Pd e sinistra, la débâcle in Campania

Da dove partire? Dai Frecciarossa Salerno-Napoli-Roma del lunedì mattina, sui quali se in prima classe partiva l’Internazionale c’era il rischio che si levasse una selva di pugni chiusi e d’ora in poi, boh: chissà? O dall’amarezza di Arturo Scotto (LeU), che scende da quel treno dopo due legislature e ammette che sì, forse “siamo stati percepiti come una variante del sistema da abbattere, non come una delle possibili soluzioni per uscire dalla crisi”? O ancora dalla bacheca Fb di Antonio Bassolino, rassicurante ultima spiaggia di cronisti in cerca di dichiarazioni per aggiungere un po’ di sale a pezzi altrimenti insipidi? Ecco, lapidario, il pensiero del Cincinnato (ma poi: è corretto definirlo tale?) della sinistra campana: “Il terremoto politico nazionale che in queste ore devasta il Pd, e non solo, è stato nella nostra terra anticipato e rafforzato da chiare scosse politico- morali”. Zàcchete.  Poi, parlando con Repubblica, afferma: “Non ho rinnovato la tessera del Pd, ma ora voglio dare una mano”.

Perlustrare le macerie è operazione angosciante: in Campania il Pd (13,1% alla Camera, 13,7% al Senato) e LeU, insieme, superano di poco il 15%.Che sarà pure un punticino in più del 14 raggiunto dai soli Ds (con la Margherita, però, al 12%) nell’orribile 2001 della seconda vittoria berlusconiana, ma rappresenta a malapena un terzo del 42,6% che alle stesse elezioni ottenne l’Ulivo, piazzandosi a poco più di un punto dalla Cdl. Oggi, l’alleanza di centrosinistra (Pd+Bonino+Lorenzin+Insieme) si ferma sottoil 19%.Se si aggiunge LeU si arriva al 21%. Un’ecatombe.

A differenza di quelle “a rate” di Matteo Renzi, le dimissioni di Assunta Tartaglione da segretaria regionale del Pd hanno effetto immediato, o almeno sembra: “Il quadro politico che esce dalle urne è chiaro e ciascuno, a partire da me, deve assumersi le proprie responsabilità”. La Tartaglione è un’altra di quelli che scendono dai Frecciarossa del lunedì mattina, fino al mese scorso affollati di parlamentari campani del centrosinistra, da domani popolati dalla sessantina di peones a 5 Stelle che hanno vinto tutti i collegi uninominali al Senato e tutti alla Camera tranne uno, arrivando a piazzare sugli scranni di Palazzo Madama e Montecitorio pure l’80% dei candidati nei listini plurinominali.

Un bingo spietato che ha fatto qualche vittima illustre, come Enzo Amendola, sottosegretario agli Esteri del governo Gentiloni, un ex dalemiano al quale appena qualche anno fa in molti pronosticavano una grande carriera, già consigliere di Napolitano al Quirinale, oggi nell’elenco dei caduti come Massimiliano Manfredi, come Teresa Armato, come Tino Iannuzzi, quest’ultimo strabattuto nel collegio senatoriale di Salerno da una paffuta maestra di sostegno di Sarno, Luisa Angrisani. Non è andata meglio ai candidati della società civile, con i quali Renzi aveva strizzato l’occhio a quel “ceto medio riflessivo” che  in quel momento guardava da un’altra parte: nei collegi sono caduti sia Paolo Siani (ripescato nel proporzionale) che Marco Rossi Doria. Ma con percentuali dignitose che hanno contenuto la catastrofe: almeno questo…

Nella maionese impazzita dell’uninominale, dove si giocavano le sfide vere, è affogato anche il PdDL, il partito di De Luca, declinazione campana del partito del segretario. Piero, il rampollo del governatore che adesso se la prende con i media e la loro presunta “campagna di aggressione” entra in Parlamento grazie ai resti spalmati sui collegi proporzionali.Ma la débâcle casalinga, nell’uninominale a Salerno (terzo col 23,1%), è probabilmente il segno della fine di un’epoca che dura da 25 anni: dalla prima elezione del padre a sindaco. E fa il paio con la bocciatura di Franco Alfieri, il “sindaco delle fritture”, pure lui arrivato terzo, dietro Marzia Ferraioli (centrodestra), docente universitaria che è nata, insegna e vive a Roma, e ad una consulente trentenne residente a Berlino già da un pezzo. Per inciso, la mancata elezione di Minniti a Pesaro fa saltare anche l’elezione nel proporzionale di Eva Avossa, per diverse consiliature vicesindaco di De Luca.

La sinistra che esce da queste elezioni nella regione che nel 2006 fu determinante per la vittoria di misura di Romano Prodi, viaggia su un doppio binario: i legami col capo (i salvati, da Migliore alla Valente, alla paracadutata Fedeli, sono tutti pretoriani di Renzi) e quelli familiari. Insieme a Piero De Luca plana a Montecitorio (anche lui grazie ai resti) un altro figlio d’arte: Federico Conte, uno dei due eletti in LeU, primogenito dell’ex ministro socialista Carmelo.

Dove porteranno questi binari si vedrà. Resta, si capisce, la nostalgia per quei Frecciarossa del lunedì mattina.Ora come ora, sembra di essere nella famosa canzone di Conte (Paolo): il treno dei desideri all’incontrario va…