Pd e M5S alla ricerca di un marchio “usano” il socialismo europeo

Con decenni di frequentazione e studio spesi fra PSE e fondazioni culturali socialiste posso assumere il punto di vista di chi, non italiano, osserva l’evoluzione dei partiti-membri provenienti dal nostro paese. Senza dubbio l’ingresso degli ex-comunisti italiani derivò da un’assidua rete di rapporti fra PCI e socialdemocrazie interessate al comunismo italiano, che appariva diverso ma non estraneo, e non privo di prestigio. Non a caso, Craxi non si oppose, nonostante i rapporti pessimi fra Psi e Pci-PDS. Ma da allora si è assistito ad una vera spirale: al PSE si è presentato uno stupefacente profluvio di sempre nuove sigle, leader, marchi elettorali, soluzioni organizzative fra nuovismo e marketing politico.

Passo azzardato del pirotecnico centro-sinistra

PseOra, la proposta di far entrare il M5S nel PSE è comprensibile appaia particolarmente bizzarra, ma in realtà è solo un passo più azzardato del pirotecnico centro-sinistra italiano. Il Psi, ormai irrilevante residuo, si è mimetizzato in ogni sorta di acronimo e coalizione: SI, SDI, poi di nuovo Psi. Senza dimenticare la parentesi della “rosa nel pugno” assieme ai più inossidabili e ideologici neoliberali d’Europa: i radicali italiani.

A sua volta, il PCI è divenuto PDS, poi con poche aggiunte DS, ed infine PD. Da cui il più trasformistico spettacolo: mediante il Pd entrava nel socialismo europeo Renzi (cosa è Renzi politicamente?). E non dimentichiamo l’ineffabile Calenda, che usa la dizione di comodo “liberal-socialista” per stare nel centro-sinistra come già altri: un marchio fungibile.

Ma con “socialismo liberale” Rosselli intende una riforma socialista non dogmatica, però profondissima, del capitalismo, che doveva rappresentare la nuova idea di libertà. Non intende l’inverso: che il socialismo riformista dovesse estinguersi nel liberalismo. Il socialismo democratico infatti sa che solo se si afferma l’eguaglianza (anche di esiti ovviamente) ci si avvicina alle vere “eguali opportunità” e alla mobilità sociale.

L’Europa dei neo populisti

Da ben prima di questa candidatura del M5S, quindi, la differenza fra il PSE come socialdemocrazia odierna e il PSE delle bizzarre manovre italiane è molto grande. Sia chiaro: sarebbe sbagliato dipingere, per contrasto, i partiti del Pse come la totale purezza e il crescente, sicuro successo. Fosse stato così non avrebbero accettato Renzi o Calenda pur di rafforzare il gruppo parlamentare europeo.

Le socialdemocrazie hanno perso voti, funzioni e capacità di riforma dell’economia. Quelle nordiche e germaniche, per esempio, si sono adattate alla logica europea di vivere di esportazione, cioè di minore redistribuzione e di decrescente eguaglianza. Ma da ciò sono uscite danneggiate, non sconvolte e indefinibili come il centro-sinistra italiano.

La ragione è che erano riuscite per più tempo, e più consapevolmente, a costringere il capitalismo a vivere di innovazione anziché di sfruttamento. Per questo, anche se vivere di export significa non redistribuire, e quindi indebolirsi come movimento democratico capace di critica verso il capitalismo, tuttavia i partiti socialdemocratici sono vivi come realtà storica.

La funzione storica della socialdemocrazia

Perché, appunto, il modo di competere dei nordici e dei germanici è ancora legato in parte (benché arretrante) a questa funzione storica della socialdemocrazia. La quale, infatti, deriva a sua volta da un radicamento nella classe lavoratrice, cioè da culture politiche ed alleanze sociali a cui il PD, per come è costruito, nemmeno può ipotizzare di sognare di avvicinarsi.

Così, la fiacchezza socialdemocratica di questi lustri è all’interno di traiettorie e soluzioni organizzative operanti, di democrazie organizzate riconoscibili, e di alleanze sociali che in parte rilevante sopravvivono.

Anche il Labour, dopo Blair, ha mostrato di conservare una limpida e fortissima cultura socialista con base sindacale. La Spd, in un congresso in cui si è affermata la sinistra, ha compreso che per sopravvivere occorreva dire basta ad una Große Koalition distruttiva sia per la socialdemocrazia sia per la Cdu-CSU. E lo ha fatto prima che le elezioni sancissero questa realtà. Insomma, per tutte le profondissime ragioni dette il PD vive il PSE come un altro marchio, non come un’identità.
Il successo del M5S nel 2013-2018, almeno riguardo agli ex-elettori di centro-sinistra, discende in fondo dai marchingegni sovrastrutturali ed elitistici del centro-sinistra italiano. Il neo-populismo è presente ovunque in Europa, ed anzi nasce nella Scandinavia degli anni 1970, ma da noi ha strabordato per ovvi motivi.

Un sistema politico disboscato

Uno è che il nostro sistema politico è stato del tutto disboscato, in un modo che forse solo in Francia ha eguali. Le continuità di cultura politica sono saltate circa 30 anni fa, nel senso che hanno smesso di essere un mutamento evolutivo, e sono divenute dispositivo elettorale, trovata comunicativa, adattamento cromatico. Il M5S e il suo successo, dicevamo, sono il frutto di questa enorme, arretrante desertificazione.

Ma non per questo il M5S è divenuto cultura politica. Anzi in pochi anni ha sbandato in ogni direzione. La sua adesione al PSE deriva dal fatto che, siccome ora il Pd ha bisogno di un nuovo “cartello” con il M5S, ora il M5S deve entrare nel Pse.

In fondo con la stessa carenza di riflessione che contraddistinse l’entrata del Pd. Per le medesime esigenze di un marchio che supplisca ad un’identità che del resto nessuno cerca davvero, tantomeno se socialista.

Pse come marchio

Così, se masse maggioritarie di elettori si astengono, perché nemmeno il centro-destra è convincente, il centro-sinistra cosa fa? Non fa nulla per includerle, perché il Pd ricerca solo soluzioni d’uso immediato. E serve dunque il M5S nel Pse.
Questo uso del PSE come marchio per le manovre più imprevedibili del centro-sinistra italiano distingue quest’ultimo non solo dalle socialdemocrazia nordiche e germaniche, ma, in modo diverso, anche dal Psoe spagnolo e dai socialisti portoghesi. I socialisti iberici hanno maturato strategie politiche di rifiuto esplicito della grande coalizione centrista, e si sono alleati con forze del “populismo di sinistra” (Podemos, Bloco de Esquerra), ma anche innestate o alleate con la sinistra comunista o post-comunista.

Queste, come anche il PTB belga, sono forze dotate di propria identità: per attribuirsela non hanno bisogno di pregare il PD di presentarli al PSE. In Scandinavia il principale alleato dei socialdemocratici è, anche qui, una sinistra con una propria base e identità: comunista, socialista, di movimenti popolari recenti o meno recenti.

L’esigenza di posizionarsi

Viceversa, se il M5S entrerà nel Pse sarà per “posizionarsi” (come quando Calenda si dice liberal-socialista), divenendo con il Pd pronto per qualunque avventura fungibile. Del resto perché no: così è stato in questo governo, o in quello passato PD-M5S, o quello ancora precedente Lega-M5S. Cambia soltanto che, con l’entrata nel Pse, d’ora in poi la fungibilità del nuovo M5S sarà legata a quella del Pd.

Insomma: anziché cercare di affrontare i propri limiti e rimediare ai propri danni ricercando sintesi con alleati portatori di discorsi critici, e ricercando rapporti veri con l’insoddisfazione popolare prodotta, il Pd, come in passato, ricerca marchi, producendoli o collezionandoli. In questo caso il marchio Pse serve a creare le condizioni per acquisire quanto residua dalla protesta popolare, finché, sempre più debolmente e indirettamente, ciò produce voti e seggi. Del resto, è accettando di partecipare a questa stessa logica che si è progressivamente distrutta anche l’area a sinistra del Pd. Perciò l’area del populismo di sinistra, o del socialismo radicale, o rosso-verde, ha in Europa fra il 10-20% dei voti, mentre in Italia raccoglie anguste siglette al di sotto del 4% totale.

Strumenti di sopravvivenza

Ultima osservazione: poiché come dicevamo il socialismo iberico si è negato alle grandi coalizioni e a fornire appoggio ad ogni necessità di governo immaginabile, conserva in parte il prestigio accumulato quando, fra 1974 e 1982, fu la forza essenziale del passaggio pacifico alla democrazia.

Su una caratteristica del genere, essere l’erede (benché invero indistinto) delle “culture costituenti e antifasciste italiane”, si basa parte dell’identità Pd. Ma perché (piange il cuore) l’antifascismo è sempre più debole nel paese, o vissuto come una cultura di parte anziché comune? La ragione è che l’antifascismo appare purtroppo sempre più un mero segnale politico, sempre più disconnesso dalla vera anima della costituzione (l’articolo 3), e dunque dalla riforma inclusiva della società.

Ogni governo tecnico, con la Lega, col M5S, con Berlusconi, è stato giustificato con qualche emergenza assimilata al discorso di Togliatti a Salerno. Ed ogni opposizione, contro la Lega, contro il M5S, contro Berlusconi, è stata giustificata con l’emergenza antifascista. La ragione è quella stessa dell’entrata del M5S nel Pse: attaccarsi agli strumenti di sopravvivenza di un organismo dai polmoni deboli, bisognoso d’ossigeno ma incapace di vincere l’asfissia.