Pensioni, colpiti
giovani e donne

Fare previsioni sull’esito di un negoziato in corso è per definizione un rischio, che a volte può portare a prendere colossali cantonate. Correrò questo rischio, riguardo al confronto col governo in materia previdenziale, azzardando che alla fine (sabato prossimo, 18 novembre), e aldilà di come le proposte del governo saranno valutate dalle organizzazioni sindacali, il piatto sarà vuoto per chi ha ed ha avuto carriere lavorative discontinue, per la maggior parte rappresentati da giovani e donne. Avanzo quest’ipotesi in quanto il tema è scomparso dalle proposte del governo. Invece il dibattito pubblico si è subito posizionato sull’invettiva al sindacato confederale che sarebbe unicamente interessato alle prospettive pensionistiche dei “vecchi” lavoratori a tempo pieno, e si disinteresserebbe dei giovani, sulla cui spalle starebbe anzi per scaricare gli eventuali vantaggi che potrebbe conseguire in tema, ad esempio, di adeguamenti automatici dell’età di pensionamento in relazione alla (supposta) accresciuta speranza di vita.

Roma, 03/06/2015: utenti in fila nella sede INPS di via Amba Aradam foto © Andrea Sabbadini

Si ritrovano in questa compagnia i maggiori quotidiani, il presidente dell’Inps, commentatori vari sempre pronti a chiosare le azioni di Cgil-Cisl-Uil, e ugualmente distratti quando si introducono strumenti che irrigidiscono il sistema previdenziale (riforma Monti-Fornero in primis) a danno in primo luogo di quanti hanno carriere discontinue. I nostri commentatori, ad esempio, hanno mai discusso e divulgato la proposta che è stata alla base della cosiddetta “Fase 2” del confronto col governo, ossia la proposta di una “pensione contributiva di garanzia”?

Già, perché lì si sarebbe scoperto che proprio il sindacato confederale ha provato ad interrogarsi su una delle conseguenze della riforma Monti/Fornero, ossia i suoi nessi con un mercato del lavoro divenuto nel tempo drammaticamente “flessibile”. E tale quindi da prospettare a molti lavoratori un susseguirsi di periodi di lavoro, di non lavoro, di lavori con poche ore e/o con bassi salari. Tutto ciò, a fronte di un sistema di calcolo contributivo che per definizione “fotografa” quanto si è versato e calcola su quel montante l’importo della pensione (in relazione alla speranza di vita), che cosa avrebbe significato per le prospettive previdenziali di quanti sono entrati nel mondo del lavoro dopo il 1996 (ossia ormai 21 anni fa?). Ebbene, senza mettere in discussione il sistema, noi abbiamo proposto di identificare un livello “socialmente accettabile” di pensione (da calcolarsi come il 60% della media retributiva? Oppure in un valore assoluto indicato come adeguato?) che dovrebbe essere assicurato integrando, se necessario, il montante contributivo del singolo con il concorso della fiscalità generale. Il costo, essendo una previsione che riguarderà persone che andranno in pensione non prima del 2035, sarebbe tranquillamente sostenibile per il bilancio pubblico, e costituirebbe comunque un tema di confronto interessante con la Commissione europea, la quale di solito usa i giovani quale categoria da “valorizzare” quando si tratta di valutare le sempre eccessive “rigidità” delle tutele in essere, ma si scorda spesso di riflettere sul futuro previdenziale delle nuove figure flessibili.

Ebbene, di tutto questo capitolo al tavolo non c’è mai stato nulla da parte del governo, se si eccettua una breve apparizione (inizio settembre), poi rapidamente scomparsa, di un’ipotesi alternativa elaborata dagli uffici governativi, tendente a intervenire sul meccanismo di cumulo tra lavoro e assegno sociale, dando quindi per scontata l’intoccabilità del sistema.

E per carità di patria taccio sulla modalità di riconoscere alle donne il lavoro di cura: qualche mese in relazione alla presenza dei figli …per conseguire l’APE sociale da parte di quelle donne rientranti nelle categorie/fattispecie destinatarie di quella misura! (Alla faccia del riconoscimento strutturale del lavoro di cura).

Se poi si volesse indagare la prospettiva previdenziale per gli iscritti alla gestione separata Inps (collaboratori, partite iva, assegnisti di ricerca, ecc.), uno studio del NidiL-Cgil sugli iscritti a quella gestione, purtroppo su dati 2014, presenta importanti elementi che qualsiasi governo dovrebbe valutare: fa un certo effetto vedere come su 465.354 collaboratori, 105.473 (39.821 maschi e 65.652 femmine) pur avendo contribuito alla gestione separata (contributi versati per €16.594.781) si ritrovano con 0 (zero!) mensilità accreditate. Non meno rilevante la classe che va da 1-5 mensilità pari a 186.521 contribuenti (77.718 maschi e 108.803 femmine). Sono invece 85.412 quelli che hanno accreditate mensilità contributive da 6 a 11, mentre coloro che hanno avuto l’anno pieno (12 mensilità) sono 87.948.

Come noto le prestazioni sociali erogate dalla gestione separata – malattia, maternità, congedo parentale, assegno al nucleo famigliare – presuppongono come requisito essenziale (a volte accompagnato da altri requisiti) quello del possesso di una contribuzione minima di tre mensilità: i numeri ci dicono che circa la metà dei collaboratori contribuenti potrebbero essere esclusi dalle prestazioni, con ampia prevalenza femminile.

Ancor più emblematici i dati sull’anzianità contributiva degli ultimi 5 anni rispetto ai 465.354 collaboratori a progetto contribuenti nel 2014: 255.813 possiede meno di 12 mesi di contributi; 76.235 con mesi 12-23; 44.497 con mesi 24-35; 31.618 con mesi 36-47; 26.996 con mesi 48-59; solo 30.195 ha mesi 60. Un dato su tutti: coloro che possiedono una anzianità contributiva piena negli ultimi 5 anni sono meno del 7% dei contribuenti al fondo nel 2014. E addirittura più della metà può far valere meno di 12 mesi negli ultimi 5 anni!

Dunque, si sappia: non è imputabile al sindacato confederale la scarsa attenzione alle figure più fragili del mondo del lavoro, ma è una domanda che va indirizzata esclusivamente al governo e a quanti si trastullano ancora con la raffigurazione di un sindacato che tutela solo i “forti”.

(L’autore è segretario generale NIdiL-Cgil)