La destra PPE ora è tentata da Orban e Salvini

C’è un’alleanza tra la destra moderata e la destra estrema nel futuro dell’Europa? Il diavolo sovranista si farà benedire con l’acqua santa democristiana nel nome dell’identità anti-islamica, della riaffermazione dei confini per le piccole patrie, delle vecchie tradizioni d’antan quando la globalizzazione era di là da venire, le famiglie erano rigorosamente formate da uomini e donne e i bambini a scuola studiavano il catechismo e la missione civilizzatrice dell’Occidente? Così sembrerebbe a sentire Manfred Weber, capogruppo del PPE al Parlamento europeo, che ha lanciato l’idea di un’intesa tra i Popolari e i sovranisti di Orbán e Salvini per le elezioni del maggio prossimo.

Weber, tedesco eletto nella file della CSU, la sorella bavarese della CDU di Angela Merkel, guida il gruppo dal 2013, quando raccolse quasi l’unanimità degli eurodeputati popolari. Ora ha deciso di candidarsi alla presidenza della Commissione per succedere a Jean-Claude Juncker, anch’egli popolare ma eletto, lui, con un accordo bipartisan con i socialisti del PSE. Proprio con l’elezione di Juncker fu inaugurata per la guida dell’esecutivo UE la nuova prassi degli Spitzkandidaten:  le grandi famiglie politiche indicano un candidato agli elettori e quello dello schieramento che ottiene la maggioranza relativa viene insediato alla presidenza della Commissione. Non per obbligo istituzionale, giacché la scelta del presidente continua ad essere prerogativa dei governi nazionali, ma sulla base di un’intesa tra i gruppi.

Quante possibilità ci sono che i desideri di Weber si avverino? Cerchiamo di capirlo partendo, intanto, da una considerazione: a differenza di quanto sostengono spesso e volentieri i media italiani, l’uomo non è “una creatura della Merkel”. Fu eletto, certo, con il consenso e l’appoggio della cancelliera tedesca nel quadro di una distribuzione di cariche e di posti tra la sua CDU e la CSU (anche i tedeschi hanno il loro manuale Cencelli) e il governo di Berlino deve aver apprezzato il modo in cui in certe fasi ha difeso a Strasburgo le posizioni della Germania in materia di disciplina di bilancio. Ma è pur sempre l’esponente di un partito che soprattutto negli ultimi tempi e soprattutto su temi assai sensibili come l’immigrazione e il futuro dell’integrazione europea ha preso fortemente le distanze dalla cancelleria, fino alle minacce esplicite di innescare una crisi di governo da parte del capo stesso della CSU, il ministro federale dell’Interno Horst Seehofer. I temi sui quali Weber ha abbozzato lo schema della sua possibile, auspicata, intesa con i sovranisti, la difesa dei confini, le modifiche restrittive in fatto di diritto di asilo, il blocco dell’immigrazione, la tutela dell’”identità cristiana” corrispondono esattamente alle parole d’ordine che i cristiano-sociali hanno adottato nell’illusione di recuperare un po’ del terreno che l’estrema destra di Alternative für Deutschland ha tolto loro in vista delle importantissime e ormai imminenti elezioni bavaresi del 14 ottobre. Il che fa pensare che nella sortita del capogruppo popolare anche questa scadenza abbia avuto un suo peso.

Inoltre bisogna considerare un altro grosso ostacolo alle ambizioni dell’esponente cristiano sociale. La Germania ha avuto finora un solo presidente della Commissione: Walter Hallstein negli anni, lontanissimi, tra il 1958 e il 1967. Dopo Hallstein, che la storia ricorda più che per quanto fece a Bruxelles per la sua celebre “dottrina” che predicava la rottura dei rapporti diplomatici di Bonn con tutti i paesi che avessero riconosciuto la DDR, la Repubblica federale ha rinunciato a competere per quella carica per un’evidente ragione di opportunità: essendo il paese più forte troppo facilmente avrebbe potuto essere accusato di strapotere. Questa circostanza non è venuta meno, anzi, e quindi è difficile pensare che Frau Merkel non ne tenga conto. Tant’è che perfino sull’altra carica importantissima che sta per arrivare a scadenza, quella del governatore della Banca centrale europea, pare abbastanza improbabile che da Berlino si proporrà un candidato tedesco, come l’arcinemico di Mario Draghi Jens Weidmann. In ogni caso, nell’ipotesi assai improbabile che la cancelliera superasse le proprie remore e puntasse a portare un tedesco alla guida della Commissione la scelta – suggeriscono dal suo entourage – cadrebbe piuttosto sul  fedelissimo che ha messo alla direzione del ministero delle Finanze, il collega di partito Peter Altmeier.

La sortita di Weber, a parte la sua probabile valenza elettorale bavarese, testimonia comunque l’imbarazzo politico in cui versa il PPE, evidentemente consapevole dei rischi che corre sulla sua destra dall’avanzata dei sovranisti e dei populisti xenofobi e “identitari”. I sondaggi parlano chiaro: l’alleanza bipartisan PPE-PSE che elesse Juncker non basterebbe più. L’alternativa sarebbe o un blocco democratico tra i popolari e tutti i partiti democratici ed europeisti, socialisti, liberaldemocratici e Verdi, i quali ben difficilmente accetterebbero di candidare un uomo così schierato a destra come Weber oppure un’alleanza esplicita del PPE con i sovranisti salviniano-lepenisti-orbaniani. Sarebbe una rottura davvero clamorosa con le forze democratiche e porterebbe probabilmente a una scissione nelle file popolari, nelle quali esistono ancora componenti sinceramente democratico-cristiane. E comunque è molto dubbio che la galassia populista accetterebbe di accodarsi in fila dietro a un tedesco che è stato nel Parlamento europeo il più coerente e pugnace difensore dell’austerity, delle durezze del fiscal compact e della disciplina di bilancio: tutte le nequizie insomma che i gruppi dirigenti dei paesi del gruppo di Visegrád, i lepenisti in Francia, i nazionalisti del Vlaams Blok in Belgio, gli anti-islamici olandesi di Geert Wilders, i Demokraterna in Svezia, gli antieuropeisti del Partito del Progresso in Norvegia, i “Veri finlandesi” e, last not least, gli esponenti dell’attuale governo italiano imputano con toni sempre più forti a “quelli di Bruxelles”.

A meno di sorprese, sempre possibili, c’è da pensare insomma che l’autocandidatura di Manfred Weber, accompagnata da un così cinico rovesciamento delle alleanze, non andrà lontano. Il PPE dovrà cercare altrove e non sarà facile perché i suoi dirigenti si sono messi nei guai da soli quando, per miserevoli interessi di bottega (consolidare la propria maggioranza), hanno accettato e poi tollerato per anni nelle loro file un partito xenofobo e autoritario come il Fidesz di Ortbán e hanno ingoiato fino all’indecenza le misure liberticide che Budapest andava adottando: l’erezione di muri e fili spinati, l’asservimento della magistratura e della corte costituzionale, le limitazioni alla libertà di stampa e alla libertà di associazione, i divieti alle ONG, leggi che considerano un reato grave solidarizzare con i migranti. Il PPE rischia di pagare, alle elezioni di maggio, un prezzo che la storia ci ha messo sotto gli occhi ogni volta: chi insegue le posizioni estreme finisce per legittimarle. Nelle prossime ore il Parlamento europeo dovrà discutere una mozione che invita la Commissione a incardinare la procedura dell’articolo 7 del Trattato, che prevede sanzioni fino alla sospensione per i paesi che non rispettino i princìpi fondamentali delle libertà civili, nei confronti dell’Ungheria. Sarà interessante vedere che cosa Weber suggerirà al suo gruppo di votare. A chi glielo chiedeva nei giorni scorsi rispondeva balbettando. Uno così non può dirigere l’Europa.