Pd, è l’ultima sirena:
la sua maledizione
colpisce anche Zingaretti

Fuori un altro. La maledizione del Pd ha fatto l’ennesima vittima tra i suoi leader: Nicola Zingaretti ha annunciato le dimissioni, che formalizzerà all’Assemblea nazionale della prossima settimana. Con parole pesantissime: “Mi vergogno che nel Pd da 20 giorni si parli solo di poltrone e primarie, quando in Italia sta esplodendo la terza ondata del Covid, c’è il problema del lavoro, degli investimenti e la necessità di ricostruire una speranza soprattutto per le nuove generazioni. Visto che il bersaglio sono io, per amore dell’Italia e del partito, non mi resta che fare l’ennesimo atto per sbloccare la situazione. Ora tutti dovranno assumersi le proprie responsabilità”.

L’ombra dei renziani

Una scelta drastica che a quanto pare ha disorientato anche gli esponenti più vicini al segretario. E come è normale in questi casi, fioccano le interpretazioni e i retroscena. Secondo alcuni potrebbe trattarsi di un “contropiede” davanti all’offensiva della componente ex renziana che chiede più spazio dopo la caduta del governo giallorosso e l’indebolimento oggettivo della linea aperturista nei confronti dei 5 Stelle, punita pesantemente dai più recenti sondaggi. Sempre da quel fronte non sono mancate le pressioni per un anticipo delle primarie alle quali gli ex renziani schiererebbero il presidente dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini, già bersaniano, renziano, zingarettiano. Ma c’è anche chi lega il clamoroso passo indietro di Zingaretti alla corsa per il Campidoglio dopo il rinvio del turno elettorale amministrativo a dopo l’estate. Nulla di scandaloso, ovviamente, nell’agire della politica. Anche se colpiscono i toni inusuali, il durissimo atto di accusa verso una parte del suo partito che lascia intravedere una crisi senza precedenti.

L’ultima sirena

Senza precedenti, del resto, è anche la sconfitta, giusto tre anni, fa del centrosinistra a guida renziana, dalla quale ha preso avvio la leadership zingarettiana. Con la successiva ferita di una nuova scissione – sempre ad opera di Renzi – che ha ulteriormente indebolito un partito già allo sbando. Sotto la guida di Zingaretti il Pd ha inizialmente recuperato una prospettiva unitaria, con l’alleanza con i 5 Stelle e con Leu che ha mandato all’opposizione Salvini e la sua Lega sovranista. Ma da alleanza per necessità, il connubio con i grillini è diventato – nell’elaborazione della leadership del Pd e del suo ideologo Goffredo Bettini – un’alleanza strutturale, di prospettiva. Con un leader che si definisce “populista gentile” e che non rinnega neanche il primo anno di governo con Salvini al Viminale. E per la prima volta dalle elezioni di tre anni fa i sondaggi registrano un significativo passaggio di consensi dal Pd ai populisti pentastellati. Ed è partito l’ennesimo assalto al leader.

Come con Veltroni, come con Bersani, come con Renzi, i precedenti leader eletti alle primarie di un partito sempre più de-strutturato e anche per questo sotto il dominio assoluto delle correnti. Così l’addio (quanto definitivo si vedrà) di Zingaretti sembra l’ultima sirena di allarme per un partito che era nato con l’ambizione di unire e rappresentare la sinistra riformista e che oggi si ritrova stretto tra Renzi e Conte. Sarebbe davvero il finale peggiore.