Perché Erdogan ora ha paura del sindaco di Istanbul

Quattro anni e un mese di reclusione per aver insultato la commissione elettorale. E’ l’assurda richiesta della procura turca nei confronti del sindaco di Istanbul, Ekrem Imamoglu, che nel giugno del 2019 espugnò la città governata da 25 anni dal partito di Erdogan. Doppia elezione, la sua: una prima vittoria elettorale nel marzo dello stesso anno era stata annullata per presunte irregolarità, dietro le quali si intravedeva l’iraconda insoddisfazione del presidente turco per un risultato la cui valenza politica travalicava i confini dell’amministrazione cittadina. Imamoglu, però, con il suo Chp, il partito popolare repubblicano, venne rieletto con il 54% dei voti. Risultato netto.

Ekrem Imamoglu

A due anni di distanza spunta l’accusa. Il neo-eletto sindaco, parlando in un’occasione pubblica pochi mesi dopo la sua vittoria bis, avrebbe definito l’annullamento del primo voto come un fatto negativo per l’immagine internazionale della Turchia, aggiungendo che si era trattato di una decisione “stupida”. Ecco: con questa parola Imamoglu avrebbe oltraggiato i funzionari pubblici e per questo andrà a processo, a nulla è servito che il sindaco di Istanbul specificasse che le sue erano critiche di natura politica e non personale. “Un fatto gravissimo, scandaloso, che rischia di compromettere definitivamente ogni possibilità di opposizione e di dissenso in Turchia – scrive David Sassoli -. Esprimo ad Imamoglu la piena solidarietà e vicinanza mia e del Parlamento europeo, e la ferma condanna per pratiche che hanno come finalità l’intimidazione di chi dissente”.

Non è il primo atto d’accusa contro il sindaco di Istanbul, che ha il torto di essere più popolare di Erdogan. Sicuramente è l’imputazione più grave, non la più ridicola: ai primi di maggio è stata aperta un’indagine a suo carico per aver insultato il sultano ottomano Mohammed il Conquistatore e signora. Visitando la tomba plurisecolare nel maggio del 2020, il leader repubblicano ha passeggiato con le mani dietro alla schiena, attitudine che secondo il ministro dell’interno Suleyman Soylu è un crimine.

Ancora. Un altro possibile procedimento a carico di Imamoglu riguarda la solidarietà espressa nel 2019 ai sindaci del Partito democratico curdo, destituiti da Erdogan con accuse correlate alla legge anti-terrorismo, applicata senza parsimonia nei confronti di qualunque esponente curdo: il ministro dell’interno non ha ancora deciso se dare o meno corso all’inchiesta, ne parla comunque in pubblico, lasciandola pendere graziosamente sul capo di Imamoglu. Il quale nel marzo scorso è stato condannato ad una multa di 7000 lire turche per un altro “insulto” a un pubblico ufficiale. Durante la campagna elettorale Imamoglu si era visto negare l’imbarco tramite l’area vip nell’aeroporto di Ordu su disposizione del governatore della provincia, filogovernativo, e aveva definito “meschino” un simile atteggiamento. La parola meschino è valsa un processo.

Punture di spillo? Non tanto in un paese come la Turchia. Dove un’altra esponente repubblicana, Canan Kaftancioglu, leader del Chp nella provincia di Istanbul – una che sfida l’islam nazionalista, mentre sostiene curdi e gay e chiama il genocidio armeno “genocidio” – è stata condannata a 17 anni per tweet postati nel 2013 e ritenuti offensivi nei confronti di Erdogan e in odore di terrorismo. Ha fatto ricorso ed è in attesa del processo, e intanto le piovono addosso altre accuse, come il concorso in violazione della privacy del direttore delle Comunicazioni del presidente, secondo il quale Canan avrebbe fatto scattare foto dell’esterno della sua abitazione. Sarebbe “istigazione a delinquere”, accusa punibile con condanne da 9 mesi a 10 anni e sei mesi di reclusione.

Che la Turchia non brilli per garantismo, tutela dei diritti umani, libertà di espressione, giustizia equa purtroppo è noto. Record di giornalisti detenuti, spesso senza processo, al 153° posto su 180 per la libertà di stampa secondo Reporter sans frontières. “Migliaia di persone arrestate e sotto accusa per i loro post sui social, tipicamente incriminati per diffamazione, vilipendio del presidente o diffusione di propaganda terrorista”, scrive Human Rights Watch nel suo rapporto 2021. Il Covid 19 ha peggiorato le cose, centinaia di persone – secondo il ministero dell’Interno – sono sotto inchiesta o detenute per aver “creato paura ed panico” sui social media. E criticare il governo sulla pessima gestione della pandemia ricade senz’altro in questa fattispecie. Il virus è stato anche usato come pretesto per vietare selettivamente manifestazioni dell’opposizione, dei lavoratori della sanità, delle donne.

Il sindaco di Istanbul è sicuramente una delle voci più critiche nei confronti di Erdogan. E i sondaggi in vista delle presidenziali del 2023 oggi lo danno al 51,4% di intenzioni di voto contro il 39,9 % del presidente. Meglio ancora fa il suo collega di partito, il sindaco di Ankara Mansur Yavas (52,5 a 38). Ma Imamoglu, che anche pochi giorni fa ha condannato l’uscita della Turchia dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne assicurando che l’opposizione ne avrebbe attuato comunque i principi, è molto esplicito anche su un progetto che sta molto a cuore a Erdogan, il canale di Istanbul che dovrebbe raddoppiare il passaggio del Bosforo. Gli scavi inizieranno a fine giugno, ha annunciato il presidente in queste ore, costo 15 miliardi di euro, impatto ambientale molto discusso, un affare gigantesco per gli amici degli amici. Per l’opposizione è un’occasione in più per foraggiare il sottobosco presidenziale, a spese dei cittadini che già pagano il prezzo di un’economia in picchiata. Tenere a bada Imamoglu per Erdogan non è solo una questione politica.