Caro Pd, per ripartire dobbiamo prima dire chi siamo

Siamo militanti iscritti a un circolo della periferia milanese, che ci piace definire “di frontiera”. Abbiamo partecipato alla campagna elettorale, sostenendo i nostri candidati (per quanto non sempre ne condividessimo le candidature). Dopo il voto e dopo l’infelice risultato, ci siamo ritrovati per discuterne, riconoscendo gli errori commessi, e non solo in questi ultimi tempi, ma riconoscendo anche e comunque quanto sia necessaria al progresso civile del nostro Paese la presenza di un partito come il Pd. Nessuno di noi ne vorrebbe la scomparsa e neppure si attarderebbe sulla discussione attorno al nome.

gazebo pdCerto critichiamo alcuni passi recenti. Perché in campagna elettorale non si è parlato di pace, perché si è cancellato il tema del disarmo (il disarmo da sempre per decenni nostra appassionata rivendicazione), perché si è parlato poco di lavoro (come è stato possibile non ricordare la tragedia quotidiana dei morti sul lavoro?), perché si sono abbandonate proposte qualificanti e coraggiose (l’obbligatorietà scolare nel segno dell’eguaglianza e della formazione e l’aumento degli stipendi degli insegnanti fino ai livelli medi europei), perché si è ignorato il tema dell’immigrazione e del suo impatto nella nostra società, perché ci si è ancorati alla cosiddetta “agenda Draghi”, senza tentare una proposta nostra, dialettica, fortemente indirizzata alla difesa dei ceti meno abbienti (quasi sei milioni di persone nelle condizioni di povertà assoluta), ben sapendo tutti che il partito non è il governo, anche se è al governo (in una alleanza, come l’ultima, assai composita, che costringe ovviamente ad ardue mediazioni).

Sappiamo che la nostra crisi, se pensiamo ad un mondo che va oltre i confini del partito, è la crisi di una cultura di sinistra, crisi che viene da lontano: si potrebbe cominciare a leggerla dalla fine degli anni settanta con la morte di Aldo Moro, che segna emblematicamente il tramonto di una stagione di grandi riforme (ultime: sanità, legge 180, legge 194, legge adesso che si vuole rimettere in discussione) e avvia la progressiva erosione non solo delle conquiste ottenute nei decenni precedenti ma anche di quei valori di libertà, giustizia, eguaglianza, solidarietà, sui quali si dovrebbe fondare la nostra identità.

La società è profondamente mutata, sostituendo a quell’universo culturale e morale un incitamento all’egoismo, all’individualismo, alla ricerca della ricchezza personale, all’irresponsabilità nei confronti della comunità…

Il Pd in quindici anni ha cercato di fermare questa frana? Ci pare proprio di no. Piuttosto ha spesso condiviso, ha assecondato, con la giustificazione della necessità di cogliere i segnali di una presunta modernità… Chiediamoci quali sono state le politiche dell’occupazione, come si è pensato di affrontare la crisi della scuola primaria e secondaria e dell’università e della ricerca, come ci si è misurati con l’universo dell’informazione e della comunicazione (anche dell’intrattenimento televisivo), come si è tentato di contrastare il degrado dei rapporti sociali…

I nostri prossimi passi condurranno alla designazione di un segretario o di una segretaria. Ma vorremmo che in primo luogo si discutesse di contenuti, in piena trasparenza e con onestà, intanto per fissare i punti di un nostro progetto, prima di scrivere il programma di un partito che si ritroverà inevitabilmente all’opposizione, quindi per chiarire la possibilità e la qualità di alleanze con altri partiti che possiamo considerare (o sperare) vicini a noi, e poi per fissare, proprio a partire da quei contenuti, l’anima e il volto del nostro partito.

Ma pensiamo che questo sia possibile se non viene svilita la partecipazione, se chi sta in questo partito si risente protagonista (forse come non lo è mai stato), testimone attivo dell’esperienza di chi vive il Paese, di chi ne verifica concretamente i problemi, di chi conosce le persone (e saprebbe quindi anche indicare i candidati).

Non dobbiamo scegliere fra Mélenchon e Macron, oppure fra Conte e Calenda, col risultato che qualcuno se ne va con gli uni, qualcuno se ne va con gli altri e molti restano a casa. Bisogna dire chi siamo. Riconoscere il conflitto, che è il lievito della democrazia e decidere da che parte stare, quale segmento del Paese vogliamo rappresentare e qual è il punto di equilibrio più avanzato. Non possiamo rappresentare tutti, secondo un malintesa vocazione maggioritaria del “ma anche”. Giustizia sociale, diritti, emergenza climatica, libertà dall’incubo delle guerre. Questi i pilastri.

Allo stesso modo, ci sembra palese come le regole statutarie del PD possano invece ingessare la discussione, costringendo gli iscritti, come è già avvenuto in passato, alla ratifica di mozioni predisposte dai candidati segretari. Il confronto è altra cosa e lo favorirebbe un congresso per tesi.

Non dimentichiamo per giunta che anche la Lombardia tra un anno sarà chiamata al voto per eleggere il consiglio regionale e quindi il presidente regionale. Vorremmo dare il nostro contributo sulla strada di una difficile battaglia, che non esclude il successo finale, questa volta, che non ci nega insomma la possibilità di una rivincita. Ma vorremmo che il nostro contributo non si esaurisse nella distribuzione di alcuni volantini scritti da altri. Vorremmo che si evitassero quei ritardi, quelle ambiguità, quelle incertezze, quei calcoli opportunisti (quando ci si limita a sommare le percentuali degli eventuali alleati), che nel passato ci hanno costretto ad un semplice contrasto alle formulazioni della maggioranza di destra.

Circolo PD Fratelli Cervi – Milano