Perù: elezioni ad aprile 2024, e la crisi si estende al Sudamerica

Il Congresso peruviano ha deciso di anticipare le elezioni presidenziali e legislative nell’aprile del 2024, una scadenza prorogata in un momento esplosivo, gran parte del Paese è coinvolto nelle proteste popolari che al grido: “se ne vadano tutti” chiedono un azzeramento il prima possibile.

Con le elezioni nell’aprile 2024, il cambio di governo avverrebbe nel luglio di quell’anno, un tempo troppo lungo e pericoloso, in questo scenario di indignazione dei cittadini per il profondo discredito e l’alta impopolarità del Congresso e dell’Esecutivo.

La sinistra proponeva elezioni nell’aprile 2023 e in contemporanea indire un referendum, in modo che la popolazione potesse decidere se convocare o meno un’Assemblea Costituente per cambiare la Costituzione neoliberale che deriva dalla dittatura dell’imprigionato Alberto Fujimori. La destra ha bloccato anche quest’ultima proposta.


Il voto

L’anticipo delle elezioni è stato approvato con 93 voti. I contrari sono stati 30 e un’astensione. All’inizio del dibattito parlamentare di martedì 21 dicembre, ci si aspettava di scegliere tra insistere sulle elezioni nel dicembre 2023 o anticipare la data di qualche mese, come richiesto dalle proteste nelle strade e dalla sinistra, ma è successo il contrario.

Nemmeno il coprifuoco ha fermato in Perù la rivolta dei sostenitori del deposto presidente, che continuano a manifestare chiedendone il rilascio, la forte repressione della polizia ha portato in diverse località del paese a scontri, che hanno causato almeno 20 morti e numerosi feriti. Diverse decine di manifestanti sono finiti agli arresti.

Dina Boluarte e la sua svolta repressiva in Perù

In meno di due settimane di mandato, il governo della presidente Dina Boluarte assomiglia sempre più a un regime autoritario militare-civile: più di venti morti durante la repressione, l’impunità e gli applausi ufficiali per i repressori, i militari come protagonisti centrali in una conferenza stampa nel Palazzo del Governo, un discorso di attacchi e persecuzioni contro la sinistra e il movimento popolare, stigmatizzati come “violenti” e “terroristi”. Si tratta di un governo di transizione, che si è rapidamente mosso nella direzione della militarizzazione del Paese.

La sinistra accusa il governo di criminalizzare l’opposizione  con false accuse di terrorismo e di intimidire, le organizzazioni sociali che si mobilitano. I ministri della Difesa e degli Interni confermano il sostegno del governo alla repressione militare. Il ministro della Difesa Alberto Otárola ha dato “sostegno incondizionato” alle forze armate di fronte alle accuse di aver sparato sulla popolazione. È un invito a continuare la brutale repressione, con la garanzia dell’impunità.

Di fronte a uno scenario di crisi che sembra inarrestabile, non sono pochi coloro che scommettono sulle reali possibilità di sopravvivenza di un simile governo di transizione. È certo che, nel caso in cui Boluarte non riuscisse a portare a termine il suo mandato, la persona che dovrebbe subentrare è l’attuale presidente del Congresso, José Willliams, un ufficiale militare in pensione che tra il 2005 e il 2006 è stato a capo del Comando congiunto delle Forze armate, accusato di corruzione e anche incriminato e assolto per il massacro di Accomarca del 1985.

L’impatto internazionale e regionale

antony blinken

Di fronte a chi ipotizza che il suo tempo di permanenza in carica sia breve, la Presidente ha un sostenitore chiave: Antony Blinken, Segretario di Stato di Joe Biden. Il diplomatico non solo ha appoggiato il presidente, ma ha anche invitato i diverse forzi politiche del Perù a compiere ogni sforzo per realizzare “le riforme necessarie” con l’obiettivo finale di salvaguardare la stabilità democratica del Paese.

Boluarte gode anche dell’appoggio della Segreteria Generale dell’OSA (Organizzazione degli Stati Americani), che fin dall’inizio si è espressa a favore del passaggio presidenziale e, nella sua dichiarazione di sostegno, ha affermato “l’imperativa necessità di ripristinare il percorso democratico“. Allo stesso tempo, è chiaro che la crisi in Perù ha indebolito e frammentato un’incipiente unità regionale che, in termini concreti, non ha mai finito per offrire un sostegno effettivo all’ex presidente.

Uno dei primi atti è stato quando, dopo alcuni cambi di posizione, i governi di Messico, Colombia, Bolivia e Argentina hanno espresso la loro preoccupazione per il “trattamento giudiziario” riservato a Castillo dopo la sua destituzione e hanno chiesto di dare priorità alla “volontà del popolo espressa nelle urne”. La risposta di Boluarte non si è fatta attendere: non solo ha negato ogni possibilità di dimissioni, ma ha convocato gli ambasciatori dei Paesi che si erano espressi per esprimere personalmente il loro dissenso.

In termini pratici, Pedro Castillo mantiene ancora un dialogo preferenziale con Andrés Manuel López Obrador e Gustavo Petro. Mentre con il primo ha discusso della possibilità che almeno la sua famiglia possa andare in esilio in Messico, il secondo si presenta come il suo principale portavoce in termini internazionali e di violazione dei propri diritti.

Il leader colombiano non solo ha insistito sulla situazione procedurale del presidente deposto, sottolineando la responsabilità delle autorità giudiziarie peruviane e delle organizzazioni internazionali, ma ha anche affrontato la politica di non riconoscimento del mandato di Dina Boluarte.

Anche i governi di altri Paesi della regione hanno espresso la loro opinione sulla crisi peruviana, mantenendo toni e significati diversi nei loro interventi. Nicolás Maduro ha accusato le “élite oligarchiche” di impedire a Castillo di governare, fino a portarlo all’estremo di voler chiudere il Congresso. Il governo cileno ha espresso la speranza che il conflitto in corso venga risolto “attraverso meccanismi democratici e il rispetto dello Stato di diritto”.

D’altra parte, permane un’eccessiva fiducia nel cambio di governo che avverrà in Brasile il 1 gennaio 2023. Se Lula da Silva intende far prevalere gli interessi della sua nazione a livello sudamericano, una volta insediatosi, dovrà affrontare una crisi insospettabile con un Paese con cui aveva stretto una proficua partnership economica più di dieci anni fa.

Tuttavia, Lula ha già dato alcuni indizi su come affronterà la situazione. Da un lato, ha deplorato la crisi in Perù, poiché coinvolge direttamente un presidente democraticamente eletto. Allo stesso tempo, ha ipotizzato che non ci fosse molto altro da fare, dal momento che la traumatica sostituzione di Castillo con Boluarte attraverso la mediazione parlamentare “è avvenuta all’interno degli schemi costituzionali“.

Mentre Dina Boluarte ha ripristinato i tradizionali legami con Washington, l’attuale crisi in Perù ha rivelato che nella regione non esiste un’interpretazione univoca sulla vicenda di Pedro Castillo, né ci sono stati analoghi appelli a condannare le politiche repressive del governo.

I dibattiti sulla necessaria integrazione latinoamericana, aperta dalla vittoria di Lula in Brasile, saranno rimandati al futuro, probabilmente a tempi più promettenti e a scenari più confortevoli.