Pd, il problema non è il nome ma la carta di identità

In vista della Direzione nazionale del 6 ottobre e della campagna congressuale che ne seguirà, si moltiplicano, nei quotidiani e tra gli opinionisti, appelli retorici e privi di concreto contenuto politico sul futuro del Partito democratico. Si dice (è la tesi di Stefano Feltri, largamente ripresa all’interno e fuori del partito) che bisognerebbe «chiudere il Pd per salvare la sinistra» o, in maniera altrettanto insistente, che il Pd dovrebbe «cambiare nome» (è una proposta che, a quanto pare, arriva anche dal partito romano), eliminando una volta per tutte la vetusta formula di “partito”. In generale si parla di “rifondazione”, di “anno zero”, di un inizio che dovrebbe essere assolutamente nuovo. Nel frattempo, innumerevoli candidati alla leadership scaldano i motori, si presentano, formano squadre di sostegno, fanno calcoli sui tempi e sui modi delle rispettive candidature, in genere con programmi fumosi e (per essere generosi) approssimativi.

lettaTroppe inutili discussione vuote

È evidente che la lunga e difficile stagione congressuale che si preannuncia è partita con il piede sbagliato. Il Partito democratico ha subìto, senza possibilità di dubbio, una sconfitta storica alle ultime elezioni politiche, ma è anche vero che ha conseguito oltre il 19% dei consensi, confermandosi come la forza politica più solida (per continuità di rappresentanza), forte e radicata della sinistra democratica. Inoltre, se c’è qualcosa di sbagliato in questo partito, non è certo il nome, che unisce le due parole-chiave che rappresentano le uniche possibilità di una prospettiva di trasformazione: essere un “partito” (cioè un perno organizzato della vita democratica della nazione) e definirsi “democratico” (indicando nella democrazia il principio espansivo dello sviluppo politico e sociale). Queste discussioni vuote e prive di costrutto nascondono, dunque, i due veri problemi che hanno condotto alla sconfitta del Pd e, con esso, di tutta la sinistra: gli errori politici compiuti dalla segreteria di Enrico Letta e la ridefinizione, in termini moderati, dell’identità del partito.

Sul primo aspetto (gli errori politici del segretario) l’analisi non dovrebbe essere difficile. Il segretario ha sbagliato, gravemente, sulla politica estera, in particolare di fronte alla guerra in Ucraina, assumendo acriticamente la difesa delle posizioni più oltranziste dell’occidentalismo, rinunciando fin dall’inizio alla ricerca prioritaria della pace e al principio di interdipendenza, declinando l’ideale europeista con uno strappo radicale rispetto a tutta la tradizione, politica e diplomatica, della sinistra democratica italiana. In secondo luogo, il Pd di Letta si è presentato all’elettorato come il partito dei ceti medi e alti, delle istituzioni in quanto tali, rinunciando al ruolo di difesa delle fasce più deboli della nazione. L’Agenda Draghi, senza alcuna proposta di svolgimento in termini sociali, è diventata il mantra destinato a coprire un evidente vuoto programmatico. In questo modo il Pd ha aperto uno spazio enorme non alle forze di sinistra che, come Unione popolare, hanno almeno avuto il merito di testimoniare la persistenza di un discorso di sinistra, ma al M5S (che ha declinato la difesa dei ceti popolari in termini di scambio elettorale) e soprattutto all’astensionismo, cresciuto oltre ogni limite. Per prima cosa, dunque, il congresso dovrebbe avviare questa riflessione, prendere atto del fallimento della politica impostata e difesa dal segretario del partito.

Arriviamo al secondo aspetto: l’identità. Si ripete, sbagliando, che il Pd sarebbe diventato una nuova Democrazia cristiana. Cioè un partito interclassista e tutto sommato popolare, costruito dal talento di personaggi come Sturzo, De Gasperi, Moro, e sempre rimasto fedele a una ispirazione democratica e sociale (derivata, per esempio, dal pensiero di Maritain), che ha consentito la discorde concordia con i comunisti e, di fatto, la costruzione della nostra repubblica. Qui si compie un grave errore storico e di prospettiva. Il Pd degli ultimi anni non è una nuova Dc, ma un tentativo (anzi il primo tentativo che sia stato compiuto nella storia italiana) di realizzare un partito liberale di massa, di impronta azionista e, a tratti, liberalsocialista. Un tentativo che, sul piano culturale, trova radici nelle posizioni che si sono affermate (negli intellettuali, nei maggiori giornali, nelle imprese editoriali e così via) a partire dalla fine degli anni Settanta. Un tentativo destinato al fallimento, perché quella ideologia può solo rappresentare le élites dirigenti e non può in nessun caso proiettarsi in un ordine mondiale di interdipendenza e di pace.

Bisogna riflettere sulla propria identità

Il Pd ha dunque cambiato natura e identità, ha abbandonato il senso delle sue origini e il suo codice genetico. Questo è il nucleo di verità che riposa al fondo delle richieste di “scioglimento”, di “rifondazione” e così via. Il congresso dovrebbe porsi il problema di ripensare la vicenda di questo partito, di coglierne il senso, di tornare a riflettere sulla sua carta di identità. Questo partito nasce, in sostanza, da due passaggi fondamentali. In primo luogo, la scelta del 1989 di chiudere la storia del comunismo italiano (a cui è seguita, negli anni successivi, la fine degli altri grandi partiti di massa). Una scelta (secondo chi scrive) necessaria, inevitabile e inderogabile, dovuta al mutamento dell’ordine mondiale e al crollo dell’Unione Sovietica. Una scelta tanto urgente e necessaria quanto era stata quella che Lenin aveva compiuto, dopo la rottura rivoluzionaria del ’17, di mettere fine alla esperienza della Seconda Internazionale. Proprio come aveva fatto Lenin di fronte al tracollo della socialdemocrazia, bisognava cambiare nome, ideologia, organizzazione. Serviva, come si disse allora, un “nuovo inizio”, una nuova “fase” nella storia del movimento operaio, non solo italiano ma mondiale.

Per questa nuova “fase” (dopo quella della socialdemocrazia e dopo il comunismo), la cultura italiana possedeva le risorse più rilevanti. Solo da noi, infatti, si era verificata una esperienza intellettuale legata ai nomi di Labriola, di Gramsci, di Togliatti, di Berlinguer, e in generale la vicenda di un “comunismo democratico”, capace di prefigurare una nuova storia, una nuova epoca per la sinistra europea (a cui, non per caso, guardò lo stesso Gorbaciov). Il problema drammatico, che ancora ci portiamo dietro come una “colpa”, è che allora siamo stati capaci di chiudere la storia del comunismo, ma abbiamo fallito nel compito fondamentale di inventare una nuova cultura politica.

Tornare alle radici delle culture politiche

In secondo luogo, la nascita del Pd prometteva di unificare, in una forma originale e in una sintesi inedita, effettivamente “laica”, le grandi tradizioni del riformismo italiano (comunista, socialista, cattolico democratica), quelle tradizioni che, nell’epoca di aspri conflitti ideologici, avevano dato luogo all’esperienza della repubblica e della democrazia, garantendo quasi mezzo secolo di pace e di sviluppo. Una sintesi, sottolineo, “nuova”, che doveva e deve alimentarsi delle domande che vengono da una società in rapida trasformazione, dal mondo del lavoro e soprattutto dalle generazioni più giovani, capaci di indicarci i nuovi problemi del mondo, a cominciare da quelli dell’ambiente, della parità di genere, di una più avanzata giustizia sociale.

È così difficile comprendere che il Pd deve oggi tornare a interrogarsi sul suo codice genetico, sulle ragioni di fondo della sua nascita e della sua esistenza? Non sciogliersi, o cambiare nome, ma riflettere sulla propria posizione nella storia nazionale e nell’ordine del mondo. Senza questo sforzo di ricostruzione della propria identità, ogni passaggio “tattico” e ogni mutamento di leadership si rivelerebbe inutile. Non ci sarebbe “scioglimento”, ma “esaurimento”, dissolvimento, svuotamento, sfinimento. Sarebbe un disastro, perché, allo stato degli atti, nessuna delle forze politiche alternative (né il M5S né le generose ma minoritarie formazioni che sono cresciute alla sinistra del Pd) potrebbe oggi esercitare la funzione democratica di questo partito.

Questo è il problema vero che il congresso dovrebbe porsi, la consapevolezza che dovrebbe mostrare di avere a tutti i livelli della discussione. Il destino del Pd è intrecciato al destino della democrazia italiana. Con le elezioni del 25 settembre non corriamo il rischio di un nuovo fascismo. Osserviamo (almeno con Fratelli d’Italia, forza ormai egemone nello schieramento di destra) un fascismo “vergognoso di sé”, che non proverà a colpire i princìpi fondamentali delle istituzioni democratiche. Ma certo siamo di fronte alla fine dell’antifascismo, inteso come il patto democratico che è alla base della Costituzione e della Repubblica, siamo di fronte a un passaggio storico di enormi dimensioni. E sorprende la leggerezza con la quale opinionisti e costituzionalisti di vaglia considerano oggi la possibilità di un regime presidenziale. Non perché il presidenzialismo rappresenti, come tale, un regime non democratico o poco democratico, ma perché significherebbe una rottura epocale con tutta la tradizione istituzionale italiana, a cominciare dal Risorgimento. Sarebbe il segno visibile della conclusione della nostra idea di democrazia, della nostra lettura della storia nazionale e, in definitiva, la sconfitta più amara della sinistra democratica.