini, ha potere di scioglimento dell’Assemblea Nazionale, nomina il Primo Ministro con cui condivide il potere esecutivo e non è sottoposto a un rapporto di fiducia da parte delle Camere. Rapporto che, però, esiste tra Assemblea Nazionale e Governo.

La riforma di FdI

Dunque si capisce come, che si parli di sistema presidenziale o semi-presidenziale, la tanto agognata stabilità del sistema non venga dal fatto che non esista un rapporto di fiducia tra legislativo ed esecutivo. Il vero discrimine sulla stabilità riguarda l’unità di intenti tra i due organi costituzionali (Parlamento e Governo). Unità che difficilmente può essere raggiunta se le assemblee legislative, a maggioranza, risultano di un colore politico differente da quello del Capo dello Stato. In quel caso il sistema rischia di vivere momenti di stasi, sintetizzati dall’immagine di due canottieri che remano in direzione uguale e contraria. Insomma, non è la sola forma di governo a garantire stabilità. Pur essendo importante per l’architettura complessiva, non è la soluzione miracolosa ai problemi di fragilità politica che si nascondono nelle profondità del tessuto democratico di un paese.

dal sito www.governo.it

In Italia, la nuova maggioranza ha deciso di voler proporre una riforma costituzionale sulla forma di governo in direzione presidenziale. Pur non essendoci ancora una proposta di legge formale presentata alle due Camere, tanto dal programma elettorale, quanto dal disegno di legge costituzionale presentato nella scorsa legislatura dal partito “Fratelli d’Italia”, si possono intuire i punti chiave promossi dalla destra. In particolare, risultano di interesse l’elezione diretta del Capo dello Stato, cui vengono affidati tutti i compiti attualmente previsti dall’articolo 95 al Presidente del Consiglio dei Ministri (direzione della politica generale del Governo e coordinamento dell’attività dei Ministri, per esempio) con la possibilità di revoca dei Ministri su proposta del Presidente del Consiglio. A ciò si aggiungerebbero poteri che richiamano quelli tipici di un Capo di Stato nei sistemi parlamentari (nomina del Presidente del Consiglio; scioglimento delle Camere; promulgazione o rinvio delle leggi; comando delle forze armate). Un insieme di attribuzioni accentrate nelle mani di una figura che, per via dell’elezione diretta, non rappresenterebbe più il garante sopra le parti di un indirizzo costituzionale, ma diventerebbe un organo iper-politico. Di parte e di partito.

Non è irragionevole supporre che un sistema presidenziale, per la sua natura dicotomica, in un paese come l’Italia aumenterebbe le contrapposizioni già in essere, portandole da una normale dialettica politica a un livello di divisione istituzionale. Peraltro, in un tessuto frammentato in cui non vota il 36% degli aventi diritto e chi governa è supportato da una maggioranza che rappresenta circa un quarto degli elettori, si capisce che la necessità resti quella di garantire i necessari pesi e contrappesi per evitare l’eccesso di potere nelle mani di pochi. È un tema che, più che riguardare il funzionamento della macchina tecnico-costituzionale, riguarda la sostenibilità del processo democratico. Processo che mostra tutte le sue fragilità anche nel più volte richiamato sistema francese, dove il Presidente uscente (poi riconfermato), nel 2022, viene votato al primo turno da soltanto un quinto degli aventi diritto.

La cornice e il quadro

Le divisioni che scaturirebbero da una scelta marcatamente presidenzialista, o semi-presidenzialista all’italiana (inseguita in passato anche dal centro-sinistra), senza i dovuti checks and balances metterebbero a rischio la tenuta del Paese. Mancherebbe ad esempio, e non è un fattore secondario, il comune riconoscimento verso quella figura di unità nazionale che attualmente è il Presidente della Repubblica. Legame che deriva proprio dal fatto di non rappresentare nessuna fazione, ma di essere una istituzione collocata da una parte sola: quella della Costituzione. E certamente non basterebbe l’ipotesi di inserimento di una sfiducia costruttiva verso il Governo da parte del Parlamento per limitare eventuali frizioni. Anzi, tale istituto potrebbe apparire come l’assist verso uno scontro frontale tra istituzioni diverse, ma dotate di piena legittimità elettorale.

L’argomento è vasto, complesso e merita tutti i dovuti approfondimenti. Forse, però, in una situazione di fragilità generale, in cui disagi economici e sociali interni si legano a prospettive di instabilità internazionale, potrebbe essere prioritaria una valutazione sulle classi dirigenti (non solo partitiche), per promuovere delle riforme che tocchino la sostanza dei mutamenti. Questo non vuol dire che non siano necessarie modifiche strutturali, legate alla legge elettorale o ai regolamenti parlamentari, per garantire maggiore efficienza istituzionale. Ma resta il punto che ad essere riformate, come sottolinea il dato elettorale del 2022, devono essere le forze che concorrono all’indirizzo politico nazionale. Più che la cornice, occorre modificare la pittura del quadro. Forze politiche solide, capaci di intercettare disagi e soluzioni, sono essenziali per le democrazie a prescindere da qualsiasi forma di governo. La stabilità, poi, verrà da sé.