Pennacchi, l’operaio che si fece scrittore, lo scrittore che restò sempre operaio

Non ricordo che stagione fosse. Ricordo però che Antonio si presentò all’Unità col suo berretto alla Lenin e la sciarpa rossa: sarebbero diventati i suoi marchi di fabbrica, come le sue battute e le risate aperte e un po’ stridule. Lui era curiosissimo del giornale (all’epoca eravamo a via Due Macelli, oggi non c’è più nulla a parte la facciata, dietro la quale si affaccia la Rinascente) e gli piaceva raccontare. Era venuto per essere intervistato dopo l’uscita del suo “Mammut”, il romanzo d’esordio più rifiutato della storia e pubblicato poi da Donzelli. Lui se ne faceva quasi un vanto, raccontando del viaggio con la Fiat 127 a Milano carica di fotocopie del romanzo da consegnare agli editori. “Non mi rispondevano neppure. Io gli mandavo nuove stesure, gli ho perfino cambiato il titolo. E solo a quel punto sono arrivati i rifiuti. Si vede che si erano stufati di essere importunati da questo strambo operaio che voleva fare lo scrittore”. Alla fine però l’ha avuta vinta Antonio perché scrittore è diventato, portandosi a casa persino la medaglia d’oro della letteratura italiana, ovvero il premio Strega.

Mammut mi era piaciuto e lui mi raccontò con l’aria apparentemente leggera che aveva la sua storia di operaio. “Erano anni in cui si diceva il potere deve essere operaio. E io, col mio diploma di geometra che volevate che facessi, che mi cercassi un lavoretto da impiegato o che andassi all’università? No, io mica sono stupido, io volevo far parte di quel potere, io volevo fare l’operaio”. Un paradosso? Neppure tanto, in Antonio Pennacchi quella scelta era davvero una scelta esistenziale, perché metteva insieme le scelte politiche e i sentimenti.

Il Fasciocomunista

Ora che se n’è andato ancora giovane coi suoi 71 anni, tutti lo ricordano come il “Fasciocomunista”, dal titolo del libro che gli diede il successo (accresciuto da un bel film di Luchetti, “Mio fratello è figlio unico” che però a Pennacchi non era piaciuto affatto). Io preferisco ricordarlo come l’operaio Benassa di Mammut che è un po’ il padre del giovane Accio Benassi del Fasciocomunista. Benassa è una tuta blu, un sindacalista ruvido e capace di portare le trattative fino a sfinire i padroni, ma Mammut è anche il racconto di una resa, meglio di un compromesso, Benassa accetta alla fine di lasciare la tuta da operaio e continuare a lavorare ma fuori dalla fabbrica. Lui annunciava in quel modo di voler lasciare l’universo della fabbrica per scegliere la scrittura, ma senza arrendersi.

La vittoria del Premio Strega

Nel Fasciocomunista c’è invece il racconto di una generazione di ragazzi di destra (“A Latina c’era solo il Msi e io finii lì dentro) agitati e idealisti che colgono il passaggio del Sessantotto come una occasione per saltare la barricata e continuare a lottare dalla parte giusta. Ma il suo racconto non era affatto semplice, conteneva i miti di un fascismo “che aveva fatto anche cose buone” (per uno nato a Latina da una famiglia mezza veneta di coloni arrivati a fare la bonifica e mezza umbra proprio la bonifica appariva come la prova di queste cose buone), le spinte all’estremismo e alla violenza che si respiravano nelle palestre dei picchiatori missini. E allora questo grande moto generazionale che arrivava in Italia poteva anche confusamente apparire come un nuovo discrimine: non più destra o sinistra, ma giovani e vecchi. Nel racconto di Pennacchi si capisce come proprio a destra questa idea faceva paura. E Almirante portò i suoi deputati e i suoi picchiatori alla Sapienza occupata per ribadire da che parte stava: fu un assalto cruento, botte, bastonate e banchi lanciati dal tetto di Giurisprudenza contro i ragazzi del Sessantotto. Quella rottura portò Pennacchi a sinistra (come al solito con lui, troppo, visto che finì tra i maoisti dell’Unione, quelli di Servire il popolo).

Pennacchi aveva una passione speciale per tre cose: la provincia pontina e la sua gente, la politica e l’architettura razionalista delle “città di fondazione”. I suoi romanzi, alla fin fine, come i suoi saggi raccontano della prima e dell’ultima. La sua biografia politica è decisamente più complicata: passato per il Psi (“Ero lombardiano, me ne andai subito quando diventò segretario Craxi”), sindacalista Cgil ma sempre indisciplinato (venne espulso almeno due volte dal sindacato), poi iscritto al Pci, infine anche al Pd. La sua passione dalemiana era dichiarata, nascondeva un cuore da stalinista indisciplinato.

“Canale Mussolini”

A consacrarlo come scrittore importante era stato “Canale Mussolini”, un grande romanzo sulla bonifica e sulla formazione di una popolazione un po’ speciale, di veneti e romagnoli sradicati, arrivati come operai (scariolanti, sterratori) con la promessa di diventare contadini, piccoli proprietari, loro che erano stati al massimo mezzadri. Ripensandoci “Canale Mussolini” è un po’ il contraltare di “Novecento” di Bertolucci. Novecento raccontava gli stessi anni avendo per protagonisti un giovane agrario e un giovane operaio agricolo amici e nemici col fascismo schierato coi padroni.   Canale Mussolini è la storia di una illusione, quella di un fascismo che sceglie di cancellare la palude e dare le terre ai piccoli contadini che l’avevano sempre sognata.

L’architettura littoria a Sabaudia

È il lavoro umano, lo straordinario sforzo fisico di queste genti il protagonista, come lo sono i conflitti umani e anche politici in cui sono immersi.

Canale Mussolini è un libro importante nella nostra letteratura, anche per la sua lingua popolare (che è il contrario di piatta e banale), aspra, per i suoi personaggi ruvidi. Ma alle spalle di Canale Mussolini c’è almeno un decennio di ricerche sulla storia dell’agro pontino che sono diventate un paio di raccolte di saggi sulle “città di fondazione”. Sono le piccole città (volutamente piccole visto che la logica della bonifica era quella di far stare i coloni nelle loro case abbarbicate ai loro poderi), progettate unitariamente con pochi pezzi, sempre gli stessi: la Casa del Fascio, il Comune, la chiesa qualche fila di edifici, magari con qualche colonnato per il commercio e gli artigiani. Erano decine, la più famosa Sabaudia a Borgo Sabotino, ma ce n’erano in tutta Italia, disseminate dall’Opera Nazionale Combattenti di Valentino Orsolini Cencelli.

Anime rosse e anime nere

Nei racconti di Pennacchi l’ONC è una specie di contraltare di sinistra al fascismo ufficiale, l’anima rossa contro l’anima nera. Noi siamo convinti che in questo Antonio si portasse dietro il bagaglio di qualche mito giovanile, eppure i suoi racconti sulle città di fondazione sono bellissimi, disseminate nel pontino e poi in Sardegna coi loro nomi strambi e pomposi (Littoria, Sabaudia, Carbonia, Mussolinia…), e perfino in Sicilia dove l’esperimento di Orsolini Cencelli si infranse contro la dura realtà del latifondo. Si poteva giocare al fascismo di sinistra fino a quando le terre sottratte alla palude non erano di nessuno, si doveva smettere quando si pestavano i piedi ai gattopardi e agli agrari grandi amici e finanziatori del fascismo.

Antonio era una persona simpatica, capace di ridere di se stesso, uno scrittore che si vantava di essere ancora un operaio. Persino la sua fabbrica aveva un nome futurista degno di stare nei suoi libri: Fulgorcavi. Lì aveva conosciuto davvero le persone, le lotte, le sconfitte, la cassa integrazione, le vittorie e i compromessi. Da lì attingeva la sua lingua, le sue storie, i suoi personaggi di operai e di padroni. Qualche anno fa Pennacchi aveva ricordato il padrone della fabbrica, morto molto vecchio, con queste parole: “Adesso se ne è andato – a quasi cent’anni però – e sono sicuro che, appena arrivato, avrà cominciato a rompere le scatole anche lassù: “Eh no, belìn! Qui bisogna fare questo e fare quest’altro”. Onore a te, Aldo Dapelo, e onore a Palude e a tutti quelli che hanno lavorato in Fulgorcavi. Riposate tutti in pace”. Quasi un epitaffio.