Paul Pelosi e sabbia per gatti, così il Gop trumpiano pensava di vincere le elezioni di midterm

Che cos’hanno in comune Paul Pelosi, consorte di Nancy Pelosi, speaker democratica della House of Representatives, e le vaschette di sabbia che, di norma collocate in bagno, vengono usate, laddove esista un gatto, per raccogliere gli escrementi, solidi e liquidi, dell’amato felino? Con questa domanda, solo apparentemente paradossale, s’apriva giorni fa la newsletter che Dana Milbank, brillante columnist del Washington Post, settimanalmente invia agli abbonati on line del quotidiano. E questa era la sua a prima vista non meno paradossale risposta.

Entrambi – mister Pelosi e le vaschette – aiutano a capire, sosteneva Milbank, che cosa gli Stati Uniti d’America, a torto o a ragione considerati la più antica e solida democrazia del pianeta, davvero si siano giocati, nella giornata di ieri, nelle elezioni di metà mandato (midterm), chiamate a rinnovare tutti i 435 seggi della Camera e 35 dei 100 seggi senatoriali. Più ancora: aiutano a cogliere lo stato di decomposizione politica e di umana indecenza nel quale è precipitata, ormai senza alcuna possibilità di ritorno, quella che della sunnominata più antica e solida democrazia del mondo, è – in pratica da sempre, anche solo nel 1854 ha assunto il nome attuale – una storica metà. Stiamo ovviamente parlando del Partito Repubblicano, o G.O.P. (Grand Old Party).

I due casi delle elezioni di midterm

Foto di Ralf Genge da Pixabay

Ridicolo? Assurdo? Ridicolo – del ridicolo che sempre scorre nelle vene d’ogni tragedia – certamente sì. Ma nient’affatto assurdo alla luce delle più recenti cronache. Come molti già sapranno Paul Pelosi è stato, poco più d’una settimana fa, gravemente ferito a martellate nella sua casa di San Francisco, da uno squilibrato che intendeva sequestrare sua moglie Nancy, in quel momento assente, perché in quel di Washington D.C.. Nessun dubbio sulla natura e sui fini dell’attacco.

Bloccato dalla polizia, l’uomo del martello – un canadese il cui stato di follia è attestato da una lunga serie di precedenti – ha subito spiegato, con abbondanza di deliranti dettagli, quali fossero i suoi veri obiettivi. Per l’appunto: rapire Nancy e costringerla sotto tortura (a partire dalla frattura a martellate delle rotule) a confessare tutte le sue infinite malefatte. Nessun complotto, nessun mistero. Solo un’ennesima prova delle turpi conseguenze che possono derivare dall’incontro tra la follia d’un essere umano e la sistematica campagna di demonizzazione contro un pubblico personaggio. Nel caso specifico, la Speaker democratica della Camera, da molti anni ormai satanico simbolo, per la destra USA, degli “orrori” dell’America “liberal”.

L’assalto a Paul Pelosi

In una situazione, chiamiamola così, “normale”, un simile, deplorabile episodio sarebbe stato, sull’opposta sponda, oggetto di più o meno sinceri attestati di solidarietà con le vittime (Paul, che in una sala operatoria, stava combattendo contro una quasi letale frattura cranica, e Nancy che dell’attacco era il designato bersaglio). Attestati magari accompagnati, nei casi di maggior sensibilità, da qualche più o meno borbottato invito a, come si usa dire, “abbassare i toni della polemica”. Ma nulla di questa democratica “normalità” sopravvive, ormai, dentro il partito di Lincoln trasfiguratosi (e si tratta di una storia cominciata molti decenni fa) nel partito del culto di Trump”.

Non per caso ad aprire il fuoco di sbarramento è stato lo stesso Donald J. Trump, 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America. Il quale, su TruthSocial, la piattaforma da lui creata dopo l’espulsione da Twitter, ha molto tempestivamente insinuato – circostanza, questa, drasticamente smentita dalla polizia – che i frammenti di vetro del “break-in” si trovassero non all’interno, come in un normale caso di effrazione, ma all’esterno dell’abitazione, chiaro segno di come l’assalto altro non fosse che una molto domestica messa in scena. O, ancor peggio, la prova di come la storia del rapimento di Nancy non fosse, a conti fatti, che il cover-up – ordito dalla medesima diabolica Nancy con la complicità del famoso “Deep State”, lo Stato profondo – d’un ben più sordido (e molto “liberal”) intrallazzo.

Questa è infatti stata, tra le molte teorie cospirative circolate nel G.O.P. e nei suoi più immediati dintorni, quella che con più ostentata frequenza è andata circolando: le martellate che avevano fracassato il cranio dell’84enne Paul Pelosi, non erano che il risultato d’una violenta lite tra amanti omosessuali. Circostanza questa provata dal fatto – ancora una volta dalla polizia sdegnosamente smentito – che tanto il martellato quanto il martellatore fossero stati dagli investigatori sorpresi “in their underwear”, in mutande.

Mutande, martello, omosessualità. Queste sono state le tre ossessive note d’un coro infame nel quale – talis pater…- è infine spiccato, su Twitter, il do di petto di Don Trump Junior. Questo, nel giorno dei morti, il suo nobile messaggio al mondo”: “I’m ready to wear my Paul Pelosi’s Halloween costume”, sono pronto ad indossare il mio costume da Paul Pelosi per Halloween. Seguiva, per l’appunto, la foto di un paio di mutande sormontate da un grosso martello.

Il commento più “solidario” o, per meglio dire, più subdolamente e sardonicamente disumano, è arrivato però dal governatore della Virginia Glenn Youngkin, il quale – porti ammiccando i suoi auguri di pronta guarigione a Paul Pelosi – ha subito aggiunto con un ghigno (e tra i ghignanti applausi dei repubblicani presenti): “…e perché Nancy possa in queste ore difficili restare al suo fianco, faremo di tutto, l’8 novembre, per rispedirla a casa, in California…

Le vaschette di sabbia per transfelini

di Gerd Altman

Così si ride, oggi, nel partito che della rigorosamente bipartitica democrazia Usa è una metà. E tutta da ridere – anche se nel G.O.P., che di questa barzelletta è la fonte, altro non suscita che una molto ostentata ed accigliata indignazione – è anche l’altra storia: quella delle vaschette di sabbia. In breve. Un mese (o giù lì) fa, nel corso d’una riunione di donne repubblicane nella Mesa County, in Colorado, la molto onorevole Lauren Boebert, una delle più luminose ed osannate tra le stelle nascenti del nuovo G.O.P. trumpiano, aveva denunciato un fatto di estrema gravità. O, per meglio dire, la nuova ed ancor più aberrante frontiera raggiunta dalla battaglia per la cosiddetta “identità di genere” nel sistema scolastico dello Stato del Colorado.

Oltre a garantire un adeguamento strutturale delle toilette scolastiche per far fronte alle pretese degli studenti transessuali (o da quelli che tali si ritengono grazie ad una perversa campagna di indottrinamento tesa a distruggere ogni differenza tra sessi) le autorità scolastiche hanno infatti anche provveduto, in un rilevante numero di istituti superiori, a collocare nei bagni vaschette di sabbia per soddisfare le esigenze di quegli studenti che si sentono gatti.

Come non poteva ch’esser ovvio per ogni creatura raziocinante, questa voce non ha poi trovato la minima conferma in alcun istituto scolastico, se non – in quella ch’era in realtà un’ancor più secca ed umiliante smentita – nella tristemente celebre Columbine High School di Littleton, nel 1999 teatro del massacro di 15 studenti (nel 2000, Michael Moore realizzò su questa mattanza, divenuta simbolo della follia delle libera diffusione di armi da guerra negli Usa, un documentario diventato un classico). In questo caso le “vaschette di sabbia per “gatti-umani” erano, in realtà, toilette di fortuna allestite in ciascuna classe, ad uso di tutti, studenti e professori d’ogni orientamento e sesso, maschi, femmine o, come si dice oggi, più “fluide” realtà, nel caso che, di fronte ad un nuovo assalto armato, fossero stati costretti a barricarsi nelle aule.

Caso chiuso? Macchè. A riprova di quanto la verità dei fatti valga per il partito di Trump, tutto ciò non ha impedito a un molto consistente numero di governatori, deputati federali e statali, di continuare nella loro missione anti-transfelini. Heidi Ganahl, candidata repubblicana a governatore del Colorado ha addirittura posto questa nobile battaglia al centro della sua campagna elettorale.

State ridendo? Se sì, difficile è biasimarvi. Una volta finito di sghignazzare, considerate però quanto segue. Tutti questi simboli – mutande martello, vaschette di sabbia – sono, in tutta la loro ridicolaggine, simboli vincenti. Vincenti e – anche se, sulla base dei risultati disponibili finora, pare si possa già dire che  la vittoria repubblicana nel “midterm” risulterebbe di ridotte dimensioni o addirittura pressoché inesistente. Eppure tutto, alla vigilia, sembrava giocare a favore del G.O.P. A cominciare dalla Storia, i cui numeri implacabili ci raccontano come il partito del presidente in carica quasi sempre abbia perso, nel “midterm, seggi in entrambe le Camere. Uniche e, peraltro, in termini numerici, molto modeste eccezioni: quelle del 2002 (non per caso un anno dopo gli attentati dell’11 settembre) ed il 1998 (quando, regnante un Bill Clinton nel pieno d’un processo d’impeachment, i democratici, in ripudio della indegna caccia all’uomo che quell’impeachment era stato, guadagnarono 5 seggi alla Camera perdendone però uno al Senato).

A questi tradizionali numeri si sono andati poi sovrapponendo, in questi due anni di pandemia, i problemi di una inflazione non dirompente, ma ben visibile soprattutto laddove – le pompe di benzina – più risaltano e dolgono per il famoso “uomo della strada” (o, nel caso, dell’autostrada), e l’inevitabile impopolarità del presidente in carica. Gli indici di gradimento di Biden appiono oggi bloccati al 42 per cento.

Nove ottobre, 2022, Mesa, Arizona, U.S. Ph Christopher Brown/ZUMA Press Wire / Agenzia Fotogramma

Il fatto è che il Partito Repubblicano aveva, in questa contesa, un solo (possibile e molto paradossale) svantaggio: se stesso. O, più precisamente: il suo dilagante trumpismo, la sua sempre più palese natura antidemocratica. E proprio a questo, sull’onda dell’abbattimento della Roe vs. Wade e della diffusa indignazione, soprattutto femminile, per l’abolizione del diritto costituzionale all’aborto, s’erano aggrappati i democratici per attutire quella che andava profilandosi come la minaccia di una catastrofe. La cosa era parsa funzionare. Joe Biden e molti altri dirigenti democratici avevano cominciato a definire i “MAGA republicans” i repubblicani più fanaticamente affini all’ex presidente, come un “pericolo per la democrazia”. O – Biden dixit – come una forma di semi-fascismo”.

Quali che saranno i risultati definitivi delle urne, un fatto comunque resta. Come dimostrato dalle mutande del caso Pelosi e dalle vaschette di sabbia del Colorado, il Partito Repubblicano è ormai – non nel senso del cambiamento, ma nel senso dell’antidemocrazia – un partito sovversivo, una sommatoria di bizzarre teorie cospirative, di feroci rancori, di anti-scienza e di puro fanatismo reazionario che, nel nome di una grandezza perduta – Make America Great Again – di tutto è capace perché di tutto, del peggio di tutto, considera capaci i suoi rivali politici. I democratici, ormai, non sono più né “liberal”, né progressisti e neppure comunisti o socialisti. Sono portatori d’ogni vizio e, soprattutto, di quella che d’ogni vizio è considerata la madre: la pedofilia.

Rancori e teorie cospirative

Tutto è sconcezza fuori dalle fila del partito di quello che – fatti alla mano – è stato il più sconcio presidente degli Stati Uniti d’America. Tutto è distruzione. Tutto è menzogna. E proprio per questo con la menzogna bisogna non sconfiggerli, ma distruggerli. Distruggendo se necessario – e per la MAGA-America è evidentemente necessario – la stessa democrazia.

Si considerino, per finire queste cifre. Trecentosettanta (370) dei 435 candidati repubblicani alla Camera sono fedelissimi seguaci di quella che va sotto il nome di “Big Lie”, la grande menzogna. Ovvero: sono convinti sostenitori – contro qualsivoglia evidenza – della frottola secondo la quale, nel 2020, Joe Biden ha rubato, via frode, la presidenza a Donald J. Trump.  Espliciti “election deniers” negatori della validità delle ultime elezioni – e, di fatto, di qualunque elezione che non preveda la loro vittoria – sono anche 29 dei 35 senatori repubblicani in lizza. Ed anche peggiori, all’interno dei singoli Stati, sono i numeri che definiscono le corse per cariche che, nella balcanizzata e decrepita realtà del sistema elettorale Usa, controlleranno  i risultati delle elezioni.

Ricordate quel che accadde la notte del 7 novembre 2020, quando Donald Trump telefonò al Segretario di Stato della Georgia per chiedergli di “trovargli gli 11mila e passa voti” di cui aveva bisogno per vincere lo Stato? In quella occasione Brad Raffensperger, repubblicano di provata fedeltà, ma uomo onesto, lo mandò a quel paese. La prossima volta, nel 2024, le cose potrebbero andare diversamente….