Patto sui migranti, manca la firma italiana
Che aspetta Draghi?

Quel che sta avvenendo alla frontiera fra la Polonia e la Bielorussia rappresenta la ripetizione di un dramma che si ripete da anni in tutto il mondo e che gli Stati ricchi cercano di risolvere con la costruzione di muri che donne, bambini e uomini tentano disperatamente di superare per fuggire alle guerre, alla fame e ai disastri ambientali.

Pochi ricordano che, su iniziativa delle Nazioni Unite, è stato firmato nel 2018 a Marrakech un patto – non vincolante – per affrontare il fenomeno globale delle migrazioni, un patto che rappresenta in qualche modo un cambiamento radicale di paradigma rispetto alla Convenzione di Vienna del 1951 e ai suoi aggiornamenti, una convenzione nata dopo la Seconda Guerra Mondiale e dedicata solo ai richiedenti asilo che fuggono da zone di guerra.
Il patto del 2018, che fu chiamato Global Compact for Migration, fa parte delle molte convenzioni inattuate delle Nazioni Unite – nonostante il fatto che esso sia la traduzione in priorità, orientamenti e misure concrete di uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile firmati da tutti gli Stati membri dell’ONU a New York nel quadro dell’agenda 2030 – perché non ha dato luogo da allora a nessuna iniziativa per renderlo operativo nelle numerose conferenze internazionali che riuniscono i leader del mondo.

Il patto suscitò la reazione furibonda dei movimenti sovranisti e di estrema destra che accusarono le Nazioni Unite di voler aprire la strada e le nostre frontiere all’invasione di milioni di immigrati che avrebbero messo in pericolo e poi cancellato i fondamenti delle civiltà occidentali.
Governava in Italia il contratto siglato fra la Lega e il Movimento 5 Stelle con il Conte I e quel patto non fu firmato così come non fu firmato dagli Stati Uniti di Donald Trump e dai paesi di Visegrad ma anche dal governo belga presieduto da Charles Michel. Sono cambiati i governi e le alleanze con la Lega, che è uscita e poi rientrata al governo, ma quel patto non è stato ancora firmato e nessuno ha chiesto prima al Governo Conte II e poi al Governo Draghi le ragioni dell’assenza di quella firma.

Quel che è avvenuto e sta avvenendo nel mondo in questi primi venti anni del ventunesimo secolo e poi dal 2018 dimostra quanto sia necessaria e urgente una iniziativa internazionale, di cui l’Italia dovrebbe essere a nostro avviso una delle promotrici, per rimettere sul tavolo dei leader quel patto affinché sia tradotto in atti concreti delle organizzazioni regionali e delle Nazioni Unite, atti che siano coerenti con la realizzazione entro il 2030 e cioè entro otto anni di uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile.

Profughi al confine Bielorussia PoloniaAffinché ciò avvenga noi riteniamo che, in occasione della Giornata Internazionale delle Migrazioni (18 dicembre), il governo Draghi debba firmare quel patto associando alla firma due proposte precise:
– Il patto sia messo all’ordine del giorno del Vertice UE-Unione africana, che avrà luogo a Bruxelles dal 17 al 19 febbraio 2022, con l’obiettivo di tradurlo in uno Euro African Migration Compact
– La Commissione europea introduca i ventitré obiettivi del patto in una versione aggiornata del troppo modesto Global Compact europeo destinato a modificare il Regolamento di Dublino.

Noi riteniamo inoltre che, nel quadro del dibattito sul futuro dell’Europa, debba essere promossa in Italia una conferenza sulle politiche migratorie che riguardi sia i cosiddetti “migranti economici” che i richiedenti asilo e che metta a confronto le istituzioni, i centri di ricerca, le organizzazioni non governative e le associazioni che rappresentano le comunità di migranti nel nostro paese con l’obiettivo di presentare delle proposte concrete alla Conferenza sul futuro dell’Europa.

In questo quadro occorre uscire dal confronto sterile fra la posizione di chi chiede la chiusura delle frontiere esterne o fonda le sue proposte sullo slogan “aiutiamoli a casa loro” e chi chiede una politica di accoglienza senza precisarne gli elementi di sicurezza e di gestione ordinata e regolare che sono al centro del Global Compact delle Nazioni Unite.

È giusto chiedere che vengano creati dei corridoi umanitari per sottrarre i richiedenti asilo dal ricatto della tratta delle persone ma l’organizzazione di questi corridoi deve essere preceduta e accompagnata:
– Dalla decisione di affidare alle delegazioni dell’Unione europea nei paesi terzi di provenienza dei richiedenti asilo il compito di esaminare le domande in collaborazione con le organizzazioni umanitarie che agiscono sul territorio
– Dalla revisione delle regole di funzionamento dell’agenzia Frontex (e del suo rafforzamento) affidandole il compito del controllo di tutte le frontiere esterne dell’Unione europea in sostituzione degli Stati membri e nel rispetto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea
– Da una revisione e da un rafforzamento dei fondi di coesione economica, sociale e territoriale per affidare direttamente ai poteri locali e regionali la gestione delle politiche di inclusione e di accoglienza.

Queste proposte sono di grande e urgente attualità di fronte a quel che sta avvenendo nell’Unione europea alla frontiera con la Bielorussia, con la Bosnia Erzegovina e con la Turchia. Nel caso della Bielorussia la questione da risolvere non è legata ai mezzi di trasporto che hanno condotto tremila persone al confine con l’Unione europea ma se queste persone hanno il diritto che gli sia riconosciuto lo status di rifugiati e che sia impedito il respingimento collettivo che è vietato dalla Carta dei diritti dell’Unione e della Convenzione europea dei diritti fondamentali per cui la Corte europea dei diritti dell’Uomo di Strasburgo ha ieri condannato la Croazia.

Se la Polonia vuole ottenere gli aiuti dell’Unione europea, essi non possono riguardare la costruzione di muri o fili spinati ma la sostituzione delle guardie di frontiera o militari polacchi con guardie di frontiera europea, un corpo sovranazionale di cui la costituzione è stata proposta dalla Commissione europea.
Inoltre, la delegazione dell’Unione europea in Bielorussia come in Ucraina e in Moldavia e cioè nei paesi vicini dell’Europa orientale deve essere incaricata di esaminare il diritto di asilo delle donne, dei bambini e degli uomini che sono arrivati in Bielorussia.
Questo sistema dovrebbe essere applicato in tutti i paesi terzi da cui provengono i migranti, economici o politici, coinvolgendo le delegazioni in collaborazione con le organizzazioni non governative e del volontariato.
Così la richiesta di corridoi umanitari passerebbe dalla teoria alla pratica.