Cresce la povertà:
dietro quei numeri
ci sono persone

Nello svolgere egregiamente il proprio lavoro, l’Istat ci ha opportunamente inondato di dati sulla povertà in Italia nel 2020. Sono dati impressionanti per la crescita assoluta e qualitativa di questo fenomeno che costituisce, quanto meno, una pesante zavorra per lo sviluppo del paese. Stime preliminari, certamente, ma è possibile che la recrudescenza del Covid negli ultimi mesi dell’anno rendano ancora peggiore il dato a consuntivo.

Oltre 5,6 milioni di italiani nel 2020 sono sotto la soglia della povertà assoluta: il 9,4% dei nostri concittadini, con un aumento di 1 milione rispetto al 2019; 2 milioni di famiglie italiane, fra le quali crescono soprattutto quelle in cui la persona di riferimento è occupata, soprattutto operai (ma allora, esistono ancora nonostante la vulgata che li vorrebbe scomparsi!) con il 13,3% del totale e lavoratori in proprio (7,6%). La povertà assoluta cresce ovunque in Italia, ma soprattutto al Nord: 218.000 famiglie, passando dal 5,8% del 2019 al 7,6% del 2020. Ed è una povertà che colpisce, vigliaccamente, i più deboli: i bambini e le famiglie di stranieri. In questo paese, membro del G20, ricco di cultura, storia e bellezza, ci sono 1 milione e 346 mila minori di 18 anni poveri, il valore più alto dal 2005! Ben 209.000 più del 2019 per una percentuale del 13,6% della popolazione (nel 2019 erano 11,4%).

Sono gli Oliver Twist del XXI secolo: bambini, adolescenti costretti a vivere in povertà assoluta all’interno di una società “avanzata”, ricca, anche opulenta per certi versi; esposti ai rischi di malattie (perché la prevenzione in famiglie povere può risultare un lusso), di analfabetismo di ritorno (soprattutto nella scuola della DAD), di cadere nella piccola criminalità disorganizzata e pericolosa; certamente bambini e adolescenti, a meno di non incappare nel ricco e agiato signore come appunto Oliver (sempre più rari per la verità), per i quali il mitico ascensore sociale non è bloccato, ma definitivamente guasto. Ma mentre nell’Italia di mio padre bambino molti figli in famiglia equivaleva ad avere qualche possibilità in più di farcela, oggi la presenza di figli minori espone maggiormente le famiglie alla povertà assoluta: dal 9,2% del 2019 all’11,6% di oggi. Se poi sei in una famiglia di stranieri il rischio di cadere nella povertà assoluta passa dal 22% al 25,7%.

Numeri, impressionanti, ma numeri. Che, diciamocelo pure francamente, domani avremo già dimenticato e torneremo serenamente a discutere del vincitore di Sanremo, mentre la politica tornerà ad occuparsi dei contorcimenti delle varie correnti del Pd, degli ultimi post di Salvini o dei libri letti o meno da Giorgia Meloni. Perché i numeri sono asettici, noiosi, impersonali.

Ma cos’è, materialmente, fisicamente, questa soglia di povertà assoluta che l’Istat applica agli italiani? Il valore monetario, a prezzi correnti, del paniere di beni e servizi considerati essenziali per ciascuna famiglia, definita in base all’età dei componenti, alla ripartizione geografica e alla tipologia del comune di residenza. Sotto questo valore monetario c’è l’orrido in cui si cade senza possibilità di risalita (se qualcuno non ti tende la mano).
Per imprimerci a fuoco nella carne viva questi numeri, dobbiamo dargli dei volti, dei corpi, delle storie; dobbiamo immaginarci il nostro vicino di casa cadere in questa voragine; vedere il collega di lavoro che perde quell’unica fonte di sostentamento oppure sapere che la perde sua moglie e saperlo incapace, pur lavorando, di garantire alla sua famiglia quei beni e servizi essenziali; le dobbiamo sentire, famiglie di italiani e di stranieri, i cui figli frequentavano con i nostri la palestra, oppure la scuola, dover rinunciare alla cura odontoiatrica, allo sport, ad uscire perché tutto ciò ricade nel voluttuario, mentre non riescono a garantire loro l’essenziale.

Ho citato Oliver Twist non per paragonare la situazione dell’Inghilterra dell’Ottocento a quella italiana del XXI secolo, ma perché il romanzo del XIX e del XX secolo era spesso la fonte unica eppure accurata sui livelli di vita e di ricchezza dei diversi gruppi sociali e, soprattutto, sulla struttura profonda della disuguaglianza e sulle implicazioni nell’esistenza di ciascun individuo. I romanzi di Charles Dickens, di Jane Austen, di Balzac o del nostro Giovanni Verga ci dicevano molto, spesso le uniche cose che potevamo sapere, sulla distribuzione della ricchezza in quelle società.

Oggi la scienza statistica è certamente più precisa, ma ha necessariamente perso la potenza evocativa, direi la verità, di quei romanzi. Ho l’impressione che dovremo sforzarci di recuperare quella forza evocativa, rimettendoci di fronte alle persone in carne ed ossa, altrimenti i numeri saranno domani soppiantati da altri numeri e ne perderemo la gravità. Che ci resta più impressa se, ad esempio, la paragoniamo ad altre figure in carne ed ossa (e, anche qui, non all’astratto 0,1% della popolazione più ricca del pianeta).

Così ha fatto la ong As you sow che in una recente ricerca, ha pubblicato i nomi e i cognomi dei cento Ceo più pagati d’America (The 100 Most Overpaid CEOs 2021 — As You Sow ). Guida la classifica il signor Sundar Pichai, Ceo di Alphabeth Inc. (la multinazionale americana proprietaria di Google, il motore di ricerca su cui sto in questo momento navigando) con una retribuzione annua di 280,6 milioni di dollari, pari a 1085 volte la retribuzione media dei suoi dipendenti. L’ultimo della classifica è il signor James J. Judge, Ceo di Eversource Energy, con “appena” 13,6 milioni di dollari l’anno. I loro volti sono lo specchio (deformato) di quello dei poveri assoluti del mondo. E, dunque, basterebbe questo per riempire il programma di un qualsiasi governo del paese e del mondo e per indirizzare il Recovery Fund ad una gigantesca opera di redistribuzione più equa delle ricchezze.

Bene, detto questo, ora possiamo amabilmente tornare a parlare di chi succederà a Zingaretti e del futuro politico di Conte. Buona fortuna, Italia.