“Ponti sdarrupatu”: le esistenze travolte dal Morandi nelle poesie di Panetta

2018. è martedì 14 agosto. Sono le 11.36. Il viadotto Polcevera dell’autostrada A10, noto come ponte Morandi dal nome dell’ingegnere che lo ha progettato, crolla da 45 metri d’altezza nell’alveo, sulla strada e sulle strutture sottostanti. Muoiono 43 persone, tra operai che lì stavano lavorando e automobilisti in transito.

A febbraio 2021, come riportano tutte le principali testate italiane, inizia l’incidente probatorio sulla maxi perizia di circa 500 pagine disposta dal giudice Angela Nutini. La Procura del capoluogo ligure inscrive nel registro degli indagati 71 persone tra ex dirigenti e tecnici di Autostrade e di Spea, la società incaricata delle manutenzioni, nonché dirigenti del Ministero delle Infrastrutture e del Provveditorato; fra le accuse, omicidio colposo plurimo, crollo doloso, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso, omissione d’atti d’ufficio, rimozione o omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro.

Un ponte che crolla, quindi, non per un colpo sinistro del fato, bensì, come riportato dalla Procura di Genova, per «assenza di manutenzione straordinaria e ordinaria». Un errore tutto umano, protratto nel tempo e, dunque, stando alla massima proverbiale, con tratti diabolici. Un’aberrazione evitabile e cioè una tragedia che sarebbe potuta non accadere. E se ancora, come sempre in questi casi, molto deve essere chiarito e le responsabilità attribuite, e mentre da nero-morte le sfumature della vicenda tendono ad assumere la cromia grigia della burocrazia giudiziaria, quello che resta è l’interruzione di biografie, la fine brutale di vite che avrebbero potuto vivere.

Ad agosto 2021 esce, per Passigli, Ponti sdarrupatu. Il crollo del ponte, raccolta poetica con la quale Alfredo Panetta dà forma a un vero e proprio culto dei morti, in memoria di quelle esistenze spaccate, bloccate per sempre; senza ricorrere a corna di cervo o ad altri oggetti ornamentali ma esclusivamente attraverso l’uso consapevole e maturo della parola poetica, Panetta ricostruisce il prima, consente di stringere la mano e conoscere chi la cronaca riporta come un numero e poi, in pochi giorni, dimentica. Il cuore esposto e vivo con cui Panetta si carica della responsabilità del racconto, fiore immerso in pozze di sangue innocente, non ha come fine però quello di commuovere o smuovere a pietà – sebbene sia impossibile non essere travolti dal pianto e dallo sdegno – bensì quello di mettere chi legge nella condizione di avere una prospettiva altra per osservare l’accaduto e, da qui, uscire dalla passività di chi si limita a guardare per entrare nell’attivismo di chi prova a cambiare le cose; scrive, a proposito, Giovanni Tesio nella prefazione: «Si potrà ben dire che questa di Panetta sia poesia decisamente “civile”, il che significa capace di assumere un fatto e un lutto nazionali non già per farne una valle di lacrime ma per stimolare o semplicemente invitare – senza appelli – alla resistenza».

A completare l’evidente rilevanza di quest’opera, l’uso del dialetto calabrese del basso ionico reggino con la quale è scritta, accompagnato dalla traduzione italiana o, come Panetta predilige definirla, “riscrittura in italiano”. Anche sul piano linguistico si manifesta, allora, un desiderio di comunanza e condivisione del dolore e, allo stesso tempo, di necessaria unità per superarlo e per far sì che ciò che è accaduto non si ripeta; perché se quelle vite non potranno tornare ad abitare questo mondo, quelle rimaste hanno il dovere non solo di conservarne la memoria ma anche di impedire che altre fratture, architettoniche e umane, spezzino tragicamente il corso del vivere.

L’OCCHJI DU NAVIGLIU
Pilasthru n. 6

Fu accussì, n’attimu
e nta ‘n pugnu, u strèusu
chi si faci carni.

N’Hiroshima thra occhi
e stomahu chi si sdarrupa.
E mo’? (mi fidà u penzu
aju ad èssari, se fudi
staciuta, Ddi o non Ddi).

Dassu ‘n ereditati
i mè scarpi chi dduranu
i Navigliu Randi.
A tia, foresteru
u voschettu arretu
casa, aundi trovi
a linci chi fudi
e ova ‘i serpenti
ristoru di mé matini.

Non dicu a rraggia mia
i momenti ‘i preju assà
(e puru ja carogna chi ndi faci
m’i scordamu, e non potimu nenti).
‘N grazzi randi a cu guardau
‘i prescia nt’o metrò
e unu, tènnaru, a d’a vita
a malugradu u sò vizziu ‘i fari ‘i cchjiù.

Nto scuru si thrasi
a testa ajitta, sempi.
Lenthu u rispiru, a manu
desthra o Temphu.

ad Angela, chi venìa ‘i Corsicu (MI)

GLI OCCHI DEL NAVIGLIO
Pilastro n. 6

Fu così, un attimo
e in un pugno, l’assurdo
che s’incarna.

Un’Hiroshima tra gli occhi
e lo stomaco che crolla.
Ed ora? (riuscii a pensare
sarò se sono stata
Dio o non Dio).

Lascio in eredità
le mie scarpe che odorano
di Naviglio Grande.
A te, straniero
il boschetto dietro casa
dove troverai la lince
che sono stata
e uova di serpenti
ristoro dei miei mattini.

Ometto la mia rabbia
i momenti di euforia
(e la carogna che ce li fa
scordare, inesorabilmente).
Un grazie intenso
agli sguardi furtivi sul metro
e uno, tenero, alla vita
malgrado il suo vizio di strafare.

Nel buio si entra
a testa alzata, sempre.
Lento il respiro, la mano
destra al Tempo.

ad Angela, cittadina di Corsico (MI)

BASU A MITÀ
Pilasthru n. 26

Pe’ Ema e Camilla
sunnu ‘n potenti sonniferu
i palori antichi d’Andrea.
A thrummenta ‘i staggioni
po’ faci u restu. Megghjiu
staciri ncollati o tabletti
u si vaci arretu all’omiceji curiusi
thra nu pisuleju e l’atthru.

Non ndi perdi na nota a cumpagna
i ricchji curriusi ‘i cu staci
nta ll’amuri a cori laprutu.

D’i voti, iju nci cumpessa
– quandu chjiovi accussì viju
sulu u cojari du suli, u capisci?
Thra‘i gocciceji e u vapori
ncarcosa mi sballotta tuttu
ed non rispundu mancu a ddiu ‘n perzuna.

Nnanzi c’a fìmmana vaji u lapri
a panza a chija ed ad authri paghuri
si fermà u calandarriu all’11, 36
Du 14 agustu di l’Annu du Signuri du 2018.

Non nc’importanu i cosi nichi
i sìllabbi ‘n suspisu
a spirali barrata d’a via Lattea.

Chiju chi mporta esti ch’eu
spogghjiu a margarita
e nta ll’urtimu pètalu
non nc’esti nuju signali
‘i nu basu dassatu a mità.

ad Andrea, Claudia, Emanueli e Camilla

BACIO A METÀ
Pilastro n. 26

Per Ema e Camilla sono
un potente sonnifero
le parole vetuste di Andrea.
La burrasca estiva
poi fa il resto. Meglio
stare incollati al tablet
a inseguire omini buffi
tra un sonnellino e l’altro.

Non ne perde una nota la compagna
le orecchie curiose di chi sta
nell’amore a cuore aperto.

A volte, lui le confessa
– quando piove così vedo
solo il crepuscolo, capisci?
Tra le goccioline e il vapore
qualcosa mi destabilizza
e non rispondo neanche a Dio in persona.

Prima che la donna aprisse
il suo grembo a quella e ad altre paure
si arrestò il calendario alle 11,36
del 14 agosto dell’Anno del Signore 2018.

Non importano i dettagli
le sillabe in sospeso
la spirale barrata della Via Lattea.

Importa solo che io sfogli
la mia margherita e sull’ultimo
petalo non ci sia l’impronta
d’un bacio lasciato a metà.

ad Andrea, Claudia, Emanuele e Camilla