L’Unità: l’editore latita
e va da Berlusconi

Il fenomeno del trasformismo in Italia non è esclusivo della politica. Anzi è nota la tendenza delle classi dirigenti e del nostro capitalismo di cambiare i cavalli su cui puntare e di andare in soccorso dei vincitori. Non stupisce dunque che tra i commensali di Silvio Berlusconi, in una delle cene di finanziamento elettorale, sia stato segnalato anche l’editore de l’Unità Stefano Pessina. Non stupisce ma indigna. Perché – se fosse confermato quanto riportato dalla stampa, vorrebbe dire che l’azionista di maggioranza del quotidiano, elargisce i suoi soldi a uno degli uomini più ricchi d’Italia, mentre non onora i debiti nei confronti dei suoi dipendenti.

La storia è nota, anzi forse non tanto. Perché l’agonia e la chiusura (la terza in pochi anni) del quotidiano è avvenuta in un silenzio assordante anche a sinistra. L’Unità della gestione Pessina-Stefanelli-PD ha cessato le sue pubblicazioni nel giugno scorso dopo mesi di tribolazioni e impegni non mantenuti. Una quarantina di lavoratori, tra giornalisti e poligrafici, sono finiti in cassa integrazione. Senza neppure aver percepito gli ultimi stipendi (il credito non onorato). Per i poligrafici il dramma è doppio perché la cassa integrazione non è stata ancora erogata, col risultato che da sei mesi sono privi di ogni forma di reddito. Le prospettive sono del tutto oscure: anche l’ipotesi di una riapertura con un organico ridotto all’osso, sembra tramontata definitivamente. La rottura nella compagine societaria (i Pessina all’80 per cento e Eyu fondazione del PD al 20) è totale. Al punto che il PD ha preferito dare vita ad un suo autonomo strumento editoriale, Democratica, che vive solo sul web. Nel frattempo anche l’archivio, una delle risorse più importanti nel patrimonio storico della sinistra italiana, è sparito dalla circolazione.

La gestione Pessina-PD è durata esattamente due anni, dal momento della terza riapertura nel giugno 2015 alla nuova chiusura del giugno 17. Le premesse non erano neppure così negative, anzi. Il socio “privato” aveva accettato di versare al liquidatore una somma ingente, dieci milioni di euro (ma non tutto a quanto pare è stato ancora versato) per assicurarsi il marchio e gli asset del giornale, mentre il partito di riferimento il PD è tornato ad avere una presenza significativa del 20 per cento nella compagine azionaria. Ma tutto si è fermato lì. Niente investimenti, tagli continui di distribuzione, impegni continuamente disattesi. Dall’altro lato una linea editoriale così schiacciata sul governo Renzi da risultare perdente sul mercato.

Quello che stupisce è il silenzio (e l’imbarazzo) che ha accompagnato la fine del quotidiano. La sinistra, da sempre legata al giornale di Gramsci, ha voltato le spalle. All’epoca la scissione non si era neppure consumata, ma nessuno – anche tra gli oppositori di Renzi – ha chiesto conto al segretario e al suo gruppo dirigente. L’Unità a quanto pare non interessa più nessuno a sinistra, come tante altre cose importanti del patrimonio di un tempo.

Ma i debiti nei confronti dei lavoratori, almeno quelli vanno onorati subito.