Paul Klee, genio e regolatezza
per riuscire a rendere visibile l’invisibile

“Guardatemi, questo sono io. O almeno, credo. È vero, non è il mio unico autoritratto, ne ho fatti molti: ma questo forse è quello che mi somiglia di più, per quel che ne so. L’ho detto tante volte: sono inafferrabile. La vita lo è. Vedete? Gli occhi sono molto grandi, sono gli strumenti del pittore. Ma socchiusi: attraverso quelle linee orizzontali, vibranti, probabilmente filtra un po’ di luce, arriva qualche immagine di ciò che tutti chiamano realtà. Io sono lì, sul confine tra mondo esterno e mondo interno: osservo l’incontro tra i due. E non appartengo a nessuno dei due. Sono sempre da un’altra parte. Lontano. Vi guardo – voi, il mondo – da distanze siderali. La mia casa è tanto tra i morti quanto tra i non nati. Anche questo l’ho detto tante volte: è scritto persino sulla mia lapide. Ma è difficile capire cosa davvero significhi: sto sospeso tra la vita che è stata e quella che deve ancora essere. Carico di passato, gravido di futuro. Intravedo il mistero, lo intuisco, lo ascolto, è come una musica: ma non posso coglierlo del tutto. Nessuno può. Certo, io sono più vicino del consueto al cuore della creazione. Ma non abbastanza vicino. Provo ad accostarmi il più possibile, e non è facile. Serve concentrazione, disciplina, volontà. Silenzio. Ed ecco le rughe tra le sopracciglia, la bocca serrata, quasi sotto sforzo. Il resto è linea leggera, fremente, vibratile: vuoto, aria, impalpabili confini fra il dentro e il fuori. Una volta ho scritto: se dovessi fare un autoritratto veramente fedele, potrei immaginarmi attaccato al fondo di una strana scodella, a guisa di un nocciolo in un guscio. Sì, un nocciolo in un guscio: una fonte segreta, ancora invisibile, carica di energia. Là sono io, in ascolto. Questo autoritratto l’ho inciso nel 1919, a 40 anni. Ma gli assomiglio prima e dopo: gli assomiglierò per tutta la vita. È l’immagine più vicina a me. Ma non ancora abbastanza vicina”.

Paul Klee

Lo so, è un arbitrio attribuire parole a qualcuno che non le ha dette. Che non le ha dette così, almeno, anche se i corsivi sono testuali. Ma non vi è mai capitato di ascoltare un ritratto? Di immaginare – che so? – un vecchio Rembrandt rivolgervi la parola, cercare di dirvi chi è, cosa ha visto, cosa sa della vita? E della pittura?

Con Klee è facile che accada. In fondo è uno degli artisti più conosciuti e riconosciuti al mondo: nel senso che quasi tutti davanti ad una sua opera sono in grado di dire: “Guarda, quello è un Klee”. Eppure ha dipinto migliaia di opere, quasi diecimila, usando linguaggi diversissimi tra loro: totalmente astratti, completamente figurativi, con vaghe evocazioni realistiche; paesaggi fatti di lettere e numeri, realizzati a colori e in bianco e nero, con tutte le tecniche possibili, spesso mischiandole tra loro, sperimentando, inventandone di nuove. Ma in ognuna di esse riconosciamo la sua mano. Lui l’aveva detto, a 27 anni, quando finalmente gli sembrava di aver trovato un codice espressivo. “D’ora in avanti tutto sarà Klee”. Ed è stato davvero così: per quante altre strade abbia poi imboccato, per quanto abbia arricchito il suo vocabolario visivo, tutto è restato comunque Klee. Come diavolo ci sia riuscito non so.

Ma è successo. Gli artisti, come diceva Alighiero Boetti – che amava Klee e molto lo ha guardato – mettono al mondo un mondo. E noi sappiamo qual è il mondo di K. Ci sembra addirittura familiare. Ci sembra di abitarlo anche noi, fa parte del nostro paesaggio interiore. Quante volte abbiamo passeggiato tra quei giardini incantati o abbiamo nuotato in un profondo blu di Prussia tra pesci e coralli immaginari? Quante volte siamo stati nel deserto egiziano con lui?

Tutto sembra così semplice nella sua pittura. Non c’è bambino che non la ami. Anzi: non ce n’è uno che non torni a casa dopo aver visto una sua opera e non cominci a dipingere tentando di ricalcare le sue orme. I bambini apprendono naturalmente da lui, come lui ha appreso da loro. Perché sì, K. prendeva molto sul serio i disegni infantili. “Nell’arte – scriveva- si può anche cominciare da capo, e ciò è evidente, più che altrove, in raccolte etnografiche, oppure a casa propria, nella stanza riservata ai bambini. Non ridere lettore! Anche i bambini conoscono l’arte e vi mettono molta saggezza! Quanto più sono maldestri tanto più ci offrono esempi istruttivi e anch’essi vanno preservati per tempo della corruzione…”. E però se aveste definito infantile la sua pittura vi avrebbe liquidato dicendovi: “È una leggenda che deve aver preso le mosse da quelle immagini lineari in cui ho tentato di collegare una rappresentazione oggettiva – diciamo d’un uomo – con l’impiego esclusivo di linee pure…”.

Ma è vero che ha dovuto diseducare la sua mano, liberarla dalle lezioni scolastiche dell’Accademia per renderla strumento docile e fluido di un flusso creativo cui sapeva abbandonarsi. “Le mie opere sembrano nascere da sole…cadono come frutti maturi, la mano è strumento di una volontà che non sembra la mia. È come se mi aiutassero forze amiche, note o sconosciute, tutte valide”.

Armonia della flora del nord

Si paragonava a un albero, che genera fiori e frutti grazie alla profondità delle sue radici, a lui stesso nascoste. L’artista – diceva – deve proseguire il lavoro della creazione del mondo. Klee inseguiva la genesi, la nascita e lo sviluppo della vita: amava la natura viva, non la natura morta. Disegnava il movimento, il divenire, il tempo che muta le cose: voleva vedere formarsi una figura, non la figura in sé. Si è fatto strumento docile e flessibile di un’ispirazione potente e feconda, che non controllava completamente, arrivando a creare opere che sembrano sorgere naturali, spontanee, semplici. Ma come tutti sanno, la semplicità è un approdo difficile da raggiungere.
“Rendere visibile l’invisibile”, diceva. Voleva aprirci le porte del mistero, e per farlo si è dovuto abbandonare al buio, al caos, al nero assoluto, dichiarando guerra all’intelletto, che pure in lui era così potente e acuminato.

“Una volontà che non sembra la mia”: fate caso a questa frase. L’artista non è del tutto padrone di ciò che mette al mondo, il processo creativo non è completamente guidato da lui. Questo non vuol dire che sia inconsapevole. Anzi. Klee ha letto tutto il leggibile, ha studiato ogni materia – persino matematica e naturalmente geometria – ha analizzato il linguaggio dell’arte – forme, linee, colori, composizioni- come nessuno: con un accanimento che lo ha accompagnato per tutta la vita. Ha spinto la consapevolezza del fare artistico fin dove era possibile, sulla soglia estrema oltre la quale c’è solo l’indicibile. Ma del dicibile sapeva e diceva tutto. Infatti ha scritto moltissimo.

I Diari, in primo luogo. Un’opera densissima e stupefacente cui si dedica fino ai quarant’anni. La comincia a diciannove, quando lascia la casa paterna di Berna e si trasferisce a Monaco a studiare arte e soprattutto – come dirà – a costruire sé stesso. I 1134 paragrafi che li compongono – nell’edizione curata dal figlio Felix – sono un vero e proprio Bildungsroman, strumento decisivo nel processo di formazione, biografia sentimentale ed estetica di un giovane genio. Klee vi trascrive i suoi ricordi d’infanzia, le riflessioni sull’arte, sull’amore, sulla filosofia, sui libri che legge; vi copia le poesie che scrive e parte delle lettere alla moglie Lily. Parla di musica, e ci sono mesi in cui i paragrafi dedicati ai concerti e alle opere che ascolta superano quelli dedicati alla pittura, a testimonianza di quanto la passione musicale sia stata in lui – provetto violinista – sempre fortissima.

Klee scrive benissimo, però “un diario non è un’opera d’arte, ma un’opera del tempo” dichiara subito, al paragrafo 170, quasi a giustificarsi. Certo è così, ma molti hanno notato la qualità letteraria di questa autobiografia in divenire. Ogni capitoletto ha una “perfetta finitura stilistica e un’abile chiusura” come ha scritto Giorgio Manacorda, nell’introduzione alle Poesie edite da Guanda. D’altronde l’artista li ha scritti e riscritti. Lo racconta Felix spiegando che il padre a 29 anni ha cominciato a copiarli e correggerli, smontarli e rimontarli, su due quaderni, per poi redigere un testo definitivo.

Ora, perché qualcuno si prende la briga di correggere i propri Diari? Sa già che saranno letti in futuro? È consapevole di chi diventerà? Felix lo esclude: non erano – dice – destinati alla pubblicazione. Se prendiamo per buona questa affermazione, pur con qualche sospetto, non rimane che un’altra spiegazione: quello di un’attenzione maniacale ai particolari, di una passione per la precisione e la forma compiuta. Anche se la rappresentazione di sé è destinata a restare privata, deve apparire perfetta.
I Diari si concludono nel 1918, con la fine della Prima guerra mondiale. L’ultima nota è la lettera con cui l’appuntato Paul Klee chiede di essere congedato.
È un congedo anche dall’autobiografia. Forse non ha più tempo: comincia ad avere successo e produce instancabilmente. Lily dice che dipinge anche sognando. Forse, semplicemente, non gli serve più: il periodo di formazione è abbondantemente superato. D’ora in poi l’artista si dedicherà alla riflessione teorica e alle lezioni per il Bauhaus, dove è chiamato a insegnare nel 1920. Anche questo corpus, nato per la didattica, rappresenta un compendio prezioso che dimostra la cura e la precisione con cui si preparava per gli studenti.

Lezioni d’arte

La meticolosità di Klee è leggendaria. Cura un catalogo (in due copie, temeva che una potesse perdersi) preciso al millimetro. Anno per anno registra su grandi quaderni scolastici quanti quadri su tavola, fogli a colori, disegni e incisioni realizza. Negli ultimi anni scrive persino materiale, tecnica, il tipo di carta o di stoffa usata per il fondo. Precisa se sono stati venduti oppure no. In alcuni periodi vi aggiunge anche un suo codice segreto, che indica quando sono stati fatti nel corso dell’anno. Alcuni sono accompagnati dalla sigla SK, vuol dire Sonder Klasse, classe speciale: sono lavori che gli sono particolarmente cari, spesso destinati a doni per Lily, per i familiari, per gli amici, per sé. Abbiamo così un documento eccezionale, un sismografo precisissimo che ha registrato ogni scossa creativa dell’artista. Conosciamo i suoi periodi meno fecondi e quello invece più fertile: che è il 1939. È il penultimo anno di vita, la malattia che già lo affatica e la guerra che lo circonda non lo frenano. Il catalogo riporta ben 1253 opere: sono soprattutto disegni, ma vuol dire che il 13 per cento di tutta la sua produzione avviene in questo anno fatidico. Alla fine della sua vita conta 733 quadri su tavola, 3197 fogli a colori, 4877 disegni, 54 acqueforti, 38 litografie, 3 xilografie, 16 sculture. In tutto 8918 opere che diventano 9146 calcolando le postume. Ma c’è chi dice che siano di più. Forse è l’unico artista a consegnare ai posteri un elenco così dettagliato di tutto ciò che ha fatto.

È la cifra della sua esistenza. Ed è, probabilmente, una necessità interiore. Un’ossessione per l’ordine fa da contrappeso alla furia creativa che lo abita, gli consente l’equilibrio miracoloso con cui ha condotto la sua esistenza. Seduto su un vulcano, ha trovato un modo per governare la materia incandescente che lo possiede, senza farsene travolgere. Magari questa zona di riflessione e di enumerazione gli consente anche di prenderne qualche distanza, di guardarla da lontano, raffreddarla un po’. Deve essere difficile vivere sempre in un fiume di lava.

È il metodo Klee, un raro caso di genio che ha saputo vivere una vita regolata, lontana da eccessi, dismisura, narcisismo, così diffusi invece tra i suoi compagni di viaggio. Quanti artisti della sua generazione sono stati mariti egoisti, amanti infedeli, genitori seduttivi e assenti, prigionieri di ogni tipo di dipendenza? Pronti a sacrificare chiunque sull’altare della propria arte? Paul Klee no: non aveva niente del cliché del “maledetto”. Qualcuno – ricorda l’amico Will Grohmann nella sua biografia del 1957 – ha detto persino che come uomo valeva di più che come artista. Giudizio tremendo e sbagliatissimo, se sottintende una svalutazione della sua arte. Ma è vero che era un pittore buono, un brav’uomo che non ha calpestato chi gli è stato vicino. Non la moglie, alla quale è sempre stato accanto e ha scritto montagne di lettere (e non si hanno notizie di infedeltà). Non il figlio: Klee è stato un padre accudente e presente per Felix, perfino troppo; agli inizi dipingeva in cucina preparando da mangiare al figlio mentre la moglie Lily dava lezioni di piano per mantenere la famiglia. Non i suoi studenti, per i quali preparava stupende lezioni. Non gli amici artisti: vedi il lungo sodalizio con Kandinsky, vedi le parole che spende per Franz Marc.

Insomma, un genio tranquillo. Confesso che è una delle cose che mi ha affascinato di Klee quando, da ragazzo, attratto dalla sua pittura, lessi i suoi Diari e i due volumi di Teoria della forma e della figurazione nella magnifica edizione Feltrinelli. Ne usciva la figura di un uomo totalmente dedito all’arte, ma che ha saputo dare – se si escludono tre anni di turbolenze giovanili- alla vita quotidiana, agli affetti familiari, ai suoi studenti, una cura piena di attenzione, costanza, consapevolezza.
Non un vampiro egocentrico e narciso come Picasso, insomma. (…)

 

 

Questo testo è tratto dal primo capitolo del libro

Gregorio Botta

Paul Klee. Genio e regolatezza

Laterza Editore

 

DA VENERDI’ 21 OTTOBRE IN LIBRERIA