Per una scuola che funzioni non bastano gli slogan

Pubblichiamo alcuni interventi pronunciati durante l’Agorà della scuola che si è svolta a dicembre a Vicchio, nel cui comune è Barbiana, luogo della famosa scuola di Don Milani. Iniziamo con Federica Montevecchi, docente di Storia e Filosofia al liceo Galvani di Bologna e collaboratrice di strisciarossa. Seguiranno la tutor a Scienza dell’educazione a Firenze Valentina Giovannini e la dirigente scolastica Fiorenza Giovannini.

 

Scuola di pensiero perché, ora come non mai, la scuola deve essere pensata, deve essere cioè al centro di una visione politica d’insieme. E perché deve essere il luogo dove si formano i giovani al pensare: soltanto così non si disperderanno i molti denari destinati all’istruzione pubblica. Per questo è necessario ripartire da zero, sbarazzarsi delle parole consunte, delle cosiddette politiche scolastiche portate avanti da burocrati indifferenti, delle scartoffie insensate per concentrarsi, una volta per tutte, sui due protagonisti della scuola: i docenti e i discenti.

No al livellamento

I primi vanno riconosciuti economicamente, e dunque socialmente, perché insegnare – mestiere tanto difficile che Freud lo annoverava fra quelli impossibili insieme, significativamente, al politico e allo psicanalista – non può essere considerato (e talvolta purtroppo esserlo nei fatti) un ripiego, una professione non ambita. Nel concreto si tratta di superare il livellamento del corpo docente valorizzando ad esempio la ricerca – perché non si può insegnare nulla se non ci si nutre intellettualmente – che deve essere riconosciuta a chi la fa e incentivata in tutti i sensi: si tratta di tutt’altra cosa rispetto alla cosiddetta formazione obbligatoria (già nell’espressione riecheggia l’adempimento burocratico fine a se stesso).

I secondi, cioè i discenti, dovrebbero avere la possibilità di frequentare una scuola che fino alla scelta della secondaria di secondo grado offra un percorso davvero unitario. In cui essi siano formati dapprima all’ascolto e all’osservazione, quindi a una lettura che sia veramente tale, all’esercizio logico, e soprattutto alla scrittura, che dal pensiero è inseparabile perché scrivere e pensare sono reciprocamente generativi: non possono esserci giovani diciottenni incapaci di sostenere un discorso sensato e di scriverlo. Solo con il pensiero, infatti, c’è l’azione e c’è l’impegno, perché la riflessione comporta la coscienza di sé e del mondo. Solo così si può favorire la consapevolezza nella scelta della scuola secondaria di secondo grado, ciclo che deve essere valorizzato nella specificità dei suoi diversi indirizzi, dai licei ai tecnici e professionali.

Per tutto questo, sia rispetto ai docenti che ai discenti, non basta lo slogan politico o il semplice dire tanto per dire del ministro o ancora peggio il silenzio che sulla scuola mantiene il presidente del Consiglio, preoccupato solo che gli istituti scolastici restino aperti, lasciando per il resto ben poca speranza che una scuola di pensiero possa essere nel nostro futuro.