E se l’unica soluzione per salvare la sinistra fosse la separazione consensuale nel PD?

E’ probabilmente eccessivo, a proposito delle manifestazioni di sabato scorso sulla pace (e la guerra), parlare di una “doppia adesione” del Pd, a manifestazioni diametralmente opposte, nello spirito e anche nella loro reale consistenza. E’ pur vero che il segretario del partito Letta è andato ad una delle due, quella romana, mentre a Milano, tra le poche centinaia di persone convocate da Renzi e Calenda, c’erano alcuni esponenti del Pd e della sua area (Cottarelli, il sindaco di Bergamo Gori) presenti a titolo personale. E si è visto come tutto era molto strumentale, con l’arrivo di Letizia Moratti a fare da madrina al Terzo Polo lombardo. Fatta questa precisazione, rimane però intatto il giudizio sulle contraddizioni e le ambiguità che segnano la posizione del Pd su una questione cruciale come quella della pace e della guerra. Per argomentare questa tesi, bisogna però allargare lo sguardo.

Il grande successo della manifestazione di Roma ha segnato la ripresa di un movimento che, sotto traccia, con difficoltà, è emerso nelle ultime settimane: sfuggire al ricatto inaccettabile di chi pensa che la solidarietà al popolo ucraino implichi necessariamente un atteggiamento acritico, di “allineamento” senza se e senza ma, alle strategie che gli Usa e la Nato stanno perseguendo, con l’afasia o la passività dell’Europa. O che la solidarietà implichi l’adesione alla teoria per cui – finché gli ucraini lo vogliano – bisogna aiutarli con una quantità crescente di armamenti. Ma fino a quando?

L’atteggiamento sulla guerra dopo la manifestazione di Roma

Anche quanti, all’inizio della guerra, erano favorevoli all’invio delle armi in Ucraina – e chi scrive era tra questi – lo erano perché vi era un evidente squilibrio nei rapporti di forza, e bisognava impedire il blitzkrieg della Russia. Ma è stato inevitabile, con il passare dei mesi, interrogarsi sullo sbocco di questa strategia: o meglio, chiedersi quale sia, se c’è, una qualche strategia dietro le scelte occidentali. Si pensa davvero che questa guerra possa essere continuare così, o che possa essere vinta, ricacciando indietro i russi?

La guerra è guerra, purtroppo, e alla guerra, da che mondo e mondo, ci si accosta con crudo realismo: non si possono “eticizzare” i conflitti. Si deve trattare con il nemico, anche se questi è il più perverso dei nemici possibili. E oggi, nel mondo contemporaneo, questo è ancora più vero rispetto al passato (ad esempio, al caso della Germania hitleriana alla vigilia della II guerra mondiale) perché una escalation militare – oggi, a differenza che nel 1939 – porta all’uso degli armamenti nucleari, con quel che ne consegue… E quindi, c’è un limite oltre il quale non si può andare.

Quello dell’Occidente è un atteggiamento che, per quanto possa sembrare paradossale, è segnato dalla incapacità di esercitare una vera egemonia (che, nel campo delle relazioni internazionali crea comunque un equilibrio di “pace”, intesa come condizione precaria di non-conflitto): “egemonia” significa saper capire e interpretare le esigenze (l’”elemento di verità”) presente nel punto di vista dell’avversario. E qui non si possono sottacere le decennali responsabilità dell’Occidente nell’aver prodotto l’incancrenimento della situazione che abbiamo sotto gli occhi: non aver saputo concepire altra strategia che quella dell’allargamento a Est della Nato, fino alle porte di casa della Russia. E qui scatta anche un giudizio sull’ipocrisia dell’occidente, un giudizio che ne mina radicalmente la credibilità quando si fa paladino della “democrazia” contro le autarchie (e lo si vede dalla diffidenza verso gli Usa da parte di tanti paesi nel mondo): perché mai gli Usa hanno potuto storicamente e possono tranquillamente teorizzare e praticare la “dottrina Monroe” e guardare con estrema attenzione alla salvaguardia dei propri interessi geopolitici, alla cura del proprio “giardino di casa”, continuare a concepire gli stati-cuscinetto; e questo invece non è stato a suo tempo “concesso” anche alla Russia post-sovietica? E che dire poi dei casi di violazione della sovranità altrui (in Iraq, in Libia…), e della connivenza con regimi autocratici come quelli sauditi?

Conflitto Russia-Ucraina: bisogna trovare una via diplomatica

Insomma, rimane il fatto che ad un conflitto di potenze non si può guardare con lo sguardo puro dei valori morali: bisogna trovare una via di uscita diplomatica che assuma anche gli interessi legittimi delle parti in causa. Dire che non ci può essere “pace senza giustizia” è molto bello, riscalda il cuore: ma non sposta di una virgola il pericoloso precipizio in cui ci troviamo.

Tutto ciò ha che fare, sia pure indirettamente, sulle questioni di casa nostra: lasciamo perdere la miseria morale di chi ha apparecchiato la “piazzetta” di Milano, per poter dare modo ai tg di mettere sullo stesso piano le due iniziative. Rimane il dato di fatto dell’ambiguità della posizione “ufficiale” del Pd: si va alla manifestazione di Roma (in gran parte voluta e costruita dall’associazionismo, specie cattolico), ma poi si afferma la “continuità” sulla questione della fornitura delle armi e si fa i primi della classe nel mostrare il proprio zelo atlantista.

Il partito è vicino al punto di non ritorno

Siamo vicini, oramai, ad un punto di non ritorno, per il Pd. Su tante, troppe cose, e ora su una questione cruciale come la collocazione internazionale dell’Italia, in un partito non possono convivere posizioni diametralmente opposte. In un partito ci possono e ci devono essere opinioni e proposte diverse, su tanti campi delle politiche, e su queste ci dovrebbe essere un dibattito politico e procedure democratiche per decidere la “linea”. Ma su una questione identitaria come la guerra e la pace, non possono coesistere posizioni troppo divaricate.

L’afasia di cui sembra vittima il Pd non è un accidente: nasce dalla mancata definizione dell’identità politico-culturale di questo partito. E’ come se, in un estenuante tiro alla fune, si arriva oramai ad un punto in cui tutto rischia di sfilacciarsi, fino allo strappo. Mancando una cornice comune, ogni questione produce rotture e divaricazioni. E non ha senso, come accade, richiarmarsi al caso storico del PCI, dove convivevano posizioni molto diverse: sì, ma pur sempre dentro un partito che aveva una sua identità storico-politica (si chiamava non a caso “comunista”) e una sua visione del mondo. Il Pd voleva essere, sin dall’inizio, un partito “post-ideologico”, che si reggeva sui programmi: i fatti hanno dimostrato che questo modello non può funzionare, per il semplice motivo che, quando sui “programmi fondamentali” ci sono idee molto diverse (non solo sulla pace e la guerra: si pensi solo alle politiche del lavoro), un partito non “si tiene assieme”.

In queste condizioni meglio una separazione consensuale

Per questo, secondo me, il “congresso” che ora inizia, il Pd non può che proporsi un chiaro e duro confronto chiarificatore, su questa come su tante altre questioni. Se non lo fa, il Pd forse andrà ancora avanti per un po’: nessuno deciderà di scioglierlo, ma si scioglierà da solo, per consunzione. Non voglio mettere il carro davanti ai buoi, speriamo che il congresso dia qualche risposta. Resto della mia opinione, che è anche un giudizio da osservatore esterno: la soluzione migliore per tutti è che che vi sia alla fine una separazione consensuale, senza drammi, senza lacerazioni. Prendere atto che l’esperimento del Pd è finito, salvando e non disperdendo forze che sono comunque necessarie per la rinascita della sinistra italiana, dopo che un’invenzione chiamata “Pd” è riuscita a portarla ad una condizione di debolezza mai avuta in quasi ottanta anni di storia repubblicana. Per andare dove? ognuno si dedichi a quello che sente di dover fare: costruire un serio partito liberaldemocratico, se si vuole (potrebbe essere anche opera meritoria riuscirci, in Italia, con questa destra); oppure – per quel che mi riguarda – rifondare una sinistra socialista nel nostro paese.