Pif e De Luigi, il film per scuotere
un popolo che resta a guardare

Dobbiamo dire grazie a Pierfrancesco Diliberto (PIF) per aver confezionato, con amara ironia e il consueto garbo, una storia che urla di rabbia e indignazione, come solo certi toni sussurrati e parodistici sanno fare. E dobbiamo dire grazie a Fabio De Luigi che presta la sua faccia rassegnata, incredula, dolente ad un personaggio il cui volto ammaccato è perfetta metafora del messaggio.

Un popolo che non capisce i nuovi processi

E’ forte il messaggio di “E noi come stronzi restammo a guardare“. Questo nostro paese sembra sempre più narcotizzato. C’è una stragrande maggioranza di popolo cui è stato fatto credere che il più grave problema del futuro per noi italiani sono gli sbarchi degli immigrati a Lampedusa, e non i cambiamenti climatici o gli squilibri geopolitici del pianeta. Che il problema è l’Europa e non la chiusura identitaria. Che il problema è la moneta unica e non le disuguaglianze e le asimmetrie che si moltiplicano, anche per effetto dei processi di innovazione digitale. Un paese di narcotizzati la cui maggioranza non distingue più una notizia vera da una falsa; che ignora cosa sia la profilazione algoritmica; che non ha alcuna idea della cessione di sovranità che si va compiendo nel momento in cui si postano dati, foto e informazioni su una piattaforma social.

Un popolo che resta a guardare, sempre meno avvezzo all’esercizio della critica, sempre più incline a conformarsi agli standard correnti e a non farsi troppe domande, è un popolo che non ha più tra le mani il suo destino. Il film di PIF sembra volerci suggerire proprio questo. Nell’epoca del trionfo delle piattaforme digitali globali e dei loro software sostenuti dall’intelligenza artificiale, ciascuno di noi è sempre più esposto al rischio di uno spossessamento della propria esistenza. Se è una app a decidere dell’affinità sentimentale; un algoritmo a definirci più o meno abili al lavoro; un volto in video dall’India a reclutarci e un ologramma a pagamento a farci innamorare, allora la soglia d’allarme è già stata superata.

Chi è padrone del proprio destino non sta a guardare

Un popolo padrone del suo destino non resta a guardare. Soprattutto non restano a guardare le sue elite intellettuali e pensanti. Nel giugno del ’40, dopo la disastrosa ritirata di Dunkerque e l’occupazione nazista di Parigi, l’Europa viveva il suo periodo più buio. Eppure, proprio in quei giorni alla BBC echeggiarono – apparentemente incongrue e velleitarie – le parole di De Gaulle sulla necessità di resistere, e un mese prima, all’insegna del resistere, Churchill aveva promesso al suo popolo “sangue, fatica, lacrime e sudore”. Anche nell’Italia del fascismo trionfante, che entra in guerra gonfio di consensi proprio in quello scorcio d’estate del ‘40, elite intellettuali ed operaie (mi viene in mente innanzitutto la figura di Umberto Massola) tessono pazientemente una rete sottile e fragile di opposizione militante. Gli scioperi del marzo del 43 e la spallata operaia al regime, che annunciano e preparano la resa dei conti istituzionale del 25 luglio, non sarebbero comprensibili senza quell’oscuro lavorio di anni, da parte di una opposizione tanto sparuta e dispersa, quanto determinata e lungimirante. Se quell’opposizione non avesse metabolizzato in profondità la togliattiana nozione di fascismo come “regime reazionario di massa”, non avrebbe certamente sviluppato né una teoria della democrazia politica come obiettivo fondamentale da conseguire, né una prassi politica strumentale a quell’obiettivo, fondata sull’unità di tutte le forze antifasciste, contro ogni tentazione isolazionista o massimalista. Ci volle coraggio, forza d’animo, generosità, lungimiranza per avere allora, in un tempo di ferro e di fuoco, tanta lucidità di visione e tanta voglia di non restare a guardare.

Poche e sommarie battute, che mi servono per tornare al presente e al film di PIF. Un film che a suo modo, utilizzando i registri dell’ironia e del grottesco, ci dice che serve una qualche reazione nei confronti del dominio delle tecnologie digitali da parte di una cerchia ristretta di privatissimi poteri che nutrono l’ambizione di giocare da Stati sovrani (l’operazione onomastica promossa da Facebook in queste settimane, per cui la casa madre si chiamerà Meta, dal greco “oltre”, denuncia intenzioni che vanno ben al di là di una mera operazione di marketing).

Come spaventare i giganti del web?

Da noi il tema è all’ordine del giorno tra i giuristi più avvertiti e – come di recente nel caso di Amazon ed Apple – suscita l’attenzione di qualche Autorità di controllo, ma non molto di più. In giro per il mondo si batte qualche colpo in più, ma ci vuole altro che una indagine della Federal Trade Commission per spaventare Amazon, Google, Apple e Facebook. In questo contesto, un film al cinema – avendo molte più possibilità di raggiungere il grande pubblico rispetto a un saggio accademico – può giocare un ruolo di sensibilizzazione e provare a rifare il verso alle parole di De Gaulle. Se nella Francia, e nell’intera Europa nord-occidentale occupata dai nazisti, un generale solitario poteva mettersi a capo di una resistenza che allora esisteva solo nella sua testa, un piccolo film potrà ben svegliare qualche coscienza e qualche sensibilità.

Sul New York Times del 29 gennaio 2021, sotto un titolo durissimo, The coup we are not talking about (Il colpo di Stato di cui non stiamo parlando), Shoshana Zuboff riassume da par suo il dilemma cui saremmo di fronte: We can have democracy, or we can have a surveillance society, but we cannot have both (possiamo avere la democrazia oppure la società della sorveglianza, non possiamo avere entrambe). La Zuboff (come PIF, a ben vedere, si parla licet) si riferisce ovviamente alla riduzione in dati, ed allo sfruttamento sistematico, di ogni azione, preferenza o condotta umana da parte di un pugno di piattaforme tecnologiche globali. Ma non bisogna necessariamente condividere i suoi toni estremi, ed ogni sua conclusione, oppure prendere come vera ogni iperbole di PIF (il regista ha definito il suo film “una distopia in equilibrio tra comico e drammatico”), per non essere comunque preoccupati. Internet e i suoi attori principali – ce lo ricordano molti documenti ufficiali dell’Unione europea – non è più solo il regno delle opportunità e delle libertà, ma presenta opposte virtualità e manifesta rischi di derive incontrollabili. Prestare attenzione aiuterebbe a non farsi male come accade nel film a Fabio De Luigi.