Dal programma della SPD
una spinta a sinistra
per la Germania

Quanto pesa Frau Merkel? Non sulla bilancia di casa sua, s’intende, ma nelle intenzioni di voto dei tedeschi per le ormai imminenti elezioni federali. È la domanda che in queste ore domina le preoccupazioni di Armin Laschet, il cristiano-democratico che è stato candidato alla sua successione. Ma non riguarda solo lui: è opinione diffusa che il ritiro della cancelliera che ha governato ininterrottamente per sedici anni costerà un bel po’ alla CDU (e anche alla sua sorella bavarese, la CSU). Si tratta solo di capire quanti saranno, tra coloro i quali nelle elezioni passate hanno votato per lei e solo per lei, quelli che accetteranno la vedovanza e quelli che invece si rivolgeranno altrove, ai socialdemocratici, per esempio, ai liberali della FDP o magari ai Verdi. Un “liberatutti” difficile da quantificare ma che potrebbe, secondo alcuni, pesare fino al 10% dei voti.

Questo è il primo elemento da tenere a mente per ogni previsione su quel che succederà in Germania dopo domenica prossima: le difficoltà della CDU/CSU. È vero che gli istituti demoscopici segnalano che una cifra variante tra il 35 e il 41% degli elettori tedeschi deciderà il proprio voto soltanto davanti all’urna e questo – va da sé – allunga un’ombra sui sondaggi delle ultime settimane che segnalano, tutti, il sorpasso della SPD sui due partiti democristiani. Ma poiché è difficile credere in un abbaglio collettivo così clamoroso, è più che legittimo prevedere che per la prima volta negli ultimi vent’anni CDU e CSU non avranno più insieme il primato dei voti. Non solo, ma – circostanza anche questa importante – non avranno una leadership abbastanza forte, indiscussa e autorevole per menare le danze delle trattative post-voto. Se si dovesse andare per l’ennesima volta a una Große Koalition, ipotesi che cristiano-democratici e socialdemocratici escludono fermamente ma che è sempre nel novero delle cose possibili, stavolta i ruoli sarebbero invertiti e sarebbe la SPD non solo ad esprimere il cancelliere, OIaf Scholz che nei sondaggi è in testa anche personalmente sui concorrenti, ma anche a condizionare fortemente il programma comune. Il contrario, insomma, di quanto è avvenuto nelle ultime due legislature nelle quali la condizione di partner minore è stata pagata molto duramente in termini di consensi dai socialdemocratici.

Spostamento

Insomma, anche nell’ipotesi di un ritorno alle grandi intese tra i due partiti più grossi, ci sarebbe uno spostamento a sinistra dell’asse politico tedesco molto chiaro. Se poi i partiti dell’Unione dovessero rassegnarsi a passare all’opposizione, tutte le altre ipotesi di coalizioni possibili farebbero leva su un’intesa programmatica SPD-Verdi che segnerebbe già di per sé una svolta a sinistra ancora più accentuata.

Olaf Scholz

Vediamo queste ipotesi una per una. Una coalizione formata solo da socialdemocratici e Verdi appare improbabile ma non impossibile sulla base delle proiezioni attuali. Basterebbe che la SPD guadagnasse davvero quei punti percentuali in più che i sondaggi ad essa più favorevoli le accreditano, che i Grünen arrestassero il calo di consensi che li ha penalizzati nelle ultime settimane e che la cabala del complicato mix tra proporzionale e maggioritario della legge elettorale tedesca fosse benigno in fatto di attribuzione di seggi. Un governo rosso-verde sarebbe quello più semplice da formare, considerato il fatto che tra i programmi delle due forze ci sono convergenze evidenti, soprattutto in fatto di politiche economiche e sociali.

Se le forze parlamentari di socialdemocratici e verdi non bastassero, si dovrebbe aprire un negoziato a tre. E i giochi diventerebbero molto più complicati. Tra le novità politiche fatte segnare dalla attuale dirigenza della SPD, con la coppia Saskia Esken e Norbert Walter-Borjans al vertice dalla fine del 2019, c’è il ritiro della pregiudiziale nei confronti di un’alleanza a livello nazionale con la Linke, il partito della sinistra radicale. Esperienze di coalizioni in cui sono presenti tutti e due i partiti ci sono state e ci sono in alcuni Länder dell’est e anche a Berlino, che è governata da un’alleanza SPD-Linke-Verdi guidata dal socialdemocratico Michael Müller. La pregiudiziale fatta cadere dalla SPD è mantenuta però dai Grünen, la cui candidata cancelliera Annalena Baerbock, che guida il partito insieme con Robert Habeck, ha dichiarato che non è possibile un’alleanza a livello federale con una formazione che, come la Linke, non accetta la prospettiva di una piena integrazione europea. L’obiezione sarebbe forse superabile, volendo dar credito a un’evoluzione in senso europeista che si sta facendo strada nella sinistra radicale e che ha portato addirittura un rappresentante della stessa Linke, Klaus Lederer, ad assumere il ruolo di Senatore (ministro) per i rapporti con l’Europa nel governo regionale di Berlino. Ma il muro di diffidenza che ancora circonda il partito che in qualche modo agli occhi dell’opinione pubblica, soprattutto tra i più anziani, richiama l’esperienza della DDR è ancora molto forte.

L’ipotesi FDP

Armin Laschet

Tolti dal gioco, per ovvi motivi, gli estremisti di destra di Alternative für Deutschland, l’altro “terzo incomodo” che potrebbe contribuire a formare una maggioranza nel nuovo Bundestag insieme con SPD e Verdi è la FDP, il partito liberale. Ma in questo caso le trattative sarebbero davvero molto difficili. Sotto la guida del loro presidente attuale, Christian Lindner, i liberali tedeschi sono andati assumendo posizioni sempre più neoliberiste in economia e di freno, sino al limite del sovranismo, nei confronti dell’integrazione europea. Sono stati gli unici, tra i partiti, ad opporsi alla svolta con cui Angela Merkel ha portato Berlino ad appoggiare la Commissione europea nella decisione di creare debito condiviso europeo per finanziare il Recovery Fund e poi il Next Generation EU. Al di là delle considerazioni squisitamente politiche, si può dire che sul piano programmatico Verdi e SPD avrebbero meno difficoltà a trattare con la sinistra radicale piuttosto che con i liberali.

A questo punto, per avere un quadro più realistico delle prospettive verso le quali potrebbe indirizzarsi la politica tedesca dopo l’uscita di scena di Angela Merkel e la clamorosa “resurrezione” della SPD -sempre, ripetiamolo, che i sondaggi di questi giorni siano attendibili- sarà il caso di mettere sotto la lente il programma con il quale il partito che con ogni probabilità esprimerà il cancelliere si presenta all’appuntamento con le urne.

Due punti fondamentali

Il documento sulle cose da fare dei socialdemocratici si articola su due punti fondamentali: il primo è l’idea che dopo la pandemia e la svolta che essa ha impresso alla politica economica europea sia impossibile tornare ai meccanismi di restrizioni finanziarie e di bilancio che esistevano prima, all’austerity, per dirla in una parola. Un governo a guida socialdemocratica non riproporrà l’ossessione tedesca della disciplina di bilancio a tutti i costi, né sul piano europeo, dove si dovranno ridiscutere profondamente i meccanismi del Patto di Stabilità che, finita l’emergenza, non potrà tornare in funzione come se nulla fosse accaduto, né sul piano interno, dove andrà abolito il cosiddetto Schwarze Null, ovvero il pareggio obbligatorio di bilancio.

Annalena Baerbock

Il secondo pilastro del programma socialdemocratico è una riforma fiscale perequativa che da un lato permetta di trovare le risorse per il gigantesco piano di investimenti che dovrebbe sostenere la ripresa post-pandemia e dall’altro introduca elementi di giustizia distributiva. Torna così la tassa patrimoniale del 3% sui redditi superiori ai 250 mila euro annui che esisteva negli anni ‘90 e viene prevista, per l’imposta generale sui redditi, una riforma che abbassi le aliquote per i guadagni meno forti e preveda invece aumenti per il 5% più ricco della platea dei contribuenti.

La riforma del fisco verrebbe accompagnata da una serie di misure sociali, tra le quali l’innalzamento del salario minimo orario dagli attuali 9 a 12 euro, la trasformazione del famigerato Hartz IV, il sistema di sussidi voluto dall’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder nel pieno dell’ondata di liberal-socialismo della fine degli anni ’90, in una sorta di reddito di cittadinanza per combattere la povertà, misure per incrementare la gratuità di scuole e asili-nido e misure per aiutare gli affittuari nelle grandi città che andrebbero dal blocco degli sfratti per le famiglie più in difficoltà a una lotta molto dura contro la speculazione immobiliare e la concentrazione di proprietà, come il governo rosso-rosso-verde di Berlino sta facendo con successo.

Come si vede, si tratta sul piano economico e sociale di un programma caratterizzato chiaramente a sinistra, che trova larghe rispondenze sia in quello, ancor più radicale, della Linke e anche in buona parte delle misure che, a cominciare dalla patrimoniale, caratterizzano le proposte dei Verdi. Le differenze politiche, ovviamente, non mancano. Dall’atteggiamento verso la politica di sicurezza dell’Unione europea alla gestione dell’immigrazione alla tutela del lavoro nella accelerazione delle politiche di rinnovamento ecologico, ma la base di partenza pare abbastanza solida. La Germania sembra proprio in procinto di avere un governo che la porterà a sinistra.