Pelé, l’artista e la pantera: il mondo ha perso il suo Rey

Pelé, Pelé, Pelé, raggio creolo dei nostri sogni bambini. Il bianco e nero sbavato dei primi filmati tv tra i ’50 e i primi ’60 sembravano arrivare dai confini della realtà, con quel ragazzo di caucciù che rimbalzava tra difensori, li uccellava con pallonetti e tunnel, infilzava portieri tordi con tiri rasenti il palo e i telecronisti do Brazil davano fuori di matto. Go-go-go-go-goooooool. Mai viste tali mirabilie che sconnettevano il rigore aureo del calcio danubiano e smentivano i catenacci, la speculazione difensiva, il “prima si soffre, si gode poi, forse” della nostra scuola italiana. Il calcio varcava confini, si meticciava, diventava moderno, l’Italia importava interpreti estrosi dall’Argentina e dal Brasile, Sivori e Jair, Altafini, Angelillo. E Edson Arantes do Nascimento, primo sudamericano a spopolare in mondovisione, guidava l’evoluzione. Rivoluzione no, il football è come la natura, non fa salti ma evolve inesorabilmente col resto del mondo. Piange il Brasile, piange l’afición al di là delle bandiere e delle predilezioni nell’eterna disputa tra la Perla Nera e il Diez, tra Pelé e Maradona, perché al monumento del calcio brazileiro hanno lasciato tutti un posto nel cuore. È il rispetto affettuoso per chi è toccato dalla Grazia di talenti sublimi. Pelé è stato un attaccante-pantera con spiccata attitudine per la trigonometria su prato, passaggi apriporta compresi, una sintesi rara di dolce e di utile, di futebol bailado e stoccate ultimative, il primo al servizio delle seconde. Trascinatore incapace di cattiverie nel gioco, astronautico nel colpo di testa (e il Burgnich di Mexico ‘70 è buon testimone), di poderoso galoppo, falcata amplissima e numinose finte in corsa, gol recuperati dalla spazzatura di una mischia o direttamente dal paradiso.

“O Rey”: la carriera straordinaria di Pelé

Pelé portato in trionfo dopo la finale Brasile - Italia ai mondiali Messico 1970
Pelé portato in trionfo dopo la finale Brasile – Italia ai mondiali Messico 1970 (ph SVEN SIMON / ipa-agency.net)

Oltre vent’anni anni di carriera i suoi, tra i bianchi del Santos dal ‘57, in compagnia di Coutinho, Pepe e Zito a vincere tutto il possibile, la nazionale auriverde e ultimi scampoli ai Cosmos di New York col titolo di Mvp nel ’76, miglior marcatore (654 reti) in competizioni nazionali e statali di massima divisione, 77 reti in 92 presenze con la Selecão e, insieme a tanto, tanto altro, tre Mondiali vinti, ’58, ’62’ e ’70, il primo a neanche diciotto’anni, dopo aver esordito in nazionale senza averne compiuti diciassette. D’altra parte, era stato capocannoniere del Campionato Paulista a sedici. Pelé è statisticamente un’iperbole, avvicinata in anni recenti da Cristiano Ronaldo e Leo Messi, mentre passando dal piano numerico al gradiente iconico e alla classe pura solo Maradona lo affianca e appena un centimetro dietro (forse) sta la saeta rubia, don Alfredo Di Stéfano, primo giocatore al mondo per capacità di adattamento a ogni ruolo, sagacia tattica, personalità, splendida complessione fisico-atletica. Si riapriranno ora – è normale – i teatrini dei soliti deliri tassonomici, meglio Diego o Pelé? Vuoi più bene a mamma o papà? L’Argentina mistica ha bisogno di eroi, ed ha avuto in sorte l’indio Maradona. Il Brasile no, ha bisogno di samba e Pelé lo ha fatto ballare tante volte fino all’alba al ritmo del caxixi.

La prima, appunto, nel ’58, per cominciare a lenire la ferita del Maracanazo, l’inopinata sconfitta dell’auriverde a Rio de Janeiro nella gara decisiva del girone finale contro l’Uruguay del 16 luglio 1950. Secondo mondiale in bacheca per la Celeste di Ghiggia, Schiaffino, del capitano fiero Obdulio Varela e precipizio di dolore per i brasiliani. Otto anni dopo, in Svezia, la Selecão manda in campo una Nazionale che è una galassia di campioni, dal portiere Gilmar ai difensori Djalma e Nilton Santos, detto “Enciclopédia do Futebol”, da Vavà a Didi, da “Alegria do povo” Garrincha al ragazzino Pelé e ci vuole il passo del predestinato per esordire in un Mondiale così giovane e con tale prepotenza. In finale, opposti a una Svezia da leccarsi i baffi (Liedholm, Hamrin, Skoglund) i sudamericani volano e Pelé segna due delle cinque marcature brasiliane. Il suo primo centro va dritto negli annali del calcio e merita una visita. Al 10’ del secondo tempo riceve una palla in parabola alta da sinistra dentro l’area svedese, l’accoglie di petto in elevazione, ce l’ha ai piedi ora, gli si fa contro Gustavsson con maldisposta irruenza: Pelé lo cancella con un fulmineo sombrero di perfetto calibro, palla in qualche decimo di secondo alzata di destro sopra la testa del difensore e ritrovata spiovente al di là dell’ostacolo, ed ecco al volo il colpo di collo pieno ancora col destro, il portiere Svensson è battuto. Il Brasile alza la prima Coppa del Mondo. Lo aveva promesso quando aveva nove anni a papà Dondinho, affranto dalla drammatica sconfitta con l’Uruguay, “Vincerò il mondiale per te”.

Quattro anni dopo, in Cile, un fastidio all’inguine gli farà saltare la finale vittoriosa contro la Cecoslovacchia, quando sarà più che degnamente sostituito da Amarildo, mentre nel ’66 in Inghilterra ci pensano bulgari e portoghesi a levarlo di mezzo a suon di calcioni. Il ’70 messicano ci tocca da vicino. Del gol di Pelé in finale contro l’Italia sappiamo fin troppo, rimessa dalla linea laterale sinistra, sollecito cross di Rivelino, Burgnich vorrebbe contrastare O Rey ma lui è decollato, blandisce sospeso la legge di gravità, impatta di testa e ciao. Si può diventate giganti anche solo con poco più di un metro e settanta di statura.

Pelé era nato nel 1940 nello stato del Minas Gerais, a Três Corações, nome che onora la cappella dei “Santíssimos Corações de Jesus, Maria e José”. Il portoghese “abitato” in Brasile ha come un surplus di dolcezza e di fiaba che si riversa anche negli apelidos, i soprannomi dei calciatori. Pato, Kakà, Zico, Cafu, Nené. E Pelé? Un portiere dell’epoca si chiamava Bilé, il piccolo Edson lo pronunciava Pilé e così è andata. Edson? Viene da Thomas Alva Edison e Pelé ha pure corso il rischio di venir ricordato come “il tedesco”, soprannome antifrastico a denotare la sua carnagione scura, oppure Dico, come lo aveva battezzato lo zio, o Gasolina, in onore di un cantante.

Il Calciatore del secolo

Rovesciata di Pelé amichevole Brasile Belgio nel 1968
Rovesciata di Pelé amichevole Brasile Belgio nel 1968

L’esagerato Pelé. Dal numero di gol indeterminabile, giocatore all’occorrenza in tutti i ruoli (quattro volte portiere per il Santos, una per la Seleção, in amichevole). Molto religioso, un po’ anglicano e un po’ cattolico ma sottaniere rinomato oltre che coniugato per tre volte. Calciatore del secolo per la Fifa, dichiarato “Tesoro nazionale” dal presidente del Brasile e, nel luglio 2011, “Patrimonio storico-sportivo dell’umanità”, Cavaliere Commendatore dell’Ordine dell’Impero Britannico. Capace di interrompere per due giorni una guerra civile in Nigeria nel ’67, nessuno voleva perdersi O Rey in un match amichevole a Lagos. Si sfiora il sovranaturale e la grancassa mediatica suona sempre la stessa musica, l’importante è darci dentro. Un superfluo standardizzato per un campione e come tale differente, unico. Che paradosso.

Torniamo allora all’artista, alle sue opere, che parlano da sole. In particolare a un suo celebre gesto calcistico, definibile come “drible d’assenza” o dribbling incorporeo con velo, risalente al 17 giugno 1970, semifinale del mondiale messicano tra Brasile e Uruguay allo stadio Jalisco di Guadalajara che l’auriverde vincerà alla distanza. Quattro, irripetibili, eterni secondi. C’è Eduardo Gonçalves de Andrade, noto ai più come Tostão, che somministra di mancino un filtrante in direzione sinistra-destra, Pelé lanciatissimo si prenota galoppando sulla linea destra-sinistra, le traiettorie formano perfetta X e all’incrocio – un metro e briciole fuori dall’area, proprio in mezzo alla lunetta – si materializza in uscita il portiere della Celeste Ladislao Mazurkiewicz, eccellente interprete del ruolo. Un attimo dopo è semi-accosciato, stordito. Pelé gli è passato davanti e ha proseguito a sinistra, lasciando che la sfera lo sfiorasse e continuasse a rotolare a destra (ecco il velo). Pelé non accenna al controllo, Mazurkiewicz lo vede sfilare da un canto e nel medesimo istante nota la sfera in corsa indisturbata dall’altro, siccome è un filibustiere ci mette gamba ma è tardi. Pelè dopo pochi metri tira il freno e sterza secco a destra, corre laggiù dal suo strumento di lavoro, si coordina in stile esemplare e – senza mai aver toccato palla prima – conclude di destro verso il palo lontano. Fuori di poco. Un’astuzia del Caso per non consegnare quella intuizione unica e bella all’ovvietà del sigillo. Per farlo rivivere ogni volta nuovo e palpitante alla memoria.