Film Commission,
la destra lombarda
buonista (con gli amici)

La Giunta della Lombardia, guidata dal celeberrimo presidente leghista Attilio Fontana, ci rinuncia. A cosa? Alla costituzione della Regione come parte civile nei vari processi connessi all’inchiesta sulla Lombardia Film Commission, che ha creato qualche ansia nel partito di Matteo Salvini. In altre parole, la maggioranza di centrodestra rifiuta di chiedere fin d’ora eventuali danni agli imputati e pure a coloro che hanno già patteggiato la pena. Insomma, in questo caso i partiti al governo si scoprono “buonisti”. Il “buonismo” ha contagiato soprattutto la Lega: quella che è sempre pronta in altri casi (cioè, quando non sono indagati affiliati o alleati) a ululare che bisogna “buttare via le chiavi” delle celle e far “marcire in galera” qualcuno (espressioni usate spesso dal leader e da altri suoi eminenti esponenti).

Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia

Per capire, facciamo un passo indietro: la Lombardia Film Commission (LFC) è “una Fondazione non-profit – si legge sul suo sito – i cui soci sono Regione Lombardia e Comune di Milano”; lo scopo è quello “di promuovere sul territorio lombardo la realizzazione di film, fiction tv, spot pubblicitari”, eccetera. Ebbene, la Fondazione nel 2017 ha comprato un capannone (privo dei requisiti per l’agibilità) a Cormano (Milano), pagandolo il doppio rispetto al valore di mercato; un “affare” reso possibile da un succoso finanziamento (1 milione di euro) concesso dalla Giunta lombarda, in quel periodo guidata da un altro leghista, Roberto Maroni. L’inchiesta, tra l’altro, ha fornito nuovi appigli a quella sui fondi del Carroccio e sui 49 milioni in rimborsi elettorali incassati illecitamente. Guarda caso, la Giunta regionale resterà a guardare. Invece la stessa LFC, che ha come socio la Regione, ha deciso di costituirsi parte civile; così come ha fatto l’altro socio, il Comune di Milano.

Il passo indietro della Giunta nel processo

L’annuncio del passo indietro della Giunta è arrivato con qualche giorno di anticipo rispetto alla prima udienza, fissata per il 21 aprile, del processo con rito abbreviato in cui sono imputati i due contabili della Lega (e ridaje, direbbero a Roma…) Andrea Manzoni (ex presidente di LFC) e Alberto Di Rubba. Questi sono finiti agli arresti domiciliari con l’accusa di avere organizzato quell’operazione immobiliare farlocca: per fare arrivare di straforo, a società a loro riconducibili, una parte cospicua della somma pagata con soldi pubblici. Il 15 aprile è iniziato il secondo procedimento, con rito ordinario, contro un altro imputato, l’imprenditore Francesco Baracchetti. Per la medesima vicenda Michele Scillieri ha già patteggiato 3 anni e 4 mesi di reclusione: è il commercialista nel cui studio milanese risultava la sede della nuova Lega (aridanghete, direbbero sempre a Roma) di Salvini. Hanno patteggiato pure Fabio Barbarossa, cognato di Scillieri, e Luca Sostegni.

Il fatto che ci siano stati già tre patteggiamenti ha tutta l’aria di essere un’ammissione di responsabilità. Però la Giunta di centrodestra ha appena deciso di non entrare nei processi come parte lesa. Il presidente Fontana ovviamente concorda, tanto più che ha altro per la testa: l’indagine per frode in pubbliche forniture (c’entra la vicenda dei camici venduti alla Regione da un’azienda legata a suo cognato, durante la prima ondata di Covid) e quella per autoriciclaggio e false dichiarazioni (grazie a 5,3 milioni custoditi su un conto svizzero, saltati fuori indagando sui camici).

“Chiediamo i risarcimenti solo in casi eccezionali”

Roberto Maroni, ex presidente della Regione Lombardia

Perché non ci sarà nessuna richiesta di risarcimenti? Di fronte alla proteste delle opposizioni in consiglio regionale (tra cui PD e M5S), la risposta è arrivata pochi giorni fa dal sottosegretario Marco Alparone (Forza Italia). Ha spiegato che la sua Giunta già nel 2018 aveva dato indicazioni all’avvocatura regionale di non costituirsi nei processi penali, se non in casi eccezionali; meglio, dicono, rinviare ipotetiche richieste ad azioni civili autonome, da intraprendere dopo eventuali sentenze di condanna. Evidentemente, per il centrodestra lombardo al potere il caso della Lombardia Film Commission non è eccezionale, semmai è ordinaria amministrazione.

Colpisce il fatto che in vari altri casi la Regione si sia costituita parte civile, senza problemi. Per esempio, appena il 30 dicembre scorso lo ha fatto nel procedimento penale che riguarda alcuni medici finiti nei guai per mazzette legate alle protesi. Tuttavia, in effetti, fin dai tempi della Giunta Maroni il centrodestra lombardo considera molto trendy la scelta di evitare alcune prosaiche richieste di risarcimenti; tanto più, in occasione di processi che lo riguardano o riguardano i funzionari regionali. “Solo nel caso di sentenze definitive di condanna valuteremo se chiedere i danni, avviando una causa”, aveva fatto sapere lo stesso Maroni alla fine del 2016. Ai tempi, questa scelta venne salutata così da suo predecessore Roberto Formigoni (Forza Italia), presidente per più di vent’anni: “È davvero un gesto molto ragionevole”.

Il precedente del caso Formigoni

Tanto più “ragionevole” se si considera che all’epoca Formigoni era sotto inchiesta per le tangenti milionarie sul fronte della sanità. Infatti la Regione – che in una prima fase, nel 2016, gli aveva chiesto più di 5 milioni di risarcimento – dopo cambiò idea e non si costituì parte civile contro di lui. Né lo ha fatto dopo che l’ex presidente e senatore è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione, il 21 febbraio 2019, per corruzione: 5 anni e 10 mesi; con i primi 5 mesi trascorsi in carcere, gli altri a casa. Non solo. A settembre del 2019 la Corte dei conti – di sua iniziativa – lo ha condannato, con due complici, a risarcire 47,5 milioni alla Regione Lombardia; di fatto ne ha sborsati 5 e qualcosa, cioè quelli prima sequestrati e poi pignorati. Fatto sta che il 3 aprile 2019 il consiglio regionale della Lombardia ha bocciato una mozione presentata dal M5S: pretendeva che, dopo la condanna definitiva, la Giunta chiedesse a Formigoni un ulteriore risarcimento danni in sede civile. La maggioranza ha votato compattamente contro quella mozione, che è stata sostenuta solo dai grillini (il PD si è astenuto).

Insomma, a Milano chi sta nel giro della Giunta può contare sul suo “buonismo”. Cosicché pure a Roma, per non essere da meno, i leghisti e i loro alleati si sono attivati: il 13 aprile scorso la “Commissione contenziosa” del Senato, che decide sui ricorsi interni, ha stabilito il diritto al vitalizio per il solito Formigoni – 7.000 euro al mese – accogliendo il suo ricorso; gli era stato sospeso in base alla cosiddetta delibera Grasso-Boldrini (prevede dal 2015 la sospensione del vitalizio destinato agli ex parlamentari in seguito a condanne definitive per reati di particolare gravità). Chi sono i tre senatori membri della commissione? Il presidente Giacomo Caliendo (Forza Italia), Simone Pillon (Lega) e Alessandra Riccardi (eletta con il M5S, poi passata alla Lega). Ironia della sorte, per scavalcare la delibera Grasso-Boldrini i commissari si sono appellati alla legge sul reddito di cittadinanza, che secondo la commissione pone limiti meno restrittivi. Ma questa è un’altra storia. Forse…