Pd: passare dal “disagio populista” a una politica di trasformazione

Chiusi i ballottaggi per i sindaci delle città con un significativo risultato positivo per il PD e in generale per il centrosinistra, credo si possa riflettere su alcuni dati e cercare di analizzare alcune tendenze di fondo del sistema politico italiano che non possono essere sottovalutati. Per il PD si apre una fase nuova che richiede scelte chiare non tanto e non solo sulle alleanze ma sul progetto politico.

Secondo l’ultimo sondaggio attendibile, curato da Roberto D’Alimonte per il Sole24Ore (domenica 26 giugno 2022), la nuova creatura politica di Luigi Di Maio, provvisoriamente denominata “Insieme per il futuro”, potrebbe contare su un consenso elettorale del 4,7%. I resti del Movimento 5 stelle, guidati da Giuseppe Conte, passerebbero dal 32% delle elezioni politiche del 2018 al 6,9%. Si tratta di un crollo verticale di consensi (circa del 21%) e di una scomposizione ulteriore (rispetto alle precedenti espulsioni e defezioni volontarie) che somiglia a una polverizzazione, quasi a una sparizione. Le parole pronunciate da Di Maio nella pseudo-conferenza stampa del 22 giugno non si prestano ad alcuna analisi politica, perché, a parte l’inversione plateale di tutta la sua breve biografia pubblica, una specie di abiura, rivelano un vuoto impressionante. Al di là dell’appoggio incondizionato al governo e al primo ministro, delle generiche dichiarazioni di fedeltà atlantica ed europea, nessun argomento è intervenuto a giustificare una scelta così drastica e irreversibile. Allo stato degli atti non conosciamo le nuove idee di Di Maio, il suo riposizionamento ideologico, la sua lettura del quadro mondiale, le priorità di politica economica e sociale. Da questo punto di vista, è facile prevedere che, in assenza di novità, quel 4,7% sia destinato a scendere ulteriormente.

Di Maio, poche idee e confuse

Luigi Di Maio

Questo non significa che la scissione pentastellata sia priva di importanza o che non avrà conseguenze rilevanti sul quadro politico. Per intenderne il significato, bisogna spostare lo sguardo dagli apparenti protagonisti al processo generale di cui è parte. Fin dalla formazione del governo Draghi sapevamo che il senso di questo passaggio sarebbe consistito in un processo di scomposizione e ricomposizione delle forze politiche, estenuate e giunte ormai alla fine di un ciclo storico (si veda quanto scrivemmo su Strisciarossa il 13 febbraio 2021). È evidente il tentativo di guidare “dall’alto” questo processo, secondo uno schema consueto (o persino paradigmatico) nella storia istituzionale italiana, assicurando alla maggioranza di governo una sfera di consenso parlamentare più sicura e affidabile. Ed è prevedibile che lo stesso tentativo possa riprodursi con altre forze di ispirazione “populista”, a cominciare dalla Lega. Con il rischio, tuttavia, che la crescita di consenso intorno alla figura del premier non si traduca, in linea di fatto e almeno nell’immediato, in una maggiore stabilità di governo, perché il residuo “populista” (Conte, Salvini) potrebbe essere tentato di abbandonare la maggioranza e passare nelle file dell’opposizione.

La scomposizione “dall’alto” e le alleanze

Questa operazione di scomposizione “dall’alto” (che viene considerata dagli osservatori superficiali come una ricerca del “centro”) non è per sé un male. Ma mostra quanto sia banale e fuori luogo l’idea secondo cui la sinistra dovrebbe scegliere quale “campo largo” costruire, se con Conte o con Di Maio. Una tale posizione del problema presuppone uno scambio ingenuo tra l’apparenza del processo politico e la sua sostanza reale. In generale, occorre insistere sul fatto che, in questa fase storica, il problema delle alleanze politiche non può assumere un valore strategico. Perché vi sia una strategia delle alleanze (come, per fare alcuni esempi, furono il centrismo, il centro-sinistra o il compromesso storico), è necessario che vi sia un sistema di partiti, cioè forze politiche stabili, dotate di un radicamento sociale e di una propria visione del mondo. In assenza di partiti propriamente detti, è impensabile centrare la propria strategia sulla politica delle alleanze. Che si faranno, naturalmente, al momento opportuno, nella ricerca del terreno più avanzato di una maggioranza governativa. Anche per questo, d’altronde, sarebbe opportuna e urgente una revisione del sistema elettorale in senso proporzionale.

Il problema del Partito democratico non è dunque se allearsi con Conte o Di Maio. Il problema è un altro. Il problema è come governare l’uscita dal populismo, la sua fine prevedibile, raccogliendone tuttavia ed ereditandone la domanda di trasformazione sociale. I grandi avvenimenti degli ultimi anni – la crisi finanziaria del 2007-2008, la Brexit, la pandemia, la guerra ucraina – hanno posto enormi questioni di tenuta economica e sociale, che nei prossimi mesi e anni investiranno direttamente la vita delle masse popolari e dei ceti medi. Costruire una sinistra radicata nel mondo del lavoro e realizzare una nuova alleanza con le forze della cultura e della formazione, rappresenta la via obbligata per convertire il disagio “populista” in una vera politica di trasformazione.

Emmanuel Macron

Lungo questa strada, la sinistra democratica incontrerà ostacoli e avversari. La tesi essenziale del “populismo” era sintetizzata nell’idea della lotta contro le élites, considerate in ogni caso come il nemico da combattere. Oggi si dice, con un altro dilemma astratto e inaccettabile, che la sinistra italiana dovrebbe scegliere tra Macron e Mélenchon, persino riducendo la questione al taglio delle giacche indossate e allo stile esteriore. D’altro lato, la Confindustria di Carlo Bonomi sostiene apertamente (seguendo una antica e pericolosa aspirazione della grande industria) le ragioni di un governo senza l’intralcio dei partiti, di élites tecniche che non siano ritardate da troppe discussioni e, insomma, da “troppa democrazia”. Intorno a questo problema delle élites si sono giocati i grandi equivoci, e anche le grandi minacce, degli ultimi decenni. Per il pensiero democratico, il problema non sono le élites ma il loro processo di formazione, il metodo con cui le classi dirigenti si costituiscono, il loro rapporto con il popolo e, per dirla con Gramsci, con i “semplici”. Per questo, la politica moderna ha inventato i partiti, come germi e princìpi delle volontà collettive. Per questo la sinistra ha ancora bisogno di un partito, nel senso più alto e forte del termine.

Il partito che deve costruire la sinistra

pdRimane il fatto che un partito, come quello che la sinistra deve costruire dopo la stagione del populismo, è in larga parte un riflesso e una “traduzione” nazionale del quadro mondiale. Senza una lettura del mondo non esiste, in generale, la politica. Il pensiero politico è, in buona parte, questo creativo esercizio di “traducibilità”. Proprio la sinistra che ha dato il contributo più originale nel rapporto con la storia russa e con l’Est (lavorando sempre per innescare processi di democratizzazione e per unificare progressivamente Est e Ovest), ha mostrato gravi incertezze di fronte alla guerra ucraina. È opportuno chiarire che qui non si tratta di scelte strategiche ma di capacità analitiche e di visioni di lungo periodo. Non è in discussione, cioè, il quadro delle alleanze, né la collocazione europea l’appartenenza alla Nato (ancora utile per unificare sistemi difensivi altrimenti disgregati). In discussione è la capacità di pensare senza false dicotomie, in termini di interdipendenza, di policentrismo e di pace. La recente sentenza della Corte suprema americana sull’aborto, che il presidente Biden ha definito “devastante”, non dimostra certo che gli Stati Uniti non siano una democrazia, ma dimostra, ancora una volta, la diversità della nostra democrazia e della nostra storia (anche sul terreno dei diritti). Dimostra che il mondo democratico non è riducibile a una sola misura. La nostra democrazia è diversa per il ruolo che le classi lavoratrici hanno avuto nella sua costruzione e nella sua difesa. E questa è una differenza da tutelare, un principio di ricchezza che la sinistra italiana dovrebbe ricordare e far valere nel mondo, anche nei momenti più difficili della storia.