Pd, non basta
il sostegno di una
aristocrazia elettorale

Il 2 novembre scorso Ipsos ha rilasciato un report che – pur con le cautele di qualsiasi indagine campionaria (i dati sono estratti da 4mila interviste effettuate tra gli elettori tra il primo e il secondo turno delle amministrative di ottobre) – esamina alcune dinamiche profonde presenti nel paese attraverso la suddivisione per cluster (età, provenienza geografica, professione, grado di istruzione) delle preferenze dell’elettorato. Una sintesi molto puntuale di questa parte della ricerca l’ha peraltro fornita Dario di Vico sul Corriere dell’8 novembre.

Un partito delle grandi città e di over 65

Se limitiamo l’esame agli elettori del PD ne esce confermato un quadro che si va consolidando da molti anni. Un partito che raccoglie i suoi maggiori consensi nelle grandi città, tra i livelli più alti di istruzione, tra gli over 65, tra professionisti e insegnanti, imprenditori e studenti.
Un partito che si va estinguendo tra gli operai (un misero 8% che suppongo diventi molto meno tra gli operai del nord est), con una rappresentanza fragilissima tra gli ultimi della scala sociale (14% il dato nazionale stimato tra disoccupati e casalinghe), ed altrettanto esigua al sud e nelle isole (anche qui un 14% che ragionevolmente scende sotto il 10 al di fuori dalle città capoluogo e tra i meno scolarizzati) e tra i giovani (un 15% che andrebbe ricalibrato alla luce del lusinghiero 30% riscosso tra gli studenti, e che dunque anche in questo caso scenderebbe sotto al 10 ove depurato del dato studentesco).

Insomma, una aristocrazia elettorale composta per lo più da anziani residenti in grandi città, con redditi oltre la media, buone letture, cospicui consumi culturali, ma che allo stato non rappresenta più del 10 per cento della popolazione adulta.
Fa sorridere mestamente, dal basso di queste considerazioni, ripensare al partito a vocazione maggioritaria. E sinceramente non vorrei che i confortanti risultati delle amministrative – confortanti soprattutto per effetto di una vasta astensione che stavolta ha morso molto di più a destra – inducessero i più a troppi squilli di tromba. Se l’obiettivo non è assicurare confortanti e durevoli carriere ad un ceto di professionisti della politica, ma costruire strategie di governo per il futuro, non c’è molto da stare allegri.
Il solo macrotrend che può confortare è quello relativo alle curve demografiche. Siamo un paese in irreversibile e strutturale invecchiamento. E se il PD continua ad essere così forte tra gli over 65, la curva demografica potrà costituire un prezioso alleato. Una ben magra consolazione, forse piuttosto una battuta di spirito.

Quale futuro per la sinistra senza operai?

La triste verità è che tutti i principali indicatori socioeconomici ci dicono che nei prossimi anni il bacino di voti del PD non potrà reggere alla prova del futuro se non si saprà aggredire il declino favorendo delle radicali inversioni dei trend in atto.
Mi chiedo se nel gruppo dirigente del PD ci sia chiara, diffusa e condivisa consapevolezza della fotografia del paese. Ecco alcune istantanee. Siamo un paese che si sta impoverendo, in cui crescono le disuguaglianze e in cui la pandemia ha solo accentuato alcune dinamiche in atto da molti anni. Il Report sulle povertà dell’ISTAT per l’anno 2020, rilasciato a marzo 2021, indica un aumento dei poveri assoluti di quasi un milione di unità (5,6 milioni) rispetto all’anno precedente. Più in generale, i consumi delle famiglie nel 2020 (sempre secondo ISTAT) sono scesi di quasi 10 punti percentuali rispetto al 2019, arretrando ai livelli di venti anni fa. Si tratta di evidenze che trovano ulteriori dettagli e declinazioni in tantissimi documenti dello stesso tenore (si veda ad esempio il Rapporto 2020 di Caritas Italiana, ma anche i mille argomenti di Openpolis, Oxfam, Censis, Forum Disuguaglianze e Diversità, ecc.).

I consumi culturali del paese (libri, cinema, teatro, mostre, musei) segnalano in crescita l’universo dei refrattari assoluti. Lasciamo stare gli anni della pandemia e prendiamo in esame l’annuario statistico italiano per l’anno 2019. Bene, scopriamo che c’è un 35% dei nostri concittadini che dichiara consumi culturali zero. Un deserto che non possiamo non riconnettere all’esercito dei poveri di cui ci parlano Istat e Caritas, ma anche alle legioni di analfabeti digitali che le fonti ufficiali nazionali e comunitarie registrano (secondo il Rapporto OCSE Skills Outlook 2019, i 2/3 dei cittadini italiani sono privi delle “competenze di base necessarie per prosperare in un mondo digitale, sia in società sia sul posto di lavoro”, e la lettura annuale dell’indice Desi della Commissione UE non ci fa essere ottimisti nemmeno nel breve futuro).
Che ne facciamo di questa società dei 2/3, per dirla con Peter Glotz? Che ne facciamo di questo terzo di italiani (18 milioni circa di cittadini adulti), che magari ha anche il cellulare di ultima generazione in tasca e un’auto di gamma alta presa a debito parcheggiata sotto casa, ma che nutre un proprio personalissimo immaginario collettivo in cui la consistenza del proprio profilo social conta più dell’idea di Europa e di futuro? (cfr. al riguardo Censis, 16° Rapporto sulla comunicazione, 20 febbraio 2020).

Un esercito di poveri vaga per l’Europa

Sono alcune delle domande cui il PD dovrebbe dare una risposta costante, sistematica e convincente. Altrimenti non stupiamoci di come questo esercito di poveri (poveri economicamente e poveri culturalmente) possa diventare ostaggio della disinformazione via social, dei linguaggi dell’odio, delle derive dell’esercito dei risentiti, che alzano muri fisici e recinti mentali, che guardano con sospetto al multiculturalismo e con fiducia ai nuovi profeti del rinserramento territoriale e del suprematismo. Inutile meravigliarsi del fatto che il disegno di legge Zan sia minoranza in Parlamento e nel paese, e che milioni di italiani considerino un segno di libertà e di civiltà la protesta (anche violenta) contro il green pass. È a questi milioni di italiani che occorre guardare e fornire risposte.

Come? Banalmente provando a invertire i trend macroeconomici e a dare qualche timida risposta in termini di equità sociale. Non capisco la timidezza sulla riforma del catasto. Se ho il casale nel Chianti ancora accatastato come fienile sarà ora che qualcuno venga a bussare alla mia porta e a chiedermi quanto di giustizia. Non capisco come un governo diretto da una personalità che ha saputo fronteggiare gli egoismi dei grandi interessi finanziari ed economici d’Europa, nel nome dell’Euro, della stabilità e della coesione, possa rinunciare ad entrare in conflitto con l’interesse corporativo dei tassisti e dei gestori degli stabilimenti (si veda al riguardo il Rapporto Spiagge 2020 di Legambiente, liberamente consultabile sul web, che racconta tra l’altro il caso dell’esclusivo Hotel Cala di Volpe, in costa Smeralda, che verserebbe all’erario 520 euro di canone annuale per la disponibilità dell’arenile pubblico). E non capisco come possa perpetuarsi da decenni la burletta per cui il grosso della fiscalità generale è sopportato dal lavoro dipendente, come i dati storici del Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia, anch’essi liberamente consultabili sul sito web del Dicastero, si incaricano di certificare. E perché i redditi da lavoro superiori a 28mila euro l’anno siano tassati al 38% ed il capital gain (le rendite finanziarie) di qualunque entità sia tassato al 26% (e fino al 2014 era il 20%).
Politiche di giustizia sociale e di riduzione dei carichi – le sole in grado di dare coesione e futuro all’intero paese e di garantire un welfare decente – non possono prescindere dalla leva fiscale, e nello specifico da una riforma decente della fiscalità effettivamente ispirata a criteri di equità e progressione, come Costituzione imporrebbe.

La vera riforma: ridistribuire la ricchezza

Secondo la Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva del Dipartimento delle finanze del MEF, rilasciata a settembre 2021, nell’anno 2019 sono stati complessivamente sottratti alla fiscalità (tra omesse dichiarazioni, errori e mancati versamenti lato Irpef, IVA, IRES, IRAP) qualcosa come 80miliardi di euro (è il cosiddetto tax gap descritto con ricchezza di tabelle alle pag. 16-52 del Rapporto). “La media annuale del tax gap tra il 2001 e il 2019 in Italia si attesta sugli 82,8 miliardi di euro”, ci ricorda l’asciutta prosa del Ministero. Insomma, 83 miliardi l’anno solo negli ultimi 18 anni, fanno circa 1500 miliardi, ossia sette volte il valore del mitico PNRR, tanto per intenderci.
Se non si mette mano a questa riforma, non ci saranno mai le risorse per rimettere in piedi il paese dal punto di vista del dissesto idrogeologico, delle politiche ambientali e dell’infrastrutturazione, né tantomeno risorse adeguate da investire nella sanità pubblica e nella scuola pubblica. E non ci saranno risorse per fare più ricchi gli italiani, in termini di minore carico fiscale e di maggiore disponibilità di servizi. Mai come su questo fronte ricchezza privata e ricchezza pubblica potrebbero andare a braccetto. Ma per una riforma del genere servono spalle grosse, altro che pretendere un cespite equo e ragionevole per l’affitto degli arenili.

Senza questa ricchezza da rimettere in circolo nell’ interesse prioritario dei ceti più fragili, quel terzo del paese escluso da tutto, dal benessere economico, dalla cultura, dall’alfabetizzazione digitale, sarà sempre più avvitato nella spirale dell’antagonismo cieco e furente, e vittima di ogni sorta di sopraffazione, si chiami profilazione algoritmica, piuttosto che disinformazione online. Non solo sarà un elettorato perso per il PD, in definitiva il male minore. Ma sarà terreno di caccia delle derive più deteriori del nostro tempo. Dei linguaggi dell’odio. Della polarizzazione delle opinioni. Del rinserramento egoistico. Della pseudoscienza. Vite di scarto, per dirla con Zygmund Bauman.
Il problema è ben più grande di quello che affligge i partiti da ztl. Come dice un pessimistico documento della Commissione europea del 3 dicembre 2020 (Piano d’azione per la democrazia), il problema è che “la democrazia non può essere data per scontata, ma deve essere sostenuta e difesa attivamente”. L’Europa della bella Epoque, sazia e felice, non sapeva di ballare sull’orlo di un precipizio. Non commettere lo stesso errore è un imperativo per tutti.