Tra memoria e futuro, aver cura della vita mentre la terra trema

«La terra trema, amore mio / i figli van tenuti in braccio» canta Luciano Ligabue in una delle tracce dell’album Mondovisione (2013), per ricordare che il terremoto, reale prima che metaforico, ha come necessaria conseguenza una poderosa e complessa opera di ricostruzione, la cui origine è data dal prendersi cura, innanzitutto, di chi della vita ha appena iniziato a prendere coscienza.

E se per qualcuno la citazione potrebbe non essere abbastanza colta, bene però esprime il senso di responsabilità che le generazioni più adulte devono avere nei confronti delle più giovani, quando anche il proprio suolo si spacca, le radici fuoriescono e si rimane spaesati là dove era la propria casa; perché anche le cose che ci paiono più solide e sicure possono aprirsi davanti ai nostri occhi, sotto le nostre gambe e per suturare quella ferita profondissima, che squarcia lo spazio fisico e quello dell’anima, gli occhi devono essere puntati molto oltre il cumulo di macerie che resta.

Occorre cioè avere una ferrea idea di futuro, sebbene possa apparire un precetto utopico o un assunto ossimorico. Eppure, questa diade intricata ma capace di fungere da trampolino è quella che anima tutta la nuova raccolta di Gianni Montieri Ampi margini, uscita quest’anno per LiberAria, nella quale, non a caso, un’intera sezione è dedicata al terremoto che il 23 novembre del 1980 colpì l’Irpinia. Si intitola  Quando imparammo a tremare 23 novembre 1980 e, come ha sottolineato lo stesso Montieri in un recente momento di presentazione dell’opera, racconta del tremito che tocca tenersi addosso tutta una vita nonostante, nel momento in cui si manifesta, non si è ancora in grado di riconoscerlo perché «Non avevamo paura. Eravamo bambini. I bambini non hanno / paura, non sanno la paura dei grandi.».

C’è, in questo ottimo libro, in linea di continuità con il precedente lavoro poetico, Le cose imperfette (LiberAria, 2019), un senso dinamico del tempo, l’assunzione generosa del rischio di provare a protrarsi, a tendere la mano a ciò che verrà; e se la poesia non è estranea ai viaggi indietro e avanti nelle epoche, lo è senz’altro la società nella quale siamo immersi, schiacciata su un iperpresente che fagocita il prima e, soprattutto, il dopo, rendendo i termini “memoria” e “progetto” parole indicibili.

Montieri, al contrario, proprio da questi due baluardi della storia personale e collettiva, costruisce i suoi versi, mossi dalla morsa sincronica del trattenere – per potere ricordare – e del lasciare andare – cosicché il nuovo possa trovare dimora –; i genitori ci lasciano, gli idoli abbandonano la vita terrena, l’esistere quotidiano modifica il linguaggio: scosse continue accompagnano, cioè, il nostro tempo, costringendoci al cambiamento, a costanti micro-morti. Per questo, quando Montieri scrive «Avremmo imparato a stare in equilibrio su luoghi fragili, tenendoci per mano.», anche se, per nostra fortuna, non abbiamo vissuto direttamente la tragica esperienza del terremoto, ne comprendiamo esattamente il senso.

Gianni Montieri

Ampi margini, partendo dall’idea che non si venga mai da un luogo soltanto ovvero sovvertendo le tradizionali geografie spaziali, rivoluziona l’iter cronologico, restituendo, ricompattando, sigillando le crepe; perché, per ogni solco che il terremoto apre, facendo divampare vuoti sotto e dentro di noi, c’è un reticolo di vie capace di indicarci ancora la strada, un libro in grado di ridarci una carezza, uno sguardo d’amore dove ricostruire la nostra casa.

Chitammore, nella voce di un ragazzo
mentre rischia di essere investito
pensa a Chitemmuorte, ma poi la vede
così bella che non sa insultarla, rapido
come il fulmine toglie ‘e muorte
e mette ammore, risolvendo
tra battito e matematica applicata
ogni tipo di equazione.

*

Adesso mi piace venire al cimitero
da te, mettermi di spalle alla tomba
guardare quello che tu vedi
distese di lapidi e di cappelle
squarci di strade che si intersecano
i tralicci dell’Enel, più avanti
sullo sfondo dev’essere la casa
di zio Antonio, due curve dell’Asse
Mediano se mi volto a destra
il vento di dicembre sulla sciarpa blu
stai al terzo piano e devono piacerti
i cavalli in basso oltre la strada
a sinistra la collina, forse i Camaldoli
tu vedi di più, io lo so che il tuo sguardo
arriva fino alla costa, taglia in due
la Domitiana, si spinge e tiene
insieme tutti i nostri passati.

*

Non pensare che fosse indifferenza
la nostra piuttosto un modo di vivere
le cose così come si vivono:
tutte insieme, una per volta.
La sparatoria dietro l’angolo
la partita di calcetto i compiti da fare
poi uscire la sera: il bar, la storia di tutti
tutti tornavamo a casa per cena

*

Qualunque fosse la musica nelle cuffie
quali fossero i libri chiusi nello zaino
il tema suonato era quello della fuga
contemplo da lontano i decenni
nessuna melodia a portarci via
così giovani indifferenti e sterili;
ho la stessa barba di chi è rimasto
attaccato con le unghie a un’idea
una voragine, un mattone pieno.

Gianni Montieri Ampi margini, ed.LiberAria