Pericolosi, infiltrati, strani, coraggiosi:
i comunisti italiani visti dagli altri

“Con le sue pagine dedicate a viaggi, moda e tempo libero l’Unità praticamente non è da meno del Corriere della Sera, il quotidiano degli imprenditori. Ultimamente le pagine dell’Unità hanno ospitato perfino i pettegolezzi dell’alta società”. E’ quasi sorpreso nel 1966 il giornale tedesco Der Spiegel del fatto che i giornalisti dell’Unità facciano i giornalisti. Ma è colpito soprattutto dalla metamorfosi di un Partito comunista sui generis che ormai ha “smesso di sognare la marcia rossa su Roma”. E’ uno dei tanti “ritratti” del comunismo italiano che compongono un libro molto originale, edito dalla rivista Internazionale diretta da Giovanni De Mauro in occasione del centenario della fondazione del Pci e del trentennale del suo scioglimento. Si intitola “Avanti popolo! Il Partito comunista italiano raccontato dai giornali di tutto il mondo” (a cura di Andrea Pipino e Daniele Cassandro, con la consulenza storica di Vanessa Roghi) ed è una selezione di articoli pubblicati sui giornali stranieri dal 1921 fino al 1991 arricchita da un bellissimo apparato fotografico.

Quel partito che somiglia a una giraffa

Centonovantadue pagine per un bel viaggio nel Pci visto dagli altri. Tra sorpresa, ammirazione, elogi e critiche, i giornali stranieri hanno raccontato i comunisti italiani sempre con una dose di curiosità dovuta al fatto che erano diversi dagli altri. Diversi dai sovietici, dagli ungheresi, dai bulgari. Diversi nel modo di pensare, con le idee più libere grazie alla lezione di Antonio Gramsci. Diversi nel rapporto con il popolo, con sezioni e cellule disseminate in ogni più piccolo paese. Diversi persino nel dialogo con il mondo cattolico e nell’attenzione con cui seguivano le mosse del Vaticano e dei papi che si affacciavano a piazza San Pietro. Un partito-giraffa, come annota Mark Frankland su The Observer nel 1975, ricordando l’immagine usata da Palmiro Togliatti: “La gente ha sentito parlare della giraffa da chi ha viaggiato, ma non riesce a credere che un animale così strano esista davvero”. Eppure, anche un Partito comunista così strano esisteva.

L’attenzione nei confronti del Pci da parte dei giornalisti stranieri si fa pressante soprattutto dopo la guerra di Liberazione, quando i comunisti assumono un ruolo centrale nella vita politica italiana. E’ un’attenzione preoccupata e allarmata. Ma anche ammirata per il modo con cui il Pci sta conquistando spazi politici impensabili. “Sulle barricate in doppiopetto”, titola un suo lungo servizio l’americano Time nel 1947. Nel quale si chiede: “Come avrà fatto l’influenza comunista a penetrare così profondamente nel cuore della civiltà che cercava di distruggere?”. La risposta è sicura: grazie allo “straordinario genio politico di Palmiro Togliatti, il comunista più importante al di fuori della Russia e forse il più grande dai tempi di Lenin”.

 

Foto di Sandro Vespasiani (Fondazione Gramsci)
Campagna elettorale 1958

“Contro il Pci che sia lotta totale”

Proprio quel “genio” di Togliatti e la presenza così centrale del comunisti nella ricostruzione democratica dell’Italia mettono in agitazione le cancellerie e quindi anche i grandi giornali. Joseph e Stewart Alsop scrivono un articolo alla vigilia delle elezioni del 1948 che il New York Herald Tribune titola senza giri di parole “Washington ha paura”. Che cosa temono gli Stati Uniti? Che una “vittoria dei comunisti possa consegnare l’Italia ai sovietici”. Per cui sia chiaro, come fa sapere il segretario di Stato George Marshall, “che il paese non riceverà ulteriori aiuti se i comunisti arriveranno al governo”. A scanso di equivoci il giornale traduce il pensiero americano: “Questo significa che se il leader comunista Palmiro Togliatti dovesse salire al potere sarebbe immediatamente costretto ad affrontare una catastrofe economica” oppure in alternativa “istituire una spietata dittatura”. Gli elettori, insomma, sono avvertiti.

Come si sa il voto del ’48 segna invece una pesante sconfitta di comunisti e socialisti e una vittoria della Dc. Ma le parole dell’Herald Tribune descrivono bene quale clima di paura venne creato alla vigilia di quel passaggio importante della storia italiana. Un clima che poi percorre anche gli anni Cinquanta e il periodo feroce della guerra fredda. “L’Italia infestata dai rossi”, grida il New York Times nel 1954 denunciando che il Pci “è sapientemente riuscito a infiltrarsi in importanti segmenti della società, perfino nell’apparato amministrativo del Vaticano”. Quindi per fermarlo bisogna ostacolarlo con decisione in ogni campo: “La lotta è totale”.

 

Foto di Romano Gentile (A/3 Contrasto)

Berlinguer e la peculiarità dei comunisti

Questo atteggiamento anticomunista resta vivo fino alla morte di Palmiro Togliatti, passando attraverso i contraccolpi del terremoto provocato dalla denuncia dei crimini di Stalin da parte di Krusciov e dalla bufera dell’invasione di Budapest del 1956. Poi lentamente avviene una specie di disgelo, prima molto timido con l’arrivo di Luigi Longo alla guida del partito e poi più deciso con l’elezione di Enrico Berlinguer. Nel 1975 The Observer nota “il carattere peculiare del comunismo italiano” che “risale ai tempi di Gramsci, le cui idee avevano una specifica connotazione nazional-popolare”. Il protagonista di questa nuova stagione è, per il giornale inglese, “l’erede di Togliatti, Enrico Berlinguer, un uomo magro e di bella presenza” che con il compromesso storico tenta di “aprire una collaborazione tra le grandi forze popolari in Italia: i comunisti, i socialisti e i cattolici”. Però in ogni caso – meglio non illudersi – restano i dubbi su questi strani comunisti per i quali “non c’è posto né nello schema americano né in quello russo”.

Con Berlinguer il Pci continua la sua avanzata in un Paese che ha voglia di cambiamento. Le elezioni del 1975 e del 1976 segnano ulteriori successi del partito che ormai è a un passo dal consenso della Dc. La distanza dall’Unione Sovietica, già notevolmente ridotta, si allarga. Si esaurisce, come dirà il leader del Pci, la spinta propulsiva della rivoluzione di Ottobre. A Mosca questa linea non piace affatto e viene contrastata. La rivista teorica del Pcus Kommunist pubblica nell’ottobre del 1982 una durissima requisitoria contro il Pci, accusato di criticare il sistema sovietico perché “ha dimenticato il suo vero obiettivo, cioè la trasformazione della società in senso socialista” e sono quindi da respingere “senza dubbio le affermazioni ingiuste, non obiettive e denigratorie”. La linea di demarcazione è tracciata e consentirà al Pci di acquisire una maggiore autonomia e una più forte credibilità in Italia e nel mondo.

Purtroppo però la stagione di rinnovamento di Berlinguer non dura a lungo. Solo due anni dopo quella condanna sovietica il leader comunista muore. E’ un colpo per il Pci e per i comunisti. I suoi funerali saranno la più grande manifestazione di affetto popolare dell’Italia repubblicana. “L’ultimo leader” è il titolo di un bellissimo articolo dello storico Donald Sasson pubblicato su Marxism Today nel luglio del 1984 nel quale si sottolinea come Berlinguer fosse “insolito e perfino fuori posto in un’epoca volgare di politici da avanspettacolo e leader fabbricati dai mezzi di informazione”. Lui era un politico diverso, un anti-leader. Nota Sassoon: “Non lascia un modello da seguire. Non aveva sempre ragione. Non era un eroe della rivoluzione. Ma era sicuramente un rivoluzionario”.

 

“Il problema non è il cambiamento del nome”

Morto Enrico Berlinguer, come sappiamo, comincia a morire lentamente anche il Pci. Solo cinque anni ci separano infatti dalla svolta di Occhetto del 1989 e sette dal congresso di scioglimento del partito del 1991. Una fase che crea molte più aspettative di quanti saranno poi i risultati concreti che si otterranno nei decenni successivi. Il politologo Maurice Duverger spiega su El País nel 1990 con un certo entusiasmo che la “trasformazione intrapresa dal Pci potrebbe dare il via a un movimento” che favorisca la riunificazione delle forze del socialismo. Tutto può cambiare in meglio, sostiene, ora che il Pci ha abbracciato il riformismo: “gli italiani sono troppo intelligenti per non rendersi conto di avere davanti a loro un vero partito democratico di sinistra”. Ma le cose non sono così semplici come appaiono. Lo storico Eric Hobsbawm in un’intervista ad Achille Occhetto pubblicata sull’Australian Left Review sempre nel 1990, fa notare infatti che il partito italiano è sulla difensiva e che non è chiaro con chi si costruirà la nuova formazione politica. “Il problema non è il cambiamento del nome in sé”, dice Hobsbawm. Il problema è riuscire davvero a “formare una grande alleanza progressista” che sia in grado di affrontare le nuove sfide del mondo che è cambiato.

Sono passati trent’anni da allora, ma i problemi restano quasi gli stessi per la sinistra italiana che, dopo la morte del Pci, non è ancora riuscita a dare un senso nuovo alla sua storia. Questo libro di Internazionale – che trovate nelle librerie e nelle edicole – può essere utile non solo a ricordare come eravamo e come ci vedevano gli altri lontani da noi, ma anche a riflettere su come siamo diventati oggi. Un’analisi da fare senza nostalgia, ma con il coraggio che serve per cercare di capire perché a un certo punto la sinistra in Italia ha smesso di dire “avanti popolo” e si è accomodata nel salotto buono con i doppi vetri alle finestre per non sentire i rumori che venivano dalla strada.