PD e sinistra salgono sulla Sea Watch
e Salvini stranamore
fa la guerra all’Olanda

Il Pd, Sinistra italiana e Più Europa salgono sulla Sea Watch. Un gesto che va oltre la solidarietà con i 42 naufraghi tenuti in ostaggio dalla prepotenza di Salvini e l’incapacità dei suoi alleati e complici, perché apre la prospettiva di una soluzione della crisi che, quali che siano le forme che prenderà, non potrà che passare dalla liberazione dei prigionieri. E intanto, come il prode Anselmo, il ministro di tutti i ministeri Salvini è partito lancia in resta alla guerra contro l’Olanda. E, quel che è davvero imperdonabile, il ministro degli Esteri, quello vero, Enzo Moavero Milanesi (che dovrebbe sapere che si tratta di una mossa insensata) è partito al suo seguito. Ha incaricato l’ambasciatore all’Aia di “fare un passo” presso il governo dei Paesi Bassi. Di protestare, cioè, per i reati che, secondo l’Italia, la nave Sea Watch avrebbe commesso ignorando i divieti del decreto sicurezza. Questo perché quella nave batte bandiera olandese. Un’iniziativa giuridicamente infondata, come vedremo, e politicamente disastrosa perché complica ulteriormente la posizione di isolamento dell’Italia nell’Unione europea. Come se ce ne fosse bisogno nel momento in cui incombe come l’ombra della ghigliottina la procedura d’infrazione per debito eccessivo.

I parlamentari scenderanno solo con i 42 naufraghi

E così, mentre il vero capo del governo italiano, Salvini, va alla guerra, il dioscuro in disarmo, Di Maio, subisce tacendo e il sedicente premier Conte dalla lontanissima Osaka si unisce al coro degli insulti alla comandante Carola Rackete,  il fatto nuovo della giornata sulla Sea Watch lo hanno messo in scena proprio i parlamentari della sinistra (Graziano Del Rio, Davide Faraone e Matteo Orfini per il PD, Nicola Fratoianni per Sinistra italiana e Riccardo Magi per Più Europa) che sono saliti a bordo annunciando che ci resteranno finché con loro non scenderanno anche i 42 poveretti che su quella nave ci stanno da due settimane e un giorno. Una mossa politica coraggiosa e intelligente, che forse sbloccherà l’impasse.

A questo punto gli scenari d’una possibile soluzione sono tre. Il primo è che, puramente e semplicemente, il ministro dell’Interno rinsavisca e consenta ai 42 della Sea Watch di sbarcare unendosi alle centinaia e le migliaia di altri migranti che sono arrivati, stanno arrivando e arriveranno con barche e barchette a Lampedusa (sotto il naso della Guardia di Finanza) e un po’ per tutto il Sud, dalla Sicilia alla Sardegna alla Calabria alla Puglia, oppure che entrano in Italia via terra o come “dublinanti” spediti a mo’ di pacchi aerei dagli aeroporti della Germania e dell’Austria. È uno scenario improbabile considerata la posta che Salvini ha investito sulla sua lotta senza quartiere alle ONG e senza pietà per gli esseri umani raccolti in mare.

E se la Procura sequestrasse la nave?

Il secondo è che, come avvenne con il caso della nave Jonio, sia la magistratura a sbloccare la situazione. La Procura di Agrigento, che Salvini considera un nido di vipere che non aspetta altro che morderlo, potrebbe decretare il sequestro della nave e, conseguentemente, lo sbarco di tutti i suoi passeggeri, profughi ed equipaggio. Quanto alla sorte della comandante e degli altri cooperanti poi si vedrebbe. Al momento non risultano ci siano provvedimenti di alcun tipo a carico di Carola Rackete e degli altri. Quando si arrivò a una soluzione di questo tipo per la Jonio, Salvini si infuriò ma dovette ingoiare il rospo.

Il terzo scenario è che alla Commissione riesca il miracolo di mettere d’accordo i governi per una distribuzione dei profughi in un certo numero di paesi, tra i quali probabilmente la Germania e i Paesi Bassi. Intesa che dovrebbe essere annunciata prima dello sbarco, in modo da dare un poco di senso postumo alla prepotenza di Salvini.

La guerra con l’Olanda

Ora torniamo alla guerra con l’Olanda. Non sappiamo se l’ambasciatore il passo ordinato da Salvini per interposto Moavero l’abbia già fatto o sia rimasto prudentemente a pie’ fermo. Sappiamo però da fonti diplomatiche che cosa ha risposto, o avrebbe risposto o risponderà, il ministero degli Esteri olandese. Cioè, più o meno, questo. Non spetta a noi giudicare se la comandante (tedesca) della Sea Watch abbia commesso reati in Italia. Si può ritenere che abbia agito in uno stato di necessità e che il suo comportamento sia perfettamente conforme al diritto marittimo internazionale.

Ma anche ammesso che Carola Rackete sia per la legge italiana una pericolosa delinquente, noi che c’entriamo? Lo stato di cui un’imbarcazione batte bandiera ha giurisdizione sulla nave stessa ma non può certo essere considerato responsabile dei reati che il comandante e l’equipaggio commettono ai danni di un altro paese. Per intenderci facciamo un esempio. Se domani l’equipaggio di uno yacht battente bandiera italiana (ce ne sono, pochi ma ce ne sono) commettesse un reato nelle acque del porto di Amsterdam, le autorità dei Paesi Bassi lo punirebbero, ma non si sognerebbero certo di incaricare l’ambasciatore a Roma di protestare con il governo italiano.

 

Se l’iracondo capo della Lega ragionasse

L’Italia – è vero – potrebbe chiedere che i Paesi Bassi ritirino la bandiera, e cioè cancellino la Sea Watch dal registro navale. Ma ciò è previsto che avvenga soltanto per gravi violazioni delle norme del diritto della navigazione, ed è molto dubbio che le autorità olandesi possano considerare una “grave violazione” il salvataggio di naufraghi che rischiavano la morte e il loro trasporto nel porto sicuro più vicino. Checché ne pensino i legislatori italiani. Lo stesso ragionamento vale per la Germania, che è stata anch’essa minacciata di ritorsioni perché l’ONG che gestisce la Sea Watch ha sede a Ratisbona, in Baviera. Secondo la singolare concezione salvinesca del diritto internazionale il governo di Berlino sarebbe complice di quei brutti diavoli.

Anche riguardo a questo aspetto della vicenda della Sea Watch sarebbe opportuno che l’iracondo capo della Lega ragionasse prima di partire con gli insulti per tutti e combinare guai. E che i suoi consiglieri, anche quello diplomatico, facessero bene il loro mestiere.