Perché sarebbe utile al mondo un Giorno per ricordare tutti i genocidi

Cara strisciarossa, due parole sull’intervento di Guido Sannino (Giorno della memoria, si può declinarlo nelle diverse realtà?) in risposta e arricchimento dell’articolo a mia firma. Tema: la Shoah e il Giorno della Memoria. Detto che le puntuali sottolineature di Sannino sulle iniziative e i gesti concreti per dare nuova spinta e profondità alla riflessione sui crimini fascio-nazisti anche nello specifico del nostro Paese (assolutamente da promuovere una rete nazionale dei luoghi della Shoah in Italia) dovrebbero trovare concordi tutti quanti sentono l’urgenza di non illanguidire nella retorica e nella ritualità il drammatico portato storico della persecuzione ebraica, proverei a chiarire alcune cose, ciò che evidentemente non sono riuscito a fare.

Sannino mentre mi assolve (e lo ringrazio) dal coltivare “intenti di carattere revisionistico”, ritiene che l’idea di celebrare un Giorno della Memoria che includa – sotto l’egida principalissima dell’Olocausto e dell’attenzione impietosa allo scellerato contributo fascista allo sterminio degli ebrei – tutte le vittime di azioni genocidarie possa esporsi a “grossi pericoli e fraintendimenti”, soprattutto, se non ho inteso male, riguardo agli infoibati italiani, già oggetto del Giorno del Ricordo. Fino al punto – ecco il rischio – di piegare “in senso nazionalistico e autoassolutorio” il significato del 27 gennaio. Ho scritto esplicitamente che gli eccidi di italiani nella Venezia Giulia, nel Quarnaro, in Dalmazia furono una risposta crudelmente vendicativa all’occupazione e alle repressioni fasciste: lì la causa, il “movente” del delitto.

La destra nostrana ha potuto strumentalizzare quel dramma proprio perché per troppo tempo a sinistra si è steso un velo di silenzio sugli infoibati (non solo fascisti, ma pure civili, donne, vecchi, bambini) per i più svariati e sbagliati motivi. Erano migliaia e migliaia di italiani autoctoni di quelle terre, tra cui l’Istria, annessa all’Italia nel 1920. Alle foibe seguì l’esodo degli italiani ed io non mi vergogno di dolermene, in quanto italiano. Si chiama, anche, pietas per persone innocenti che parlavano la nostra lingua. Nulla di “nazionalistico”, bellicistico, assolutorio, mi pare. Negli anni Settanta all’Unità pubblicare una notizia sulle foibe era semplicemente assurdo, forse oggi dovrebbero esserci margini per ottiche meno, come dire, confessionali, pur nella nettezza e imprescindibilità delle valutazioni storiche.

Oltretutto un Giorno della Memoria che inglobasse tutte le vittime di genocidi, depotenzierebbe drasticamente il nero, residuo velo nostalgico e fascista che può aleggiare sul Giorno del Ricordo. Nessuna assoluzione. Perché i fascisti li ha processati la Storia e i civili inermi uccisi meritano rispetto, siano di Coventry, Dresda o Damasco.

Ci sarebbe di che ragionare, in una Giornata del Ricordo ad ampio spettro, sulle grosse responsabilità genocidarie del colonialismo italiano (Libia), sulla programmata repressione fascista dagli anni Venti in avanti etc. E poi l’attualità, i giorni che viviamo, gli eterni e ricorrenti “beati coloro che hanno sete e fame di giustizia perché saranno giustiziati” (Piergiorgio Bellocchio).
Il mai sconfitto – in troppe coscienze – fascismo italiano, si declina in mille modi e ben ha ragione Sannino a richiamare la scuola ai suoi doveri, per un rinvigorimento della memoria collettiva. Si può fare, si deve fare. L’episodio del dodicenne ebreo di Livorno aggredito da due ragazze poco più grandi di lui suscita turbamento e rabbia, anche per il comportamento e le mancate parole di comprensione della gravità del fatto da parte dei genitori delle due adolescenti. Perché, oggi e sempre, non possiamo, parafrasando Croce, non dirci ebrei. E armeni e palestinesi e uiguri e tibetani…